
Vosì non ce la faccio più.
E non è solo una strofa di una vecchia canzone di Tiziano Ferro, ma il grido appena sommesso – anzi, sempre più disperato – che arriva da chi ogni giorno muove l’Italia su quattro ruote (o meglio, su sei, dieci, venti…).
Sto parlando di noi, gli autotrasportatori, quelli che senza un “eroe” al volante, con una buona dose di pazienza e tanta benzina – pardon, gasolio! – fanno sì che tutto ciò che comprate nei supermercati arrivi fino alla vostra tavola.
Ora, immaginate questa scena: una frana a Petacciato, in Molise, un nome che probabilmente vi fa venire in mente solo una cartolina turistica, decide invece di prendersi una vacanza di qualche settimana bloccando l’A14 tra Vasto Sud e Termoli. Come?
Semplice.
Cade tutto giù.
Non un semplice “smottamento”, ma un vero e proprio spartiacque che divide l’Italia in due lungo la dorsale adriatica.
Addio collegamenti diretti, benvenuti deviazioni chilometriche, code infinite e un effetto domino che rischia di far saltare il banco dell’intero sistema logistico nazionale.
E qui cominciano i guai per noi poveri camionisti: divieti stringenti per i mezzi oltre le 7,5 tonnellate, smanettamenti vari su percorsi alternativi tipo SS650 Trignina e autostrade tirreniche A1-A16 – complicazioni che ci fanno perdere ore preziose, aumentare i consumi e, ovviamente, moltiplicare i costi.
Facciamo due conti?
Un viaggio sul tratto A14 che prima costava il giusto, ora vede lievitare le spese di gasolio e pedaggi di ben 130-450 euro a corsa. Sì, avete capito bene, solo per aggirare la frana!
La nostra categoria già arrancava, strozzata dall’impennata del gasolio (+3,6% annuo, col prezzo che spesso supera i 2 euro al litro, grazie a qualche scenetta internazionale come il conflitto Iran che fa il suo sporco gioco sui mercati).
Aumentano anche i pedaggi (più 1,5% dal 2026, mica bruscolini), ma soprattutto aumenta la fatica: code lunghe fino a 13 km, tempi di percorrenza allungati di 3-4 ore e pause forzate che stravolgono tutti i piani di guida e riposo.
Le imprese ne pagano il prezzo: margini gonfiati alle stelle, redditività che si scioglie come neve al sole e rischio fallimento alle porte.
PMIA autotrasporto UNILAVORO, attraverso il nostro Segretario Generale Roberto Galanti, ha lanciato l’allarme rosso: la crisi è pesante, quasi irreversibile, e senza interventi immediati rischiamo il blocco totale del settore.
Anche perché dietro a queste difficoltà ci sono migliaia di piccole e medie imprese, senza accesso a rimedi sostanziosi come i rimborsi accise, che vedono erodere fino al 61% dei margini di profitto per viaggio.
Provate voi a lavorare così, mentre il costo del gasolio ti schiaccia e la concorrenza (leggi: prezzi al ribasso imposti) ti fa il verso.
E cosa fa il governo?
Ha aggiornato (in marzo 2026) le tabelle costi chilometrici, giusto per non farsi mancare nulla. Ma purtroppo gli aumenti al dettaglio nei supermercati sembrano più frutto di speculazioni che di reali aumenti dei costi produttivi.
L’Antitrust (che meraviglia!) sta indagando su questa scollatura tra prezzi alla produzione e rincari al consumo: il carrello della spesa aumenta, la qualità media diminuisce (fenomeni noti come skimpflation e shrinkflation), e i consumatori ancora sborsano di più per avere meno.
Il Codacons stima che solo la frana di Petacciato farà lievitare le spese alimentari di una famiglia italiana di circa 64-93 euro l’anno.
Poca cosa?
No, se pensate che ogni centesimo in più su migliaia di famiglie diventa un sussulto economico.
E, naturalmente, tutto questo si riversa sull’economia regionale e nazionale, colpendo non solo gli autotrasportatori, ma tutta la filiera produttiva e distributiva, dalla campagna al supermercato.
Le aziende di trasporto sono ormai sull’orlo del collasso, paralizzate da deviazioni che aggiungono fino a 250 km per viaggio e costi operativi schizzati a +70%. Margini risicati al massimo, rischi di fallimenti a catena, e la minaccia di un fermo nazionale che potrebbe fare tremare davvero tutti: se entro il 20 aprile non arriveranno ristori urgenti e misure concrete, si metterà in atto uno stop senza precedenti, con conseguenze che… beh, potete immaginarle.
La dorsale adriatica interdetta manda in tilt l’intera supply chain: supermercati senza merci, industrie ferme, prezzi al consumo che salgono come bolle di sapone pronte a scoppiare.
In questo caos, chi ne paga le spese? Noi, voi, tutti. Le PMI già segnano un -30% di imprese perse in 10 anni, e la situazione non fa che peggiorare. Il gasolio, i pedaggi, le deviazioni, i ritardi e le tensioni geopolitiche sono solo la parte visibile dell’iceberg. Il governo viene sollecitato dalle associazioni, compresa UNILAVORO, a mettere in campo deroghe sulle accise, fondi emergenziali e sospensione temporanea degli oneri fiscali e previdenziali.
Si chiede un tavolo istituzionale con Ministero Infrastrutture, Protezione Civile e tutti gli attori coinvolti, per trovare soluzioni pratiche e immediate, garantire deviazioni sicure e finanziamenti concreti.
Ma, cari signori, qui non basta l’ennesimo decreto, serve un cambio di passo deciso e coraggioso. Perché la frana di Petacciato è solo l’ultimo esempio di quanto sia fragile e precario il nostro sistema logistico.
E se non si interviene subito, tra un po’ il nostro Paese rischia davvero di spezzarsi in due. E non parliamo solo di geografia, ma di economia, lavoro e futuro.
Quindi caro Governo, ti scrivo – o meglio, ti imploro da chi non ce la fa più – di prendere in mano la situazione prima che sia troppo tardi.
Perché se la frana di Petacciato è una ferita aperta sulla mappa dell’Italia, la tua risposta sarà la cicatrice che deciderà se riusciremo a guarire o se continueremo a perdere pezzi lungo la strada.
Te lo chiediamo con ironia, ma pure con la serietà di chi lavora ogni giorno con il fiato sul collo e il cuore in tumulto: non lasciarci soli a dover affrontare questo spaventoso ingorgo.
Non c’è più tempo né spazio per altre deviazioni.
Ti aspettiamo, pronto a dare una mano, ma con l’urgenza e il rispetto che questa tragedia sociale ed economica impone.
Altrimenti, come canta il buon Lucio Dalla, “Così non va, non va più”.
Con sdegno e speranza,
I camionisti d’Italia.
