Un’analisi della continuità tra neoconservatorismo e MAGA

È una provocazione, certamente.

Ma dietro questa suggestione si nasconde una lettura che può aiutare a comprendere meglio la natura della destra americana contemporanea e il suo rapporto con il passato recente.

Denominare Donald Trump “George W. Trump” non significa ridurre l’uno all’altro o negare le evidenti differenze di stile, retorica e strategia politica.

Significa piuttosto evidenziare una continuità profonda, spesso sottovalutata o negata, tra la destra neoconservatrice di George W. Bush e la destra MAGA di Donald Trump.

Un’eredità più solida di quanto si voglia ammettere

Molti nel mondo progressista (ma anche all’interno dell’establishment repubblicano) considerano il trumpismo come una rottura netta rispetto all’era Bush.

Il discorso pubblico ha costruito uno spartiacque netto: Bush rappresenterebbe la stagione dei neoconservatori, con il loro interventismo ideologico e la retorica della missione democratica; Trump, la reazione populista, nazionalista e anti-interventista (almeno a parole).

Questa narrazione è però incompleta e spesso fuorviante.

La realtà è più complessa.

La destra MAGA e quella neoconservatrice partono da un punto di ansia comune: il timore del declino della civiltà occidentale e, soprattutto, della supremazia americana.

Entrambe condividono l’idea che gli Stati Uniti stiano attraversando una fase di decadenza morale, culturale e politica, e che sia necessario un forte scossone per invertire la rotta.

Questa sensazione di declino alimenta la ricerca di uno scopo nazionale, una missione capace di risvegliare un Paese disorientato e stanco.

Le differenze di modalità sono evidenti, ma la sostanza è sorprendentemente simile.

Nei primi anni Duemila, i neoconservatori traducevano questa ambizione in una missione universale: esportare la democrazia nel mondo arabo, giustificare guerre preventive e interventi militari per “trasformare” società e regimi.

Dietro questa retorica idealistica si celava però, in gran parte, un culto della potenza americana, un sogno di dominio totale e capacità di plasmare la realtà attraverso l’azione decisiva.

Da “quando agiamo, creiamo la nostra realtà” a “Make America Great Again”

Una frase emblematica dell’era Bush è quella pronunciata da David Frum, autorevole neoconservatore e consigliere alla Casa Bianca: “Quando agiamo, creiamo la nostra realtà”.

Questa affermazione incarna la mentalità neocon, fondata sull’idea che la potenza americana sia in grado di piegare gli eventi al proprio volere, andare oltre i limiti e riscrivere la storia attraverso la forza e l’iniziativa.

In fondo, questa filosofia anticipa in modo inquietante la logica del trumpismo, che con la sua enfasi sulla volontà, la decisione e il carisma personale cita implicitamente la stessa convinzione: la grande potenza americana non deve semplicemente reagire, ma imporre la propria volontà con determinazione, anche al di là delle norme tradizionali.

Il trumpismo, insomma, è erede di quel culto della potenza, pur rivestito da un sovranismo più esplicito e meno idealista.

La questione della guerra e la percezione della forza

Un altro elemento che mette in luce questa continuità riguarda la posizione sulla guerra e sull’uso della forza.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, una parte significativa della base MAGA si è mostrata favorevole alle operazioni militari contro avversari come l’Iran.

Le motivazioni sono diverse e la modalità di intervento oggi è meno invasiva rispetto a quella dell’Iraq del 2003: niente grandi dispiegamenti di truppe, nessun regime change esplicito, niente occupazione prolungata.

Tuttavia, la sostanza strategica resta simile: l’idea che l’America debba colpire preventivamente i suoi nemici per difendere la propria sicurezza e mantenere l’egemonia globale.

I sostenitori di Trump insistono sul fatto che il suo approccio all’uso della forza sia più realistico e pragmatico rispetto a quello di Bush.

Trump, dicono, sa usare la potenza americana senza farsi imprigionare da illusioni ideologiche – non promette di “liberare” popoli o esportare modelli politici, ma punta a tutelare gli interessi americani. Ma questa distinzione rischia di essere più retorica che sostanziale.

L’idea che gli Stati Uniti possano infliggere danni gravi ai propri nemici, eliminare leader ostili e costringerli a rispettare la supremazia americana si inscrive in una tradizione ben conosciuta della destra statunitense.

Non è una novità neppure nell’epoca Trump, bensì una rielaborazione moderna di una filosofia già dominante negli anni precedenti alla guerra in Iraq.

La logica della guerra preventiva

L’attacco all’Iran – o almeno la minaccia che esso possa verificarsi – è un chiaro esempio di questa continuità.

Si tratta infatti di una guerra preventiva, basata sull’idea di colpire prima che il nemico possa colpire te. Anche se le probabilità che l’Iran sviluppi effettivamente armi devastanti sono basse, il solo sospetto è ritenuto sufficiente a giustificare un attacco.

Questo ragionamento, alla base dell’invasione irachena, è dunque tutt’altro che superato.

In conclusione, chiamare Donald Trump “George W. Trump” non è un insulto né un tentativo di ridicolizzarlo.

È un modo per ricordare che quella destra americana, che si autodefinisce nuova, rivoluzionaria e antagonista rispetto agli anni Bush, è invece profondamente permeata dalle stesse paure, dagli stessi obiettivi e dalle stesse strategie di potenza.

Tra neoconservatorismo e MAGA esiste una continuità di fondo: entrambi cercano di fermare il declino americano attraverso un deciso ricorso alla forza e alla politica di potere, con una visione della storia come terreno su cui l’America impone, anziché subire, la propria volontà.

Questa lettura può offrire una chiave preziosa per interpretare le dinamiche interne e internazionali di oggi, invitandoci a riflettere sulle vere radici del trumpismo e su quanto il passato politico americano continui a influenzare il presente, nonostante le apparenze di rottura e novità.

Di Admin

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