
Ma non glieli ha rubati nessuno.
Li ha semplicemente cacciati lei, con la grazia di un domestico che butta fuori l’ospite a calci nel sedere, e senza neppure la cortesia di un “arrivederci”.
È una fuga verso la destra, perfino quella più estrema, che paradossalmente si è ritrovata un esercito di elettori arcobaleno senza nemmeno dover fare campagna.
Come mai?
Perché i gay, per dirla in modo brutale ma onesto, chiedono solo una cosa: normalità.
Sì, avete capito bene, la famigerata “normalità”.
Che è esattamente quello che la sinistra non sembra capace di dare.
I diritti acquisiti?
Già, quelli sono lì, fermi, incrollabili, scolpiti nella pietra di leggi ormai consolidate.
Addirittura troppo consolidati per essere pericolanti.
E allora perché continuare con la rivendicazione perpetua, quella lotta eterna che non può mai finire, quella parata che deve scandalizzare per forza?
Perché, vedete, il problema non è più il diritto in sé, bensì la narrazione.
Serve sempre un nemico contro cui combattere, un capro espiatorio da dichiarare “oppressore”, altrimenti il capitale politico svanisce come neve al sole.
E chi soffre?
Non il gay con la giacca e la cravatta, che vorrebbe solo tornare a casa senza sentirsi una specie di superstite da guerra civile, ma i propagandisti di questa “emergenza” eterna, che devono mantenere in vita un conflitto inesistente per vivere.

Prendiamo Berlino.
Il 25 luglio scorso, un musulmano radicalizzato – colpevole e già condannato per aver preparato un grave atto contro lo Stato, ma libero come fosse in vacanza a Rimini – ha lanciato un furgone contro il Pride.
Una donna morta, una trentina di feriti.
Un dramma terribile.
E cosa ha fatto la sinistra?
Ha avuto una sola urgenza: non pronunciare mai la parola “islamico”.
Tabù assoluto.
Il motivo?
Ben noto a tutti, ma coperto da un silenzio più spesso della nebbia padana.
Sembra un dettaglio irrilevante, ma non lo è.
Perché nominare la matrice islamica significherebbe ammettere che nella sua grande alleanza elettorale – fatta di omosessuali, immigrati, femministe, comunità islamiche, antagonisti, e persino borseggiatrici – ci sono elementi che vorrebbero fisicamente eliminare proprio quegli omosessuali che la sinistra pretende di rappresentare.
Quindi meglio tacere, o spostare la colpa su altro: disturbi psichiatrici, mancata integrazione, società repressiva…
Insomma, tutto tranne che chiamare le cose con il loro nome.
E se questo non funziona, si riduce la faccenda a “singolo estremista”, con l’invito ai media amici a non “strumentalizzare” con dettagli come nazionalità o religione.
Il risultato?
L’elettore gay, dotato di una capacità di ragionamento elementare, pensa: “Se chi dice di difendermi tace su chi mi minaccia, vuol dire che mi sta fregando.”
E da qui al volgersi verso la destra è un attimo. Non è una scelta ideologica, no.
È pura sopravvivenza.
Perché la destra europea ha fatto una mossa geniale e semplicissima: considerare diritti come quelli degli omosessuali una questione chiusa e indicare la minaccia islamica con il suo vero nome, senza ipocrisie di sorta.
La sinistra, invece, ha fatto flop difendendo per riflesso condizionato l’aggressore, nel nome del calcolo elettorale.
Poi c’è quel secondo motivo, più banale e quotidiano: gli omosessuali europei hanno esigenze normali.
Pagano tasse, combattono sulle rate del mutuo, sudano freddo davanti alle bollette come tutti gli altri.
Hanno ottenuto ciò che chiedevano e ora vorrebbero solo vivere in santa pace.
Ma la sinistra no, non può permetterselo.
La vittima è il suo capitale.
Se l’oppressione finisce, il vendicatore di professione resta disoccupato.
Perciò la battaglia non deve mai finire, l’emergenza mai chiudersi, la parata mai interrompersi.
Avete presente il Pride?
Oggi è contestato da sempre più gay, che non si riconoscono più in quelle pagliacciate pensate apposta per scandalizzare.
Chi ha già vinto non ha bisogno di provocare, ricordate?
Quella carnevalata soddisfa solo una minoranza della minoranza.
Nel frattempo, il “gay in giacca e cravatta” torna in ufficio e paga il prezzo di pregiudizi e diffidenza.
E qui scatta la domanda maliziosa: perché è irrinunciabile questa sceneggiata?
Forse perché il Pride ormai non è più solo un corteo, ma un’industria.
Biglietti d’ingresso, sponsor, concerti, stagioni di eventi, centinaia di migliaia di presenze.
Un comparto economico vero e proprio, con gestori e fatturati che fanno invidia a molte aziende.
Nessun illecito, sia chiaro, solo un modello di business.
Ma qualcuno ha scritto che in fondo all’arcobaleno, come nella vecchia leggenda, c’è una pentola d’oro.
E chi la custodisce ha un interesse molto concreto a tenere in vita «l’orgoglio gay» come evento-permanenza.
Un’emergenza dichiarata chiusa non vende biglietti, ed è un problema.
E in Italia?
La scossa è arrivata pure qui.
A marzo è nato un movimento di gay dichiaratamente conservatori e liberali.
Con uno sforzo di creatività parlamentare, ha portato a Montecitorio un’ennesima proposta di legge contro le discriminazioni, cercando il dialogo con il centrodestra.
La risposta della sinistra arcobaleno?
Scomunica immediata. Bullizzati, isolati, trattati da traditori.
Il movimento che predica inclusione ha escluso proprio gli omosessuali che “sbagliano”: quelli che non vogliono restare vittime per sempre.
Tirando le somme, lo spostamento a destra in Europa è un dato che fa tremare la sinistra.
I numeri parlano chiaro: in Francia Marine Le Pen è oggi il primo partito fra gli elettori omosessuali, con il 27%, dieci punti in più di quattro anni fa; in Germania guida l’AfD; nel Regno Unito comanda Farage.
Partiti che fino a ieri bollavano i gay come abomini, oggi li conquistano con voti a grappoli.
E la sinistra, convinta di avere quei voti per diritto ereditario, rimane a bocca aperta.
Impossibile?
No, inevitabile.
D’altronde, come si diceva, se chi dovrebbe difenderti ti ignora, e chi ti ignorava ieri promette di fermare chi ti minaccia, il nemico del mio nemico è mio amico.
Senza troppe smancerie ideologiche, solo puro istinto di sopravvivenza.
Così, mentre la sinistra piange lacrime di coccodrillo e si aggira nei suoi grandi raduni colorati fingendo una battaglia che sa di già vinta, i gay tornano nei ranghi – o meglio, cambiano bandiera.
Un comportamento umano, normale, comprensibile.
E abbastanza ironico, se pensiamo che alla fine la vera rivoluzione l’ha fatta la destra semplicemente dicendo la verità.
Perché, in fondo, non c’è niente di più punk che la sincerità.
