
Tutto questo agitarsi all’inseguimento di un mitico “centro” come “alternativa” vera alla sinistra arcobaleno e alla destra è, francamente, uno spettacolo comico che meriterebbe un premio.
Un po’ come vedere gatti rincorrere la coda o cani inseguire il proprio riflesso.
Siamo nel 2026 e ancora si crede che mettere insieme un calderone di volti stanchi e di nomi più o meno altisonanti possa generare quella scintilla magica capace di scalzare il Governo Meloni o di risvegliare quel 50% di elettorato dormiente che ha deciso di rinunciare a votare.
Ma, per favore, non siamo bambini.
Ecco il copione: qualche furbetto, quello più abile con l’arte del compromesso e del trasformismo, spunta fuori per garantirsi uno sgabello in Parlamento o, se va bene, una poltrona laterale dove potrà continuare a galleggiare indisturbato. Sopravvivenza fine a sé stessa, senza alcun progetto concreto, senza coraggio né visione.
Si ricicla la fuffa del “terzo polo”, quella che Renzi e Calenda avevano presentato alle ultime elezioni – un gelato sciolto sotto il sole caldo della politica italiana.
Il risultato?
Pochi elettori confusi e molti sorrisi ironici in sala stampa.
Ma non finisce qui, perché il carosello dei saltimbanchi non si ferma.
Ora entra in scena Luigi Marattin con il suo “Partito liberaldemocratico”, una creatura che nei sondaggi appare sotto la misteriosa dicitura “altri”.
Come se non bastassero già i tre moschettieri del trasformismo politico, ci si mette pure Pinuccia Picierno con il suo “Spazio Pubblico”.
Insomma, il club dell’inutile si allarga, e tutti insieme appassionatamente continuano a elaborare nuove formule per non cambiare nulla.
Matteo Renzi?
Per ora è il grande escluso da questo party del “centro”.
Sta facendo il giro delle sette chiese politiche con il cappello in mano, sperando che qualcuno lo accolga, come un parente scomodo che nessuno vuole ma che alla fine trova sempre un angolo dove sedersi.
Non dubitate: un posticino nel gruppetto lo troveranno anche a lui, perché in Italia il trasformismo è un’arte e la sopravvivenza politica, una religione.
Insomma, tutti progressisti, tutti di sinistra (almeno a parole), provenienti dal PD.
Una finta alternativa fatta di vuoto pneumatico, aria fritta e poche idee.
Il ritratto perfetto di un sistema che si ripete senza imparare dagli errori.
E noi spettatori, tra un sorriso amaro e una scrollata di testa, continuiamo a guardarli fare il loro show, sapendo benissimo che il vero cambiamento è tutt’altra cosa.
