Donald Trump

Se le notizie delle ultime ore verranno confermate dai fatti, stiamo davvero assistendo a un “cappotto” geopolitico che sarà studiato nei libri di storia per molte generazioni a venire.

Non una semplice vittoria, non uno scacco matto momentaneo, ma una vera e propria ripresa totale del controllo, una dominazione strategica globale che cambierà gli equilibri mondiali in maniera profonda e duratura.

Donald Trump, etichettato da alcuni come il “pazzo”, ha messo in scena qualcosa di molto più raffinato e devastante rispetto alle semplici elezioni o decisioni politiche convenzionali.

Non ha vinto una semplice partita: ha fatto saltare il tavolo da gioco, si è preso tutto ciò che era sul mazzo – le fiches, i pezzi, persino il mobilio – e ha lasciato i suoi avversari senza nulla, a mani vuote, disorientati e sconfitti.

È stata una manovra attentamente pianificata, che si sviluppa come un capolavoro di strategia in 3D, un gioco che solo pochi veri maestri comprendono appieno.

Nel frattempo, mentre la nostra classe politica europea, sprezzantemente definita “leadershit” – e con piena ragione – passava anni a dibattere su “standard etici”, “energiewende” (la transizione energetica), e su quote rosa nelle commissioni, Trump e il suo team scavavano nel cuore pulsante dell’economia mondiale alla ricerca della vulnerabilità più cruciale: il costo dell’energia.

Quel costo è la chiave di volta su cui si regge l’intero sistema economico globale.

Da lì sono partite manovre chirurgiche, mirate a scardinare alleanze, a ricostruire riserve e rapporti di forza, a manipolare equilibri geopolitici con una freddezza e una lungimiranza degne di un maestro di scacchi come lo storico Mr. Spock.

L’elemento cardine di questa nuova strategia è stato il controllo dello Stretto di Hormuz.

Per decenni, l’Europa ha evitato di affrontare seriamente questa realtà geopolitica cruciale, incapace o riluttante a prendersi responsabilità di sicurezza energetica reale.

Trump, invece, ha ottenuto quello che l’Europa non ha mai osato nemmeno sognare: la sicurezza energetica globale alle sue condizioni.

Lo Stretto ora è “aperto per affari”, con la chiave della porta ben salda a Washington.

Xi Jinping, l’uomo forte della Cina, deve ora negoziare con Trump stesso per assicurarsi il passaggio delle navi mercantili che alimentano le industrie cinesi.

Questo sposta il centro del potere finanziario ed economico direttamente nella capitale Usa: il dollaro torna imperioso al centro della scena come unica valuta garantita dalla forza reale.

Nel mezzo di questo sconvolgimento, l’Europa si ritrova tragicamente in posizione patetica.

Mentre Trump rimetteva gli Stati Uniti al comando del mondo, la nostra classe dirigente si faceva abbindolare dalle sirene di Pechino, rifugiandosi in ipocrisie e illusioni ideologiche.

Mentre i leader europei andavano a Davos a farsi dettare la linea da visionari che sostengono di “non possedere nulla ed essere felici”, Trump si assicurava il petrolio, l’uranio e il controllo delle rotte globali dei mercati delle materie prime.

Una disparità di visione e concretezza che costerà cara all’Europa.

Incapaci di vedere la realtà o corrotti nel lasciar fare? La risposta è probabilmente un triste mix di entrambe le cose.

Abbiamo smantellato la nostra industria energetica e automobilistica – i pilastri della nostra economia –, abbiamo accettato bollette energetiche insostenibili, tutto per inseguire un’agenda climatica idealista ma priva di realismo, che ci ha resi schiavi delle forniture dalla Cina.

Ora la Cina ha i suoi problemi da affrontare, ma noi?

Noi rimaniamo impotenti, condannati a elemosinare margini di influenza, a chiedere pedissequamente trattamenti di favore che saranno sempre più rifiutati o condizionati.

Il recente incontro dei “volenterosi per Hormuz” si è rivelato come previsto: inutile, tardivo, ininfluente. Solo una ridicola dichiarazione di intenti che nessuno, nel concreto, prende minimamente in considerazione.

È l’ennesima dimostrazione di quanto l’Europa oggi sia solo un attore marginale nello scacchiere globale, una comparsa che si agita troppo tardi, quando il tempo delle grandi decisioni è passato.

Il tanto vituperato “pazzo” Trump ha riportato il dollaro sul trono mondiale, riaffermando la supremazia economica e geopolitica degli Stati Uniti, basata non su astrazioni fumose e moralismi da salotto, ma sulla forza reale del controllo strategico delle risorse essenziali per la vita delle nazioni: energia e trasporti globali.

I soloni autoreferenziali che si atteggiano a maestri di morale e ideologia restano invece a terra, con un pugno di mosche in mano, vittime del loro idealismo suicida che li ha trasformati nella barzelletta della partita geopolitica più importante del nostro tempo.

Il treno della sovranità globale è passato e l’Europa, distratta e impotente, era troppo occupata a contare i tappi di plastica o a discutere di politiche di facciata per accorgersi che il mondo stava cambiando proprietario.

Ora ci troviamo tutti di fronte a una nuova realtà: quella in cui il potere, la forza e la concretezza hanno di nuovo un volto, un nome, un indirizzo politico preciso.

Game, set, match.

La partita è finita e la storia giudicherà severamente chi ha saputo capire e agire, e chi invece ha perso l’occasione di una vita lasciando che altri riscrivessero le regole del gioco mondiale.

Di Admin

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