Il NO vince e la giustizia resta ferma all’età della pietra: una riflessione amara sul referendum e sul futuro del sistema giudiziario italiano

Il recente esito referendario ha segnato un punto di svolta – o forse meglio dire un’involuzione – per il sistema giudiziario italiano.

Ovviamente il governo ci ha messo del suo nel gestire male questa campagna referendaria da un punto di vista della comunicazione, per cui anche persone che hanno votato nelle elezioni politiche a favore di questa coalizione hanno votato No

.Perché c’è stata una narrazione, a mio avviso, distorta e incompleta.

Si è parlato tanto di rischi autoritari, di accentramento di potere, senza magari spiegare nel dettaglio i benefici che questa riforma avrebbe potuto portare in termini di semplificazione e di efficienza del sistema.

E poi, diciamocelo chiaramente, quando si vota su temi così complessi, spesso entrano in gioco anche fattori emotivi e di appartenenza politica che vanno al di là del merito della questione.

Quindi, il risultato è stato questo mix di fattori che ha portato anche elettori di centrodestra a votare contro.

Quando lunedì è emerso l’aumento dell’affluenza, ho pensato che il Sì potesse vincere.

Ho ipotizzato che gli elettori, normalmente disinteressati e insoddisfatti dei partiti di centro-sinistra e centro-destra, fossero stati attratti dal quesito referendario, data la diffusa insoddisfazione verso la giustizia.

Invece solo alcune zone del Nord Italia hanno colto l’importanza della riforma proposta, mentre gran parte del Paese ha preferito votare contro, scegliendo in modo netto e politico di opporsi al Governo.

Non è solo un voto, ma l’espressione tangibile della sfiducia e del malessere sociale, un chiaro messaggio al governo e, di riflesso, alla politica intera.

Tuttavia, è possibile anche un’interpretazione alternativa.

Negli ultimi anni, politiche pubbliche sono intervenute in aree con illegalità diffusa o ambiguità tra disagio sociale e comportamenti illeciti.

Si tratta di contesti che storicamente hanno espresso una distanza dalle istituzioni e una bassa partecipazione elettorale.

Da sempre caratterizzato da astensione militante e non riconoscimento nei partiti di sinistra, percepiti come borghesi e non rivoluzionari, questo universo ha comunque mantenuto un dialogo minimo tra i suoi gruppi dirigenti e i partiti di sinistra.

In questo contesto, si è creata un’unità d’azione tra dinamiche sociali e politiche specifiche – come le manifestazioni pro-Palestina e la tolleranza verso le occupazioni illegali – e una pseudo-sinistra massimalista.

Così, la tolleranza sviluppata nel tempo per le occupazioni illegali sia degli appartamenti che dei fabbricati trasformati in centri sociali- si sia saldata una unità d’azione tra questo universo e una pseudo sinistra ormai massimalista.

Lo sgombero di centri sociali e la maggiore facilità per i proprietari di rientrare in possesso delle loro case, anche di enti pubblici, ha allarmato questo ambiente.

Un ulteriore aspetto di interesse riguarda la partecipazione dei cittadini italiani con background migratorio.

È noto che il presidente delle comunità islamiche ha invitato apertamente i suoi fedeli a votare no, per via di un loro interesse diretto nel mantenimento dello status quo.

Questo ritorno al voto giovanile è stato reso possibile dalle iniziative di legalità del governo e dallo scivolamento della sinistra nel qualunquismo moralista e nel massimalismo politico.

È un segnale importante, che dimostra come i giovani non siano impermeabili al richiamo della responsabilità civica e del buon governo.

Anzi, forse sono proprio loro, più di altri, a percepire la distanza siderale tra le chiacchiere inconcludenti di certa politica e la concretezza dei risultati.

Un ritorno al voto che premia chi ha saputo dare risposte concrete ai problemi del paese, senza cedere a facili demagogie o a sterili ideologie.

E che, soprattutto, ha saputo parlare ai giovani con un linguaggio di verità e di speranza, invitandoli a essere protagonisti del futuro, anziché spettatori passivi di un declino ineluttabile.

Ciò è dovuto anche al fatto che una parte della magistratura ha spesso tollerato questi fenomeni, talvolta partecipando attivamente, ad esempio nel sabotare le decisioni del governo in materia di immigrazione.

Ogni elezione dal 2027 in poi, rischia di non essere un confronto tra programmi, ma una lotta tra fazioni nemiche disposte a tutto pur di vincere.

Questo risultato deludente del referendum, rivela una realtà scomoda: la giustizia italiana è ancora obsoleta.

I cittadini, infatti, dovranno confrontarsi quotidianamente con un sistema giudiziario che continua a mostrare inefficienze, lungaggini e incertezze.

