“Sfilo anch’io”, “No tu no”. Se sei ebreo e non hai denunciato il (presunto) genocidio a Gaza e preso le distanze dal governo Netanyahu.

Il paradosso di cui parliamo è sicuramente uno di quei gioielli di ipocrisia che lasciano davvero senza parole, o meglio, con la bocca spalancata per lo stupore.
Immaginate la scena: da un lato abbiamo una narrativa granitica e moralista che si batte fieramente per i diritti umani, l’inclusività a ogni costo, la difesa dei più vulnerabili; dall’altro, invece, un silenzio tombale, un’imbarazzante assenza di parola su alcuni temi che, a ben guardare, dovrebbero stare in cima all’agenda progressista.
Parlo, ovviamente, della repressione degli omosessuali in Palestina, in Iran, nella Russia putiniana e in gran parte dell’Africa e del Medio Oriente.
Eh sì, perché la sinistra “woke” – quella stessa che ci spiega ogni giorno come dobbiamo pensare, sentirci e comportarci per essere “progressisti” doc – sembra avere un’interessante selezione di indignazioni: c’è chi urla al razzismo e all’odio a ogni piè sospinto, ma se gli dici che in certi paesi i diritti degli omosessuali sono letteralmente calpestati, con leggi, torture e persino esecuzioni, ti guarda con aria stranita come se tu stessi parlando di un argomento alieno, scomodo, di cui è meglio non parlare.
Sì, proprio così, in nome di una inclusività di facciata, che deve necessariamente evitare di disturbare la linearità di una narrazione falsa e comodamente confezionata.
Caso emblematico: Keshet, l’organizzazione che rappresenta gli omosessuali ebrei italiani, ha subito il divieto di partecipare al Roma Pride con il proprio carro. Il motivo?
Secondo gli organizzatori del Pride, Keshet non avrebbe condannato “abbastanza” Israele.
Strabiliante, non trovate?
Ma noi non abbiamo mai sentito nessuno chiedere esplicitamente a chi è dalla parte palestinese – tantomeno alle fazioni armate come Hamas, notoriamente nemiche giurate della comunità LGBTQ+ – di fare altrettanto, cioè di condannare la repressione di cui sono responsabili nei confronti degli omosessuali.
E quindi eccoci qua, a confrontarci con un doppio binario morale che non si smentisce mai: la condanna deve esserci, ma solo quando fa comodo, solo se si allinea alla retorica ufficiale, quella che vuole tutto molto semplice, diviso tra buoni e cattivi a seconda del colore politico.
La realtà, però, è molto più complessa, e soprattutto molto meno “woke” di quanto ci piaccia pensare.
L’inclusività, insomma, diventa un’etichetta da appiccicare dove serve, mentre vengano ignorate sistematicamente le voci e le sofferenze più scomode.
È come se ci fosse una lista nera delle cause da sostenere, una censura implicita che vieta di spostare l’attenzione dalle tematiche gradite.
E così, mentre si pontifica a colpi di hashtag e slogan, sul terreno reale dei diritti civili almeno in certi contesti si continua a chiudere un occhio, addirittura si preferisce lasciare fuori chi cerca di portare avanti una battaglia autentica per la libertà e l’uguaglianza.
Perché, badate bene, nel mondo “woke” non tutto è uguale: alcune oppressioni valgono più di altre, dipende tutto dall’allineamento politico e dalla cornice narrativa.
Insomma, se volete fare la rivoluzione inclusiva, partite dal principio che tutti i diritti devono essere difesi ovunque e sempre. Altrimenti rischiate solo di diventare protagonisti di una farsa tragicomica, dove la coerenza è un optional e la giustizia un privilegio riservato a pochi prescelti.
E questo è un vero peccato, perché alla fine chi ne paga le conseguenze sono sempre le persone più fragili, quelle che dovrebbero avere la nostra solidarietà più convinta, non il rifiuto o peggio ancora il silenzio complice.
