Un uomo con barba grigia in abito scuro saluta mentre esce da un'auto nera, circondato da alcune persone e agenti di sicurezza.

Mentre in Europa le sinistre si schierano senza esitazioni contro i paesi che si dichiarano “sovranisti”, evidenziando una contrapposizione netta tra globalismo e nazionalismo, emerge un curioso paradosso che spesso sfugge all’attenzione dei più: il loro mito sudamericano, Lula da Silva, leader storico della sinistra brasiliana, è ormai un simbolo di ipocrisia e decadenza politica.

Dietro la facciata idealizzata e politicamente corretta del paladino della “soberanía” – la sovranità nazionale – si cela un quadro ben diverso, fatto di scandali, condanne e una rete opaca di alleanze con organizzazioni criminali che dominano vaste aree del Brasile.

Lula, fino a pochi anni fa osannato come il grande campione dei poveri e delle classi subalterne, oggi appare letteralmente “putrefatto” sotto il peso delle accuse di corruzione e malgoverno.

La sua figura, lontana dall’essere un esempio di buona politica, rischia di diventare un monito sulla fragilità e sui limiti dei caudillos latinoamericani, quei leader carismatici ma incapaci di garantire una reale emancipazione dei loro popoli.

Nonostante i numerosi scandali che hanno coinvolto lui e il suo entourage, il presidente brasiliano continua a sfruttare abilmente lo strumento retorico della difesa della sovranità nazionale agitando uno slogan che suona ormai stucchevole e strumentale: tutelare la “soberanía” del Brasile non significa altro che mantenere intatto il suo potere e proteggere interessi criminali radicati strettamente legati alla sinistra lulista.

Questo scenario se osservato da un’ottica europea rende ancora più sconcertante il silenzio delle forze politiche di sinistra qui le quali condannano senza remore ogni tentativo di sovranismo nazionale salvo poi chiudere gli occhi di fronte al culto e all’adorazione incondizionata per una figura politica come Lula.

Due persone scrivono su un autobus decorato con un grande volto di Donald Trump, mentre indossano cappelli rossi con il logo di Trump.

Nel Vecchio Continente infatti il sovranismo è demonizzato assimilato a una minaccia fascista populista o reazionaria mentre in Sudamerica esso viene utilizzato come scudo protettivo per coprire interessi tutt’altro che nobili.

La realtà brasiliana con Lula è dunque un perfetto esempio del doppio standard che caratterizza molte forze di sinistra in Europa.

Da una parte si proclamano campioni dell’internazionalismo e della solidarietà tra popoli dall’altra accettano senza riserve e senza alcuna critica una versione distorta di sovranismo quando questo serve ai loro amici politici e alle loro strategie di potere.

È questa ambiguità che alimenta la sfiducia crescente verso ogni forma di progetto politico che si definisca di sinistra: perché manca una coerenza di fondo un’impostazione etica pragmatica che superi il mero calcolo elettorale.

La difesa della sovranità, se intesa come protezione della capacità di autodeterminazione di un popolo e della sua dignità, dovrebbe essere uno strumento universale e trasparente, libero da interessi personali o faziosi.

Invece, assistiamo in Brasile a una sovranità usata come arma per garantire l’impunità di organizzazioni criminali e consolidare rapporti di potere corrotti che non hanno nulla a che fare con il bene comune.

Il ruolo della sinistra lulista non è quindi quello di difendere i diritti delle classi più svantaggiate ma mantenere un sistema di potere clientelare che prolunga il blocco dei problemi strutturali del paese.

In questo contesto, il mito del “caudillo perfetto”, tipico di molte epoche e riflesso dei meccanismi politici latinoamericani, si rivela un inganno per i cittadini brasiliani e per tutti coloro che guardano a Lula con speranza.

Non è possibile costruire una società più giusta e libera affidandosi a leader che difendono più gli interessi delle proprie clientele che quelli della collettività.

Eppure questa realtà scomoda e spesso nascosta rimane poco discussa nei dibattiti europei dominati da posizioni ideologiche rigide incapaci di analizzare criticamente quelle dinamiche internazionali così complesse e stratificate.

In conclusione, il caso Lula è un avvertimento per tutti: la sovranità non può essere usata come scusa per la corruzione e il cattivo governo, né come strumento di potere per il suo stesso fine.

La sinistra europea se vuole mantenere credibilità e ruolo guida nelle future sfide politiche dovrebbe interrogarsi seriamente sul proprio atteggiamento ambivalente e sulle conseguenze di questa difesa acritica dei “miti” sudamericani.

Solo attraverso una posizione corretta basata sui principi della giustizia sociale e della trasparenza sarà possibile costruire un’alternativa valida credibile sia in Europa che oltre oceano.

Di Admin

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