
L’obiezione “Ma anche gli italiani delinquono” è insopportabile, perché distorce completamente la realtà e svia il discorso da un tema che merita approfondimento e rispetto.
È una risposta che spesso emerge in contesti di discussione sull’immigrazione, come se il fatto che alcuni cittadini italiani compiano reati giustificasse o sminuisse i problemi legati all’ingresso di individui stranieri irregolari o criminali.
Ma questa obiezione è non solo fastidiosa, ma priva di senso logico e morale.
A maggior ragione quando si tratta di dibattere sul diritto di una nazione a difendere il proprio territorio, la propria sicurezza e la propria identità culturale.
Bisogna partire innanzitutto da un punto: nessun paese desidera “importare criminali” dall’estero.
L’idea stessa che una nazione voglia accogliere immigrati a prescindere senza alcuna selezione o criterio è una menzogna diffusa e dannosa.
Ogni Stato ha il diritto e il dovere di decidere chi entra e chi può restare, valutando attentamente aspetti vitali come il curriculum professionale e soprattutto la fedina penale dei candidati all’ingresso.
Questo è un principio di autodeterminazione legittimo e sacrosanto, che riguarda la sicurezza dei cittadini, la coesione sociale e il benessere generale.

Lo fanno tutti i paesi, in Italia invece i delinquenti del mondo sono tutelati come “risorse portatori di kultura” e sono più tutelati delle vittime e in certi casi persino risarciti per aver rubato.
Cosa aspettano a cambiare o modificare le leggi ?!
Ribadire che “anche gli italiani delinquono” non aiuta a comprendere le sfide legate all’immigrazione, ma finisce per legittimare una sorta di rassegnazione passiva, quasi a dire: “tanto la criminalità c’è già, quindi perché preoccuparsi di chi viene da fuori?”
Questa è una trappola retorica che impedisce un dibattito serio e costruttivo, in cui si possano trovare soluzioni efficaci per migliorare la convivenza tra persone di culture diverse, nel rispetto reciproco e nella legalità.

Inoltre, bisogna riconoscere la differenza tra fenomeni criminali autoctoni e quelli legati a un’immigrazione incontrollata o irregolare.
Il problema non è l’essere straniero in sé, o la presenza di stranieri in una comunità, ma la mancanza di regole stringenti per la selezione degli ingressi.
Se uno Stato permette che vengano accolti individui senza verifiche accurate, metterà a rischio la sicurezza pubblica, alimentando tensioni sociali e darebbe spazio a chiunque, anche a chi ha precedenti penali gravi.
È quindi fondamentale chiarire che non esiste alcuna equivalenza tra “italiani che delinquono” e “stranieri criminali importati”. Si tratta di due fenomeni distinti, che vanno affrontati ciascuno con le proprie strategie specifiche.
Combattere la criminalità interna richiede politiche di prevenzione, educazione, riforma del sistema giudiziario e sociale; gestire l’immigrazione, invece, impone l’adozione di criteri rigidi di selezione, controlli efficaci alle frontiere e politiche di integrazione mirate.
La difesa della propria terra, delle proprie tradizioni e della propria sicurezza non è xenofobia, ma un diritto naturale di ogni popolo.
Non si tratta di chiudere le porte indiscriminatamente, bensì di aprirle responsabilmente a chi può portare valore aggiunto alla società.
Selezionare significa valorizzare il talento, l’impegno e la correttezza morale di chi arriva, contribuendo così a costruire comunità più forti e coese.
In conclusione, il refrain facile e superficiale “ma anche gli italiani delinquono” è un modo comodo di evitare il confronto su temi complessi e delicati.
È invece necessario che ogni cittadino si faccia carico di un dibattito serio, fondato sui fatti e sulle evidenze, che riconosca il diritto di uno Stato a tutelare sé stesso e i propri cittadini, accogliendo solo chi dimostra di voler rispettare le regole e contribuire positivamente alla società.
Solo così si potrà costruire un futuro di convivenza pacifica e prospera, rispettando la dignità di tutti e la sicurezza collettiva.
