Non è (solo) un frammento di televisione urlata, ma la cronaca di un confine ripristinato.

Giuseppe Provenzano, convinto forse che lo studio di Porta a Porta fosse una sezione di partito o un talk show di periferia, ha tentato la carta facile: bollare come “filogovernativo” chi ha visto passare più governi che stagioni della moda politica.

Questa reazione, tipica di una certa sinistra in affanno, sembra rifuggire il dibattito argomentato per rifugiarsi nel tiro al piccione contro il “conduttore schierato”, una frase divenuta ormai uno slogan vuoto e disperato.

Bruno Vespa, con quel distacco che solo chi conosce a fondo il peso del lessico può permettersi, ha risposto con un severo ma equilibrato “si vergogni”.

Non si è trattato di un insulto, bensì di un’operazione di igiene semantica: una constatazione chiara e inequivocabile della dignità professionale di un giornalista che non si vende al fine dello share né si piega al bullismo dialettico di chi pretende di distribuire patenti di cittadinanza giornalistica a proprio piacimento.

Vespa non ha difeso sé stesso, ma ha difeso la funzione del conduttore televisivo: colui il quale dà la parola agli interlocutori, ma ha altresì il dovere di toglierla a chi confonde il confronto civile con la provocazione gratuita e sterminata.

Questa distinzione è cruciale in un panorama mediatico spesso dominato dall’affermazione rumorosa e dalla spettacolarizzazione del dissenso, dove il discrimine tra informazione e propaganda diventa sempre più labile.

Il caso Vespa-Provenzano non è (solo) un frammento di televisione urlata, ma la cronaca di un confine ripristinato.

È ironico poi notare come proprio oggi, in un momento di crisi interna e di perdita di consensi, il Partito Democratico invochi con tanto ardore il pluralismo televisivo.

Forse, più che il reale “diritto di parola”, a Provenzano brucia lo smarrimento di chi ha perso l’abitudine a sentirsi padrone di casa, coccolato da una claque servizievole e abituato a ricevere tappeti rossi sotto i piedi.

Il disorientamento davanti a un conduttore che non concede sconti né protezioni produce irritazione e scoramento, che si traduce in accuse di faziosità.

Tuttavia, non trovare sponde compiacenti dovrebbe indurre alla riflessione e alla moderazione; in mancanza di supporti, il silenzio rimane l’accessorio più elegante che un politico possa indossare.

In un sistema democratico, la legittimità delle idee si misura non con l’arroganza del potere ma con la capacità di confrontarsi senza ricorrere a delegittimazioni immotivate.

In conclusione, questa vicenda ci ricorda quanto sia importante difendere la funzione dei media come spazi di confronto equilibrato e responsabile, lontani dagli schemi partitici e dai giochi di potere.

La sfida della politica contemporanea è adattarsi a un ambiente comunicativo in trasformazione, dove chi guida il dibattito ha il compito fondamentale di garantire il rispetto delle regole del confronto e la qualità del discorso pubblico.

La tentazione di semplificare la complessità con etichette e attacchi personali è forte, ma inevitabilmente controproducente, perché mina le basi stesse della democrazia partecipativa.

Giuseppe Provenzano e chi la pensa come lui farebbero bene a tenere a mente queste considerazioni: il pluralismo vero si costruisce rispettando la funzione dei media e chi li conduce con professionalità, non cercando di imporre teorie complottiste o presunti schieramenti in ogni angolo.

Solo così sarà possibile superare il clima di sospetto e intolleranza che rischia di soffocare il dibattito pubblico italiano, restituendo dignità e autorevolezza a un’informazione libera e credibile.

Di Admin

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