Benché non sia ebreo, Erri De Luca sta vivendo in queste ore un’onta che è al contempo sbalorditiva e agghiacciante: la quantità e la violenza degli insulti antisemiti che gli vengono rivolti.

A lui va tutta la mia più sentita solidarietà, ma anche una riflessione profonda che attraversa il tessuto stesso della nostra società e delle dinamiche dell’antisemitismo contemporaneo.

Ma cosa gli viene detto esattamente?

Gli viene attribuito un successo immeritato, come se la sua posizione nel mondo culturale italiano fosse il frutto di un sostegno occulto e ingiustificato: “sei lì dove sei perché sostenuto dal potere ebraico”.

Lo accusano di essere una persona senza valore e di aver acquisito fama e riconoscimento solo grazie agli appoggi di una fantomatica “lobby sionista”, come se fosse un parassita che vive alle spalle degli altri, un “cùpido” da disprezzare.

Questi insulti non sono nuovi nel contenuto, perché riproducono stereotipi antisemiti storici che un tempo venivano riservati esclusivamente agli ebrei.

Oggi però a subirli è lui, nonostante non sia ebreo, ma proprio per quel motivo, perché ha scelto di schierarsi con la propria coscienza su un tema tanto complesso quanto infuocato.

La ragione di tutto questo accanimento è semplice e drammatica.

Erri De Luca, scrittore di sinistra e di formazione cattolica – un intellettuale italiano con anni di carriera alle spalle –, ha preso posizione pubblica sul conflitto israelo-palestinese.

Ha scelto di criticare il palestinismo e di affermare che la realtà non può essere ridotta a uno scontro bianco o nero tra opposti, ma va letta nella sua complessità.

Per questa scelta, è stato sommerso da un mare di insulti feroci.

Addirittura, chi lo attacca più ferocemente lo ha trasformato, in modo paradossale e per motivi strumentali, nel “portavoce ebreo” da odiare, da delegittimare, da ridicolizzare: una vera e propria operazione di mistificazione che cela la natura di certi discorsi di odio.

Questo episodio, al di là del singolo caso, racconta molto sull’antisemitismo che si manifesta oggi.

Se ieri l’antisemita attaccava gli ebrei esclusivamente perché ebrei – “sei ebreo, quindi sei cattivo” – oggi la strategia è cambiata, ma la sostanza resta la stessa. È stata creata e utilizzata una nuova parola-chiave: “sionista”.

Il “sionista” viene trasformato in un insulto universale che trascende l’identità etnica o religiosa.

Non è più necessario essere ebrei per essere bersaglio di accuse, diffamazioni, aggressioni verbali; basta essere considerati “sionisti”, ovvero chiunque non condanni Israele a prescindere, chiunque difenda il diritto di Israele a esistere, chiunque non ceda alla narrazione unilaterale del palestinismo.

La linea d’attacco si amplia dunque enormemente, includendo anche persone non ebree, ma non conformi al dogma dominante. Come Erri De Luca.

In questo contesto, la figura di De Luca assume ancora più valore e significato.

Egli merita non solo la nostra solidarietà, ma anche la nostra stima più sincera.

Perché viviamo in un mondo culturale italiano che sembra aver abdicato al proprio dovere di critica e di approfondimento: intellettuali silenziosi per paura di essere attaccati o isolati, scrittori che si adeguano alle correnti dominanti per non perdere lettori, giornalisti che si limitano a ripetere slogan per non inimicarsi nessuno.

In un simile scenario, avere il coraggio di dire la propria opinione, anche a costo di scontrarsi con chi vorrebbe zittirti, è un atto di grande dignità morale e intellettuale.

De Luca ha rotto quel silenzio, ha sfidato la censura del politicamente corretto contemporaneo e ha accettato di subire insulti e offese pur di non tradire se stesso e la propria visione.

Questo è un gesto che ha bisogno di essere riconosciuto e valorizzato, perché testimonia che è possibile, ancora oggi, parlare con onestà e indipendenza in un clima spesso ostile.

A lui va dunque tutta la mia vicinanza e solidarietà.

E a coloro che lo insultano, che si armano degli stessi pregiudizi e degli stereotipi antisemiti che affermano di combattere, voglio rivolgere un invito urgente e necessario: guardatevi allo specchio e riflettete con serietà.

L’antisemitismo contemporaneo non è più quello urlato da bande neonaziste ai margini della società; si nasconde con astuzia dietro termini come “potere ebraico”, “lobby sionista”, “complotto mediatico”.

Sono parole che mascherano lo stesso odio, identico negli effetti e nelle conseguenze.

Chi le usa con leggerezza o malafede si pone dalla parte sbagliata della storia, contribuendo a perpetuare una discriminazione ancestrale che deve essere combattuta con fermezza e consapevolezza.

Se vogliamo costruire un futuro di rispetto, conoscenza e convivenza, dobbiamo riconoscere e denunciare tutte le forme di antisemitismo, vecchie e nuove.

Dobbiamo contrastare la loro diffusione, ma anche capire fino in fondo cosa nascondano questi atteggiamenti e come proteggere il dibattito culturale da narrazioni manipolatorie e violente.

Erri De Luca, con il suo coraggio e la sua coerenza, ci offre un esempio luminoso: mostra come sia possibile resistere, parlare, e far sentire la propria voce anche quando è scomoda.

A lui va il mio grazie e un incoraggiamento a proseguire nella sua battaglia intellettuale, senza lasciarsi piegare dall’odio.

E a noi tutti il compito di ascoltare, riflettere e agire per un’Italia più libera, giusta e rispettosa delle diversità.

Di Admin

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