Il tramonto del “campo largo” nel teatrino della politica italiana.

La tornata elettorale amministrativa che doveva consacrare il mitico “campo largo” come unica forza capace di spazzare via Giorgia Meloni si è trasformata in una beffa di proporzioni epiche.
Le ambizioni di Elly Schlein e Giuseppe Conte, rinvigorite dal trionfo referendario – o per meglio dire dal decreto Gratteri con il supporto dell’ANM che ha garantito l’immobilismo più totale – sono state schiantate contro la dura realtà delle urne.
Quella stessa realtà che ha visto gli italiani votare con la testa e non con i sondaggi pilotati o le chiacchiere da salotto.
E così il centro-sinistra è subito corso a rivedere le sue previsioni, saltando sul carro del vincitore come sempre accade nel nostro teatro politico. Venezia, la città che doveva essere la tomba di Meloni, si è invece rivelata la pietra tombale delle illusioni di Schlein e Conte.
Il dramma è partito con quella che sarebbe stata la miccia perfetta: la cacciata della “bacchetta nera” Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice – un episodio che ha fatto sbrodolare di gioia tutta l’intellighenzia sinistrorsa, felice di poter certificare l’incapacità della destra nel governare cultura e politica.
Si è poi aggiunta la lite tra il “siculo-musulmano” Pietrangelo Buttafuoco e il ministro con i basettoni Alessandro Giuli sull’invito ai russi per la Biennale, altra pietra miliare dell’alto dibattito culturale che ha riempito di vigore e speranza il campo largo.
Eccolo allora il nome che doveva segnare la svolta: Andrea Martella, candidato scelto a tavolino da Schlein, fresco reduce di quattro legislature parlamentari e noto esponente della corrente di Andrea Orlando, colui che regalò la Liguria alla destra.
Ma ahimè Venezia – La Laguna le calli i turisti ed i residenti lo hanno girato dall’altra parte.
Martella era un perfetto sconosciuto per i veneziani impegnato più nella politica romana che nel dialogo con le comunità lagunari; al contrario Simone Venturini candidato del centrodestra era un volto noto veterano con dodici anni d’esperienza come assessore nella giunta Brugnaro presenza costante tra Mestre Marghera Favaro luoghi popolati da 150000 abitanti spoiler non frequentano né Biennale né Fenice quei veneziani più concreti meno interessati agli sgomitamenti culturali hanno votato massicciamente Venturini.
Se Schlein avesse avuto qualche briciolo d’intuito politico ma stiamo scherzando?
avrebbe evitato d’affidare una città così complessa a un “residuato bellico” del vecchio apparato ex PCI.
Lo stesso Massimo Cacciari filosofo fine osservatore del panorama politico aveva già sintetizzato l’ingombrante figura di Martella in modo impietoso: “Un giovane vecchio eterno numero due o tre alla corte prima di Veltroni poi Bersani infine Orlando sembra difficile creare entusiasmo elettorale con questo curriculum da comprimario.”
Non mancano poi i voti di “confidenza” del mondo imprenditoriale locale: Silvio Campara, amministratore delegato della Golden Goose – la più grande azienda della zona – poche settimane fa ha dichiarato in un evento pubblico, con la schiettezza che solo un manager può permettersi, “Se non vince Venturini lo assumo io, è troppo bravo.”
Un endorsement che parla da solo.
A far da contorno alla disfatta veneziana, è arrivata anche la batosta di Salerno per la segretaria del PD: Vincenzo De Luca, bollato come “cacicco” proprio dalla stessa Schlein, ha trionfato con netto distacco smentendo in maniera fragorosa quel partito che gli aveva negato il simbolo nel cartello elettorale.
È il caso di dire che il “governatore” campano ha in mente di trasformare la sua città in un piccolo Montecarlo e non sorprenderebbe se Jannik Sinner diventasse presto cittadino salernitano tanto per mettere un altro tassello su questa nuova cartina politica italiana.
Così facendo le ambizioni agitate da Conte e Schlein si infrangono irrimediabilmente; la loro strategia di campo largo tanto sbandierata e già vista come l’anticamera della disfatta meloniana si è sgonfiata miseramente proprio nella città che doveva essere il suo fiore all’occhiello.
Tra candidati impresentabili intellettualismi da salotto e una leadership distante dalle esigenze degli elettori il k.o. è servito. Venezia dunque non è solo una cartina geografica sullo scacchiere politico italiano: è diventata il simbolo di come la sinistra italiana continui a inciampare su se stessa incapace di leggere con onestà e lucidità quello che raccontano i voti e la gente.
Il campo largo si rivela così per quello che è: un tentativo dilettantesco di mantenere uno status quo che ormai scricchiola senza reale capacità di cambiamento e lontano anni luce dalla concretezza che richiede la politica di oggi.
E tuttavia c’è da scommettere che nonostante questa umiliante sconfitta a Venezia e altrove Schlein continuerà a cantare vittoria e Conte a promettere rinascite: dopotutto il teatro italiano è uno spettacolo che non conosce fine e i protagonisti pur maldestri continuano a recitare la loro parte.
Resta solo da vedere quanto durerà il pubblico. In conclusione se il campo largo voleva prendersi Venezia per dare uno smacco alla destra meloniana si è trovato invece a perdere la città il consenso e cosa forse peggiore la credibilità.
E questo non è solo triste ma tragico.
