NON VI HA DATO NIENTE DI QUELLO CHE PENSATE!
Arriva spesso un comunista — non sempre la stessa persona, ma sempre lo stesso replicante che ripete a pappagallo le stesse cose — che, con il fervore di Savonarola o di Travaglio (ed è probabile che il secondo sia semplicemente una reincarnazione del primo), mi urla: «Eh, ma tu parli tanto contro il comunismo!

Ma senza il comunismo staresti molto peggio! Perché al comunismo tu devi…» e comincia un lungo elenco di conquiste che appartengono in realtà a Marco Pannella, ai radicali, agli anarchici e ai socialisti libertari — e di cui il comunismo si è appropriato postumamente, con la stessa disinvoltura con cui un parassita rivendica la salute dell’organismo che ha colonizzato.
Partiamo quindi dai fatti.
Se fosse per il comunismo — inteso come Partito Comunista Italiano — non avremmo né il divorzio né il diritto all’aborto, né la gran parte dei diritti civili del dopoguerra, a cui il PCI era esplicitamente e documentabilmente contrario.
Fu Pannella e il Partito Radicale a battersi per quelle battaglie, spesso contro l’opposizione congiunta di DC e PCI, uniti nel comune orrore per qualsiasi libertà individuale che sfuggisse al controllo delle rispettive chiese — quella cattolica e quella marxista-leninista.
Precisiamo subito una cosa: qui parliamo di marxismo e di partito comunista, non del concetto generico di “comunismo”, che è anteriore a Marx ed è già presente, in forme diverse, durante la Rivoluzione Francese.
La distinzione conta, perché serve a sgombrare il campo dall’equivoco sistematicamente coltivato dalla sinistra ortodossa: quello per cui tutto ciò che è progressista, emancipativo o solidale sarebbe per definizione “comunista”.
Non è così.
È esattamente il contrario.
Senza il marxismo come movimento organizzato, il mondo — e in particolare la sinistra — sarebbe quasi certamente un luogo più ricco, più plurale e più libero.
Il comunismo non ha arricchito la tradizione progressista: l’ha vampirizzata, normalizzata e infine impoverita.
Ha preso un ecosistema straordinariamente vitale e lo ha trasformato in un partito-chiesa con dogmi, scomuniche e orthodossia di linea.
Basta guardare al panorama della sinistra ottocentesca per capire cosa si è perso. L’Italia del tardo Ottocento era un laboratorio politico di rara effervescenza: i fasci siciliani — movimento contadino autonomo, radicato, privo di centralismo burocratico — rappresentavano una forma di auto-organizzazione dal basso che non aveva bisogno di direttive romane o moscovite.
L’Emilia Romagna costruiva cooperative, mutue, reti di solidarietà concreta. Il femminismo socialista di Rosa Luxemburg e di Emma Goldman era un pensiero vivo, conflittuale, refrattario a qualsiasi ortodossia — non la declinazione in rosa di una linea di partito stabilita da uomini in giacca e cravatta a Mosca.
Il Primo Maggio stesso — che oggi viene celebrato come festa comunista — nasce da una strage di anarchici a Chicago nel 1886, non da un congresso marxista.
Persino le conquiste sociali del Novecento più comunemente attribuite alla sinistra hanno spesso altre paternità: il New Deal americano, per esempio, non fu una conquista del movimento comunista, ma una risposta riformista del capitalismo democratico alla Grande Depressione — una risposta che il Partito Comunista Americano, seguendo la linea del Comintern, inizialmente osteggiò, bollando Roosevelt come “social-fascista”.
Al comunismo, dunque, cosa dobbiamo davvero? Dobbiamo lo spegnimento del pluralismo a sinistra.
Dobbiamo la sistematica sovrapposizione del termine “comunista” con l’intera tradizione progressista, operazione che ha permesso di appropriarsi di tutto il patrimonio simbolico della sinistra storica cancellandone le radici non marxiste.
Dobbiamo la rimozione metodica — dai libri di storia, dalla memoria collettiva, dal senso comune — di anarchici, sindacalisti rivoluzionari, socialisti libertari, riformisti, radicali: tutto ciò che non si piegava alla disciplina di partito veniva espunto, ridicolizzato o direttamente eliminato, a volte in senso letterale.
Il risultato è la sinistra che abbiamo oggi: centralista, conformista, gregaria, strutturalmente incapace di pensiero autonomo.
Una sinistra abituata a ragionare per leadership e per dottrina, che sostituisce l’analisi con il tifo e la critica con l’eresia.
Una sinistra che non ha ereditato la vitalità dell’Ottocento, ma la sua versione imbalsamata: il mausoleo al posto del movimento, la liturgia al posto della politica.
Il comunismo non vi ha dato la libertà. Ve l’ha tolta — e poi vi ha convinto che senza di lui non avreste saputo cosa farvene.
—
Ecco, cari amici, la realtà dietro il velo rosso: quel mondo che vi dipingono come un paradiso di conquiste sociali, in realtà somiglia più a un gigantesco gioco dell’oca dove ogni casella progressista è stata conquistata dagli anarchici, dai radicali, dalle donne coraggiose e dai socialisti non ortodossi.
E voi, ancora, continuate a incensare quel partito che ha fatto del pensiero unico la sua bandiera.
Ma non disperate! Perché sotto quella crosta dura, la storia pulsa ancora: basta solo ascoltarla e riscoprire le eroine e gli eroi dimenticati che hanno combattuto davvero per la vostra libertà. E a quei veri battitori, lunga vita e onore!


