Vorrei far notare un’altra cosa.

Una di quelle piccole, quasi insignificanti, ma che rivelano molto sulla distorsione del dibattito italiano contemporaneo.

Sì, proprio quel dibattito in cui ci ritroviamo tutti, ogni santo giorno, a sentir parlare – o meglio, a leggere gridare – giovani (e meno giovani) che si autodefiniscono “palestinesi”, pur essendo nati e cresciuti in Italia.

Per non parlare poi di quei buffi dettagli come l’accento romano, emiliano, torinese o fiorentino, gli studi fatti qui, gli amici italiani, la cittadinanza italiana in tasca…

Ma niente, niente di tutto questo sembra bastare: loro sono “palestinesi”.

Come se “palestinese” fosse un’etnia ancestrale da tramandare di generazione in generazione come fosse un segreto famigliare. Oh, ma aspetta un attimo!

Qui casca l’asino (e la verità, naturalmente).

“Palestinese” non è un’etnia, cari amici: è una nazionalità politica, un’identità nazionale più complessa e sfumata di quanto si voglia ammettere.

Ma, evidentemente, questa sottigliezza sfugge a molti.

Il grosso di chi si reclama “palestinese” nelle nostre piazze o sui social non è nato né in Giudea e Samaria né a Gaza.

No, no.

Spesso vengono da Giordania, Israele, Libano, Siria, o persino proprio dall’Italia – sì, proprio qui.

E attenzione: i loro genitori hanno vissuto altrove, e i nonni anche, magari in luoghi che con la Palestina hanno davvero poco a che fare.

La connessione col Mandato di Palestina?

Secondo alcuni, mitologica, per usare un eufemismo.

Facciamo un esempio concreto, giusto per non restare nel vago: Rula Jebreal.

Giornalista, scrittrice, opinionista, spesso definita “palestinese” e che si definisce tale.

Ma se andiamo a vedere i fatti, c’è altro da scoprire.

Rula Jebreal è nata a Haifa – per chi non lo sapesse, città israeliana, non palestinese.

Ha vissuto a Gerusalemme, ha studiato in Israele e sul passaporto – sia quello israeliano originario o il s liuccessivo italiano – non c’è nessuna dicitura “Palestina”.

Per la cronaca, la Palestina come Stato non esiste.

Rula Jebreal è una araba israeliana, cittadina dello Stato di Israele, punto.

Niente di più, niente di meno.

Naturalmente, Rula Jebreal può parlare quanto vuole, criticare Israele, sostenere la causa palestinese – è un suo diritto sacrosanto.

Ma cambiare i fatti?

Eh no, quelli restano

. È nata in Israele, da genitori israeliani e ha usufruito dei diritti garantiti dallo Stato di Israele ai suoi cittadini arabi, che si contano in milioni – e che possono ben sognare i palestinesi sotto Hamas o l’Autorità Nazionale Palestinese.

Definirsi “palestinese”, per lei come per molti altri, è una rivendicazione politica, una scelta identitaria, non una descrizione oggettiva.

È una negazione della legittimità di Israele camuffata da orgoglio nazionale, e guai a toccarla.

E non caschiamo nell’errore di pensare che sia solo un problema di Rula Jebreal.

No, è un problema generalizzato, sistemico.

Quando un ragazzo nato a Milano da genitori giordani si definisce “palestinese”, si sta raccontando una storia, una narrazione politica.

Non è un dato di fatto, è una costruzione identitaria con chiari obiettivi di rappresentanza e rottura.

E la narrativa – ripetuta abbastanza volte, da abbastanza persone, con enfasi e passione – diventa una “verità” condivisa, sebbene lontana dalla realtà.

La verità è che la maggior parte di coloro che oggi si chiamano “palestinesi” qui in Italia non hanno mai messo piede a Gaza, né Ramallah, né nelle terre che dovrebbero rappresentare.

Hanno vissuto in Italia, o in Giordania, o in Israele, in condizioni sociali spesso ben più agiate dei veri palestinesi perseguitati.

Un privilegio, un lusso senza chiedere mai alcun conto.

Ed è su questo paradosso che bisognerebbe riflettere.

Non sto dicendo che non possano essere solidali o critici verso Israele, anzi.

Dico solo che appropriarsi di un’identità altrui – soprattutto se strumentale, se serve a rafforzare le proprie parole, se viene usata per troncare il dibattito (“sono palestinese, quindi so io come stanno le cose”) – è manipolazione.

E va smascherata, senza paura.

Perché arriviamo al punto: se sei nato a Milano, hai studiato a Milano, parli milanese, vivi a Milano da tre generazioni, scusa ma non sei “palestinese”.

Non sei “arabo”.

E se hai qualcosa da dire sulla questione mediorientale, dillo pure, ma non nasconderti dietro una bandiera che non ti appartiene.

Quella bandiera non ti rende né più autorevole, né un martire.

Ti rende solo un abile narratore di storie altrui.

E allora, caro dibattito italiano, prima di lasciarci trascinare dalle emozioni e dalle etichette preconfezionate, riflettiamo un po’ di più su cosa stiamo veramente sostenendo.

Altrimenti rischiamo di confondere realtà e racconto, verità e finzione, orgoglio e mistificazione, e questo non fa bene a nessuno, né a chi parla, né a chi ascolta.

Di Admin

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