De Ficchy Giovanni

Il sole stava calando all’orizzonte, tingendo il cielo di arancione mentre la Stazione Centrale di Milano diventava il palcoscenico di un’opera teatrale senza copione.
I primi scontri si erano finalmente placati, come una tempesta che si ritira momentaneamente per poi tornare più furiosa di prima.
La tensione nell’aria era palpabile, così densa da poterla tagliare con un coltello.
Chiunque avesse osato camminare lì con un sorriso sulle labbra sarebbe stato probabilmente scambiato per un alieno.
Le forze dell’ordine, come soldatini in un pessimo gioco di strategia, osservavano increduli.
Da una parte, gli scudi brillanti e le divise impeccabili; dall’altra, un gruppo di manifestanti, i “pro Pal”, che sembravano essere emersi da un incubo collettivo.
E ora, oltre gli scudi, la scena stava mutando in qualcosa di sinistro e grottesco.

Le prime file dei manifestanti avevano assunto volti sconosciuti, come se avessero ricevuto un invito a una festa da ballo per cui non avevano mai ricevuto l’indirizzo.
Dove erano finiti i leader carismatici?
Nessun volto noto a guidare la folla, nessun oratore capace di infiammare gli animi.
Solo anonimi guerrieri del sabato sera, armati di slogan improvvisati e bandiere sbiadite.
Gli agenti di polizia, sconcertati, si sentivano un po’ come attori di una commedia dell’assurdo: “Ehi, chi siete voi?
Dove sono i vostri capi?”
Il silenzio che seguì l’interrogativo era assordante e imbarazzante. La situazione era così surreale che il sarcasmo era diventato l’unico modo per affrontarla.
Un poliziotto, con un’espressione affaticata, guardò il suo superiore e borbottò: “Evidentemente, la democrazia si è data appuntamento qui, oggi. Sei sicuro che non possiamo chiedere ai manifestanti di comprendere la faccenda tramite un ballo di gruppo?”
A quel punto, tutti scoppiarono a ridere.
La situazione era così seria che non rimaneva altro che afferrarsi al ridicolo.
Quando i manifestanti cominciarono a cantare, le note riecheggiavano come un eco di una festa abbandonata.
Era un mix di canzoni pop, jingle pubblicitari e canti di protesta, tutti sovrapposti in un’unica melodia cacofonica. “Non possiamo trattarli come dei bambini indisciplinati,” esclamò un capitano.
“Dobbiamo farli parlare.” Ah, ma chi avrebbero dovuto chiamare?
I Ghostbusters?
L’unica cosa spettrale lì era l’assenza di leadership.
Il capitano decise di prendere in mano la situazione e avanzò lentamente verso la folla con il suo equipaggiamento antimotori. “Ehm, scusate…” iniziò, ma fu interrotto da un coro di voci che intonavano: “Scendi dai nostri sogni!” Un modo affascinante per rispondere a un tentativo pacato di comunicazione.
Il capitano si rese conto che il sarcasmo era il linguaggio universale di quella serata.
“Certo,” pensò, “una conversazione civile ha appena preso il volo insieme alle nostre speranze di risolvere il conflitto.
Ecco a cosa serve la diplomazia.” Con un gesto drammatico, si allontanò, mentre nella sua mente scorrevano pensieri sarcastici su quanto fosse effimero il concetto di buon senso.
Nel frattempo, i giovani manifestanti, festanti come se fossero in un rave party, avviavano un balletto improvvisato con le loro striscioni, rendendo la situazione ancora più surreale.
C’era persino qualcuno che faceva finta di suonare una chitarra invisibile. “Cosa c’è di più efficace di una danza di protesta?” si chiese un altro poliziotto, annuendo tra sé e sé. “Forse dovremmo unirci anche noi. Magari potremmo evitare il clash finale.”
Tuttavia, mentre il caos si diffondeva, un avvenimento inaspettato fece sobbalzare tutti. Una figura sconosciuta, avvolta in un mantello di tela, si fece avanti.
Sembrava un misto tra un mago e un giullare, ma alla gente non sembrava importare molto.
“Guardate! È il nostro salvatore!” gridò un manifestante ridendo, mentre un altro rispose sarcasticamente: “Spero solo che non porti una bacchetta magica per fermare la polizia!”
Il misterioso nuovo arrivato sollevò le braccia, come se stesse cercando di attrarre l’attenzione di tutti. “Amici, compatrioti!” esclamò con voce tonante. “Siamo qui per combattere un potere che non ci rappresenta!”
Le sue parole furono accolte da applausi e risate.
Uno spettacolo meraviglioso, davvero!
Ora mancava solo il popcorn e ci sarebbero stati tutti i presupposti per una serata cinematografica.
Ma chi era questo enigmatico individuo?
Nessuno lo sapeva.
I social network, già in fermento, cominciavano a impazzire con hashtag ridicoli e meme. “Il Mago di Oz è tra noi!” scrisse qualcuno, mentre un altro rispose: “Ehhh, ma i nostri desideri sono tre!”
La folla rideva, danzava e cantava.
La battaglia era ormai stata sostituita da una festa improvvisata. E in quel preciso momento, la Stazione Centrale non era più un campo di battaglia, ma un festival della vita.
E così, si diffuse la leggenda del misterioso giullare che aveva stravolto la situazione.
Un nuovo leader era nato, ma non era né un politico né un attivista.
Era semplicemente un artista di strada che si era imbattuto nel posto giusto al momento giusto, proprio come una delle centinaia di persone in movimento che riempivano i corridoi della stazione.
Perfetto per un racconto altisonante e ironico su di lui, il “Nuovo Messia” delle piazze.
La Stazione Centrale, già simbolo di transiti e viaggi, divenne così l’emblema di una nuova forma di ribellione: la satira. Gli eventi si susseguivano, i dibattiti nascevano e morivano, ma il sarcasmo continuava a regnare sovrano. “Ecco,” dissero alcuni, “ora abbiamo bisogno di più artisti!
Almeno che abbiano il senso dell’umorismo per affrontare il quotidiano.” E mentre il Mago di Oz si allontanava, scomparendo tra le ombre della stazione, il suo spirito lingerà nel ricordo di una notte di follia, danza e sarcasmo.
Ah, la realtà!
Se solo fosse sempre così divertente.
