
Negli intricati meandri della politica italiana, la previsione è diventata un’arte tanto raffinata quanto impietosa.
Luigi Bisignani, il celebre veggente dell’arena comunicativa vaticana, ci ha regalato l’ennesima lezione di preveggenza, anticipando con due settimane d’anticipo l’esito del vertice sulla comunicazione in Santa Sede.
Un successo che, se non altro, lo pone a fianco dei grandi profeti moderni, quelli che leggono il futuro come fossero davanti al telegiornale serale.
Ma non è soltanto Bisignani a segnare i tempi: il nostro giornale aveva già messo sull’avviso gli scommettitori della politica da marzo, segnalando l’ascesa del mitico «partito del pareggio», o per i più romantici, il «partito della palude».
Ebbene sì, quell’aggregato indefinito, quell’epitome del compromesso quasi tecnico che potrebbe farci compagnia per tutta la legislatura fino al fatidico 2027.
Ricordate quei giorni post-referendum?
Quando la sinistra, energica e strafottente, si pavoneggiava come il leone che credeva di celare nel sottobosco una preda abbattuta?
Sembrava che le politiche imminenti fossero un terreno arato a loro favore, che potessero addirittura prendere «tutta la posta in palio» con la regolarità di un gioco da tavolo.
In quell’illusione dorata, il confronto sembrava ridursi a un duello epico tra Elly Schlein, la nuova eroina del progressismo, e Giuseppe Conte, l’uomo che ha rimodellato i contorni della sinistra italiana come un demiurgo stanco ma determinato.
Il quadro era dunque semplice: o vittoria netta (per uno dei due) o nulla di fatto.
Ed invece, come spesso accade nelle cronache politiche del Belpaese, i sogni si sono scontrati con quella fastidiosa entità chiamata realtà.
I sondaggi, quei freddi calcolatori della verità popolare, hanno fatto il loro sporco lavoro riportando tutti – anche gli ottimisti più ferventi – dal paradiso delle illusioni a terra, in quella palude di incertezza e mediocrità dove prosperano appunto i nostri beniamini del «non vincere ma nemmeno perdere».
L’idea di un trionfo schiacciante è così evaporata come rugiada sotto il sole di agosto.
Ecco quindi che la sinistra, di nuovo, si aggrappa ai salami degli scenari peggiori: meglio un risultato confuso, un pasticcio parlamentare in cui nessuno possa gridare vittoria, un ingarbugliato «pari e patta» che renda necessario mettere mano a una soluzione semitecnica, magari affidata a qualche tavolo nascosto – dove si discute con toni sommessi e sigarette sempre accese – fino al momento in cui qualcuno potrà dire «abbiamo trovato un accordo».
Insomma, benvenuti nel regno del compromesso – o del compromesso eterno –, la vera casa madre della politica italiana moderna.
Il «partito della palude» non è una mera invenzione giornalistica, ma un fenomeno culturale e politico che riflette la paura atavica del rischio e della svolta reale.
La tentazione di evitare il confronto duro, di rimandare decisioni difficili e di mantenere uno status quo incerto ma tollerabile è talmente forte che diventa esso stesso una strategia.
È il famoso «meglio un cane vivo che un leone morto», dove la vita politica si traduce in una lenta digressione verso l’immobilità apparente.
E per coloro che pensavano che la sinistra potesse veramente rischiare tutto, mettere sul piatto idee radicali, e giocare una partita franca e aperta, ecco che arriva la doccia fredda: dietro l’apparente dinamismo delle candidature, dietro il clamore delle dichiarazioni, si muove una forza assai più banale e prevedibile, quella dell’evitare la sconfitta a tutti i costi, anche se questo significa abbracciare con affetto il fratello gemello dell’immobilismo: il pareggio.
Insomma, cari lettori, prepariamoci a un 2027 all’insegna del «più o meno», del «né carne né pesce», del «poco fumo e niente arrosto».
Un tempo in cui le sorprese saranno poche e le rincorse infinite, dove l’arte del compromesso sarà elevata a sistema e dove Luigi Bisignani potrà forse anticipare con puntualità chirurgica anche il nome del prossimo ministro dell’Incertezza.
Nel frattempo, godiamoci questo spettacolo triste e divertente allo stesso tempo, con la consapevolezza che, in fondo, tutto ciò che vediamo non è poi così diverso da un grande, epico nulla di fatto.