E questo referendum non ha fatto che confermare lo stallo.

Sarà un percorso lungo, doloroso e faticoso, ma nel tempo gli italiani capiranno, magari con amarezza, quanto sia importante una giustizia efficiente e moderna.

La responsabilità della sconfitta del SI ricade, senza ombra di dubbio, esclusivamente sull’esecutivo.

Un governo che, non mantenendo nemmeno una delle promesse elettorali, si è presentato al voto privo di credibilità.

Peggio ancora, ha delegato la campagna referendaria a personaggi poco credibili, alcuni perfino impresentabili agli occhi della popolazione.

Questa scelta si è rivelata fatale: la gente ha scelto di punire più il Governo che la sostanza della riforma, un voto politico più che tecnico.

La reazione dei magistrati, che hanno festeggiato aprendo le piazze e cantando “Bella ciao”, racconta molto della questione.

Da una parte c’è una parte della magistratura che sembra godere dell’attuale situazione, incapace o forse non interessata a cambiare uno status quo che tutela i propri interessi, dall’altra c’è tutta una fetta di cittadini e professionisti che vedono invece nelle inefficienze giudiziarie un costo sociale enorme.

Quel canto, simbolo di lotta e libertà, suona quantomeno ironico, quasi paradossale, considerando che a festeggiare sono proprio coloro che spesso vengono accusati di resistenza al cambiamento.

Adesso la cosiddetta sinistra draghiana si batte il petto e invoca le elezioni anticipate, ma è ormai chiaro che non si andrà al voto prima di un anno, o forse molto di più.

Nel frattempo, come accadde spesso in passato, il popolo dimenticherà, l’attenzione cala e tutto tornerà come prima.

Le riforme costituzionali, che avrebbero potuto incidere concretamente sulla qualità della democrazia e della giustizia, rimarranno nel cassetto per almeno cinquant’anni.

Un periodo così lungo che potrà considerarsi una vera e propria stagione persa.

Nessun partito, né di destra né di sinistra, si azzarderà più ad affrontare campagne elettorali basate su promettenti riforme costituzionali.

Da addetto ai lavori, questa situazione è un vero peccato.

Chi quotidianamente si confronta con il sistema giudiziario vede sul campo le difficoltà di un sistema lento, spesso ingiusto e obsoleto.

Toccherà spiegare ai cittadini, soprattutto a quelli innocenti coinvolti in cause che si prolungano nel tempo, che purtroppo la giustizia funziona così, senza possibilità di miglioramento a breve termine. Magari, in queste conversazioni, chiederemo loro cosa abbiano votato al referendum, non per giudicare o polemizzare, ma semplicemente per capire dove sta la percezione reale di un sistema che oggi appare immobile.

Sarà un modo per osservare da vicino come il voto, a volte, può tradire le aspettative di chi confida nel cambiamento.

Questa battuta d’arresto non deve però essere solo un motivo di rassegnazione.

È un momento di riflessione cruciale: capire che la giustizia non è un tema astratto ma una questione di vita reale per ogni cittadino.

Una giustizia efficiente significa diritti tutelati, minor costi sociali e fiducia nelle istituzioni.

Alla politica, oggi più che mai, spetta il compito di recuperare credibilità e di ripensare un approccio coraggioso e serio alle riforme.

Il nostro Paese non può permettersi di rimanere impigliato in vecchi meccanismi che rallentano lo sviluppo sociale ed economico.

In conclusione, il NO ha vinto, ma la partita sulla giustizia è tutt’altro che chiusa.

La speranza è che dall’amarezza e dalla delusione emergano nuove energie, idee e soprattutto responsabilità.

Perché una giustizia che resta ferma all’età della pietra non è solo un problema tecnico: è un problema che riguarda l’intera comunità nazionale.

È un problema che riguarda la nostra idea di futuro, la nostra capacità di competere nel mondo, la nostra stessa democrazia.

Un sistema giudiziario lento, farraginoso, incomprensibile è un freno allo sviluppo economico, un deterrente agli investimenti, una fonte di incertezza per i cittadini.

Ma è anche qualcosa di più: è una ferita aperta nel tessuto sociale, una spaccatura tra chi si sente tutelato dalla legge e chi invece la percepisce come un’arma spuntata, incapace di difenderlo dai soprusi e dalle ingiustizie.

Una giustizia che non funziona alimenta la sfiducia nelle istituzioni, incoraggia l’illegalità, favorisce la criminalità organizzata.

Perché quando lo Stato non è in grado di garantire i diritti fondamentali, qualcun altro si fa avanti per sostituirlo, offrendo protezione in cambio di obbedienza.

E questo è un lusso che l’Italia non può permettersi.

E quella comunità merita di meglio, molto meglio.

Di Admin

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