Come già notavo ieri, e come oggi sottolinea anche Andrea Scanzi, il fenomeno Salis – Silvia, non Ilaria – sta diventando sempre più un caso mediatico e politico pompato oltre misura.

Troppo pompato, oserei dire.

Al punto che persino lo stesso giornalista de Il Fatto Quotidiano si interroga pubblicamente: chi è davvero dietro questa spinta così insistente verso una candidatura che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi inesistente?



E benché io non ami le dietrologie, ciò che emerge con evidenza è che qualcuno abbia deciso di costruire praticamente dal nulla una candidata “da contrapporre a Meloni”.

Non si tratta di una figura politica che nasce dalla base o da un percorso naturale di confronto e competizione interna, quanto piuttosto di un prodotto studiato per il mercato elettorale.

Come se fosse la presentazione di un nuovo modello da piazzare sullo scaffale, più che la proposta di una persona con idee, visione e capacità politiche consolidate.

Questa operazione, devo dire, assume quasi i contorni del comico se non fosse drammatica. Perché mentre Elly Schlein tenta disperatamente di mostrarsi all’altezza della situazione, proclamandosi pronta a guidare un campo largo che sembra vacillare sotto i colpi delle sue figuracce ripetute, emergono spaccature interne allo stesso schieramento che la sostengono.

Ecco allora che qualcuno, evidentemente consapevole dei limiti della stessa Schlein, cerca già una figura alternativa più presentabile.

Qualcuno che non solo sia più credibile, ma che abbia il compito esplicito di neutralizzare quella che potremmo ironicamente definire “la gioiosa macchina da guerra” di Conte, capace di polarizzare e catalizzare consensi in modo inquietante.

A mio avviso – e in questo punto mi trovo in accordo con Scanzi – dietro questa operazione di marketing politico potrebbe esserci il gruppo editoriale di Repubblica e una certa area moderata del Partito Democratico.

Non è un’ipotesi campata per aria: lo lascia intendere con chiarezza la prontezza con cui Salis si è già dichiarata disponibile a “prendere in mano la coalizione” senza alcuna esitazione o pudore, come se questa candidatura fosse stata tenuta nel cassetto in attesa del momento giusto per essere svelata al grande pubblico.

Questo tentativo di costruire ex novo un’immagine politica, pur nella sua goffaggine, rivela due cose molto importanti.

La prima: l’assenza pressoché totale di contenuti reali.

Non si offre una nuova idea, non si porta in campo un programma serio, non si propone una visione per il futuro, né si valorizzano competenze politiche concrete.

Ciò che viene presentato è semplicemente un volto fresco, una faccia nuova appositamente costruita e pompata dai media per contrastare un altro volto, quello di Giorgia Meloni.

La seconda: la mancanza di reale unità nel cosiddetto “campo largo”.

Più che una coalizione, si tratta di un’aggregazione di interessi e appetiti individuali.

Il gesto di creare a tavolino un’Anti-Meloni è sintomo non di forza, bensì di debolezza.

Mostra un quadro dove manca un progetto condiviso per l’Italia, c’è solo la volontà comune di combattere un nemico identificato, che diventa il collante principale.

E qui entra in gioco proprio il ruolo di Meloni nella campagna elettorale attuale, che presenta un svantaggio strutturale non di poco conto.

Non si tratta dello svantaggio che i suoi avversari le attribuiscono, ossia la presunta perdita di consenso dovuta al referendum o all’attacco mediatico contro magistratura e giornalismo.

No, il vero svantaggio di Meloni è istituzionale.

Essendo Presidente del Consiglio, non può più permettersi di condurre una campagna come ha fatto in passato – da outsider, da combattente, come voce dissidente contro il sistema.

Questa posizione la costringe a moderare toni, scelte comunicative e provocazioni, incatenandola in una responsabilità che limita la sua libertà d’azione.

Il Fatto Quotidiano e la sinistra in generale continuano a dipingerla come una figura “disconnessa dal paese” – una critica che risulta ridicola se viene mossa da chi oggi prova disperatamente a costruire un fenomeno mediatico ad hoc come quello di Salis.

Ma la realtà è che Meloni non potrà guidare la campagna elettorale come vorrebbe.

È il prezzo da pagare per chi occupa ruoli di governo e responsabilità istituzionali.

Eppure, nonostante questi limiti, Meloni resta l’unico candidato credibile del centrodestra.

Con contenuti chiari e una storia personale fatta di anni di gavetta sul campo, fatta di vittorie e sconfitte, di crescita politica reale.

Non è un prodotto confezionato per essere venduto, ma una figura politica costruita nel tempo con coerenza e determinazione.



Al contrario, il centrosinistra appare affannarsi nel tentativo di trovare un candidato più accettabile rispetto a una Schlein che agli occhi di molti risulta poco credibile, e più gradito ai moderati rispetto a Giuseppe Conte, spesso accusato di posizioni ambigue e rapporti problematici con figure come Putin e Trump.

Questo continuo inseguimento mette in luce la natura fragile e incoerente del campo largo: non è un progetto politico fondato su idee, ma un insieme eterogeneo di gruppi e personalità che puntano al potere.

Il loro unico collante reale sembra essere l’odio verso Meloni e, sorprendentemente, anche verso Israele.

Al di là di queste pulsioni negative, non emerge nulla di solido. Nessun programma condiviso, nessuna preparazione adeguata, nessuna leadership riconosciuta. Solo marketing politico e brama di poltrone – che siano quelle di Presidente del Consiglio o di semplici seggi in Parlamento.

E mentre su questo palco caotico e frammentato si consumano battibecchi e lotte intestine su chi debba sedersi sulla tanto ambita poltrona, il paese osserva. E forse, questa volta, ha imparato a guardare oltre gli schieramenti e i prodotti mediatici confezionati, a non farsi incantare da illusioni e facce nuove costruite a tavolino.

In definitiva, questo scenario ci racconta più di una verità scomoda: la politica italiana, e in particolare il centrosinistra, appare oggi più impegnato a inseguire e contrastare la concorrenza che a proporre una vera alternativa credibile.

E questo vuoto rischia di aprire ancora di più la strada a chi ha davanti sé la responsabilità e il consenso reale di guidare il paese.

Una responsabilità che, nonostante tutto, Meloni sembra affrontare con la forza e la determinazione che solo una esperienza politica autentica può garantire.

Di Admin

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