Dopo aver letto l’interessante articolo di Lucas Lobinco sulla critica che Brandon Sanderson rivolge alla serie “Gli Agnelli del Potere”, mi sono ritrovato a riflettere su un fenomeno ben più ampio che attraversa oggi il mondo del fantasy: la dilagante adozione di un tono “grimdark” da parte della narrativa e delle produzioni audiovisive contemporanee.

Un tono che, lungi dall’essere una semplice scelta stilistica, sembra diventare quasi un modus operandi obbligato, quasi una direttiva implicita a cui attenersi, trasformando profondamente l’esperienza del fantastico.

Brandon Sanderson, noto autore americano celebre per saghe come Mistborn e Le Cronache della Folgoluce, oltre che per aver portato a termine La Ruota del Tempo dopo Robert Jordan, rappresenta una voce autorevole e appassionata nel panorama fantasy moderno.

Il suo apprezzamento per “Gli Agnelli del Potere” non impedisce però un’analisi critica molto puntuale: la rappresentazione cinica, dura, priva di pietà degli “abitanti” della serie – come i Pelopiedi – tradisce lo spirito originario del fantasy, in particolare quello legato a figure come gli Hobbit, simbolo di bontà, calore umano e solidarietà.

Il grimdark, come sottogenere, si caratterizza per ambientazioni cupe, spesso distopiche, dove prevalgono violenza spietata, cinismo e un forte senso di fatalismo.

Sembra però che questa estetica sia divenuta quasi un imperativo nelle produzioni più recenti, a discapito della varietà e della ricchezza emotiva che il fantasy ha storicamente offerto.

Non è un caso che Sanderson osservi come la regola “chi resta indietro viene abbandonato”, imposta ai Pelopiedi, risulti così estranea all’immaginario di Tolkien e dei classici, che hanno sempre coltivato valori di speranza e comunità anche nei momenti più bui.

Questo schema non è isolato: serie di enorme successo come The Witcher o House of Dragons incarnano anch’esse questo equilibrio fortemente sbilanciato verso il lato oscuro e crudele del fantasy. Al contrario, altre opere contemporanee, dal tono più leggero e magico ma non per questo meno profondo, continuano a incontrare il favore del pubblico: pensiamo alle avventure di Percy Jackson, dove la mitologia si intreccia con momenti divertenti e colmi di stupore, senza rinunciare alla complessità dei personaggi e dei temi affrontati.

Ciò che davvero colpisce è la percezione che molte produzioni moderne abbiano quasi una “paura” o un senso di “vergogna” nel proporre un fantasy che sappia ancora lasciarsi andare all’incanto, che sappia essere anche “infantile” in senso positivo, cioè capace di accendere la meraviglia e l’immaginazione senza dover passare necessariamente attraverso la brutalità e il pessimismo.

È come se il genere avesse paura di essere considerato meno “maturo” se non si piega al paradigma grimdark.

Questa riflessione apre domande profonde: la fantasia moderna è davvero “migliorata” abbracciando un tono più adulto e realistico, o piuttosto ha perso qualcosa lungo il percorso?

Ha sacrificato la capacità di far sognare e di offrire una via di fuga positiva, preferendo mostrare un mondo sempre più oscuro, cinico e senza speranza? È giusto, in nome della “credibilità” e del realismo, trasformare l’immaginario fantasy in un luogo quasi esclusivo di dolore e conflitti morali esasperati?

Credo che la risposta non possa essere netta, perché il fantasy è un genere vastissimo e multifaccettato. Tuttavia, è fondamentale ricordare da dove nasce e cosa ha sempre significato per i suoi lettori e spettatori: un modo per esplorare dilemmi umani, certo, ma anche per celebrare la forza dell’immaginazione, la bellezza della diversità e la speranza in mondi migliori.

Quando il grimdark diventa un cliché, rischiamo di perdere proprio questo equilibrio, e con esso una parte preziosa dell’essenza stessa del fantasy.

La sfida per gli autori e i creatori di oggi è forse quella di riconciliare il desiderio di raccontare storie adulte, complesse e credibili con la necessità di mantenere viva la magia, la luce e la speranza che solo il fantastico sa donare.

Se il fantasy si chiude in un tono unico e cupo, perde molto della sua forza evocativa e della sua capacità di parlare all’anima, oltre che alla mente.

In conclusione, può darsi che il grimdark rappresenti una tappa evolutiva significativa, una risposta a un bisogno contemporaneo di realtà più dure e meno idealizzate.

Ma questa non dovrebbe mai divenire l’unica strada percorribile. Il fantasy ha sempre saputo essere polisfaccettato, capace di adattarsi ai tempi senza tradire la propria natura profonda: un ponte tra reale e immaginario, tra paura e meraviglia, tra ombra e luce.

Recuperare quel senso di meraviglia non significa tornare all’infanzia, ma riscoprire la varietà e la ricchezza di un genere che ha molto ancora da raccontare, in tutte le sfumature possibili, senza aver paura di essere sé stesso.

E voi, cosa ne pensate?

La fantasia contemporanea ha davvero guadagnato qualcosa adottando un tono più “adulto” e “grimdark”, oppure ha perso il contatto con quell’incanto che rendeva un tempo speciali quelle storie?

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione, per continuare insieme questa riflessione che va ben oltre “Gli Agnelli del Potere” e l’esperienza singola, toccando il cuore del fantasy moderno.

Di Admin

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