
In questi giorni, nel quadro internazionale sempre più complesso e teso, si moltiplicano gli appelli alla pace.
Le cancellerie lavorano instancabilmente, i mediatori intensificano i loro contatti, le dichiarazioni ufficiali si susseguono con l’obiettivo di trovare soluzioni che possano porre fine ai conflitti e alle sofferenze umane.
Tuttavia, dietro questo apparente fervore politico e diplomatico si cela un pregiudizio iniziale, spesso taciuto o eluso nelle discussioni pubbliche: la fragilità intrinseca di ogni negoziato quando manca il riconoscimento reciproco del diritto all’esistenza da parte delle parti coinvolte.

È proprio questa questione fondamentale – e irrisolta – a rendere ogni tentativo di pace precario, destinato a consumarsi senza lasciare risultati duraturi.
La domanda, semplice quanto cruciale, è questa: può esistere una pace reale se uno dei contendenti rifiuta di riconoscere il diritto all’esistenza dell’altro?
Non si tratta di un mero dibattito interpretativo o di un’opinione soggettiva, ma di una questione che emerge chiaramente dai documenti ufficiali e dalle linee politiche adottate dagli attori in gioco.
Prendiamo ad esempio l’Iran, la cui Costituzione all’articolo 154 stabilisce che lo Stato “sostiene la giusta lotta dei diseredati contro gli arroganti in ogni angolo del globo”, mentre il Preambolo proclama chiaramente la volontà di “continuare la rivoluzione all’interno e all’esterno del Paese”.
Questo non è soltanto un testo di principio: è la base politica su cui Teheran ha costruito, nel corso degli anni, un sistema di alleanze e influenze regionali che includono gruppi come Hezbollah.
Il loro statuto, risalente al 1985, non lascia spazio a interpretazioni: “La nostra lotta finirà solo quando questa entità [Israele] sarà eliminata” e “Noi non riconosciamo alcuna legittimità all’entità sionista” sono affermazioni nette, inequivocabili e fondative dell’ideologia di Hezbollah.
Sebbene nel 2009 il gruppo abbia rivisto il proprio linguaggio, non ha mai compiuto il passo decisivo di riconoscere lo Stato israeliano.
Questo solleva un interrogativo ineludibile: quell’obiettivo di eliminazione è stato abbandonato o semplicemente taciuto?
Se è stato abbandonato, perché non dirlo apertamente?
Se non lo è, di quale pace stiamo parlando?
Un discorso analogo vale per Hamas. Lo statuto originario del 1988 evocava senza mezzi termini la distruzione di Israele.
Nel 2017, il documento ufficiale ha attenuato i toni, ma ha lasciato intenzionalmente irrisolta la questione centrale del riconoscimento dello Stato israeliano.
Si tratta di un’ambiguità calcolata? Di un’evoluzione incompiuta?
In assenza di un’affermazione chiara e definitiva, qualsiasi processo di pace rimane instabile e suscettibile alle oscillazioni del rancore etnico e religioso che alimentano il conflitto israelo-palestinese.
Il progetto dei “due popoli, due Stati” – largamente considerato una possibile via per la pace – rischia così di naufragare nel vortice di questa ambiguità e rancore.
Anche gli Accordi di Abramo del 2020, che rappresentarono una promettente apertura verso la cooperazione tra Israele e alcuni paesi arabi, hanno subito un duro colpo con la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023, che ne ha brutalmente vanificato le prospettive di stabilità e dialogo.
Vi è poi un ulteriore elemento che pesa significativamente sullo scenario e contribuisce a complicare la ricerca di una pace sostenibile: la percezione e la valutazione asimmetrica della violenza.
Ogni qualvolta Israele colpisce obiettivi di Hezbollah in Libano o di Hamas nella Striscia di Gaza, si levano proteste, condanne, richiami al rispetto del diritto internazionale.
Ma dove sono le stesse reazioni, con pari veemenza, quando Hezbollah o Hamas lanciano razzi e missili contro città israeliane?
Questa disparità di giudizio, questa sorta di strabismo ideologico o selettività geopolitica, indebolisce la credibilità delle istanze di pace e rischia di alimentare ulteriormente il circolo vizioso della violenza e del risentimento.
Naturalmente, la guerra è sempre un dramma umano, una tragedia che nessuno dovrebbe mai accettare con indifferenza.
Tuttavia, una lettura imparziale e completa degli eventi e delle responsabilità è indispensabile per costruire una pace duratura.
Ignorare o minimizzare un lato della violenza, considerandolo meno grave o giustificato, non fa che aggravare la sfiducia reciproca e ostacolare il dialogo.
Le discussioni sulle radici storiche, sui diritti, sui torti subiti da entrambe le parti, seppur comprensibili nella loro profondità, rischiano di rimanere inconcludenti a livello pratico.
Sono temi validi per approfondimenti storici, filosofici o sociologici, ma non bastano da soli a promuovere progressi concreti sulla strada della pace.
C’è un dato oggettivo, inequivocabile, dal quale non si può prescindere: l’esistenza dello Stato d’Israele. Non è materia di opinione o di convinzione personale, ma una realtà geopolitica consolidata da oltre settant’anni.
Negarla o ignorarla non costituisce una posizione politica legittima né un atteggiamento razionale; al contrario, equivale a una fuga dalla realtà che preclude ogni possibilità di confronto costruttivo.
Chi sostiene la creazione di uno Stato palestinese “dal fiume al mare” dovrebbe rispondere a una domanda essenziale: cosa si propone di fare con i circa dieci milioni di israeliani che vivono oggi in quella terra?
La loro convivenza pacifica non può essere ignorata o cancellata con soluzioni radicali o negazioniste.
È necessario un realismo politico che consideri le esigenze, i diritti e la sicurezza di tutti i popoli coinvolti.
Alla luce di tutto ciò, prima di avviare qualsiasi negoziato, prima di sedersi a un tavolo di trattativa o di intavolare mediazioni internazionali, vi è una domanda imprescindibile che deve essere posta con rigore e chiarezza a tutti gli attori del conflitto: siete disposti a riconoscere, senza ambiguità né condizioni, il diritto all’esistenza dell’altro?
Da questa risposta dipenderà ogni possibile avanzamento verso una vera pace.
Finché tale risposta non sarà nitida e inequivocabile, qualsiasi processo di pace rischia di rimanere un esercizio formale o retorico.
Possono esserci tregue temporanee, cessate il fuoco momentanei, illusioni diplomatiche che alleviano qualche sofferenza nel breve termine, ma non potrà esserci quella pace autentica, stabile e duratura che tutti auspichiamo.
In conclusione, è dunque fondamentale abbandonare veti impliciti e pregiudizi iniziali, guardare con coraggio alla realtà e chiedere un impegno chiaro e sincero sul riconoscimento reciproco, premessa indispensabile per ogni sforzo di convivenza pacifica.
Solo così, forse, potremo trasformare gli appelli e le dichiarazioni in un cammino concreto verso un futuro di pace condivisa.
Fino ad allora, ogni trattativa rimarrà purtroppo un fragile ponte sospeso su un abisso di diffidenza e rancore, incapace di sorreggere il peso della storia e delle aspirazioni di due popoli.
