
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha intensificato le sue misure per contrastare la concorrenza cinese, un impegno che si è tradotto in una moltiplicazione di dazi, indagini e restrizioni commerciali.
Nonostante questo articolato arsenale, però, permane un elemento cruciale non ancora affrontato con decisione: la svalutazione dello yuan.
l tasso di cambio cinese è meno soggetto alle fluttuazioni di altri tassi, perché è controllato dalle autorità di Pechino, che hanno fissato dei valori di riferimento entro i quali la moneta può fluttuare.
Ogni giorno, a fine seduta, la Banca centrale cinese interviene per evitare che i valori di riferimento fissati siano violati.
Ma negli ultimi anni il margine di oscillazione della moneta cinese è stato gradualmente allargato dalle autorità di Pechino
Svalutare una moneta vuol dire, sostanzialmente, fare valere di meno i soldi.
Le banconote non hanno un valore in sé ma valgono in proporzione delle cose che possono acquistare: se 10 yuan possono comprare 10 bottiglie di latte, uno yuan vale una bottiglia di latte; ma se il giorno dopo con 10 yuan si possono comprare solo 5 bottiglie di latte, vuol dire che ogni yuan vale solo mezza bottiglia di latte e che quindi si è svalutato.
Negli ultimi cinque anni, il panorama economico dell’area euro ha vissuto una trasformazione profonda e complessa, ma forse nulla più di quanto successo riguardo al commercio con la Cina può raccontare questa evoluzione con chiarezza.
Dal 2020, il deficit commerciale dell’area euro verso la Cina è raddoppiato: un dato allarmante che sintetizza le difficoltà crescenti delle imprese europee nel competere in un mercato globale sempre più sfidante.

Un’analisi approfondita condotta dall’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia nel 2025 mette in luce alcuni elementi chiave di questa dinamica apparentemente paradossale.
Se da un lato il valore dello yuan rispetto all’euro è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi cinque anni, dall’altro i prezzi alla produzione nell’area euro sono schizzati oltre il 35%.
Questo aumento significativo è stato causato da una combinazione letale: la pandemia prima, che ha messo a dura prova l’intera catena produttiva, e la guerra poi, che ha fatto lievitare costi e tensioni geopolitiche, aumentando le incertezze e i rischi economici.
In Cina, invece, i prezzi alla produzione sono rimasti praticamente fermi, mantenendo così un vantaggio competitivo non indifferente.
In condizioni di mercato libere e trasparenti, questa situazione avrebbe dovuto tradursi in un rafforzamento della valuta cinese, spinto da una domanda più elevata di beni made in China e da un conseguente aumento della domanda di yuan sul mercato valutario.
E invece, lo yuan si è mantenuto stabile. Perché?
Questa stabilità apparente va letta non solo come un fatto tecnico, ma come un fenomeno che ha pesantemente inciso sull’equilibrio competitivo tra Europa e Cina.
Se un produttore europeo nel 2020 era alla pari con uno cinese, oggi paga a caro prezzo un gap di costo superiore al 40%.

Questo significa che l’impresa europea, per mantenere lo stesso livello di competitività, deve affrontare sfide enormi: dai costi di materie prime ai salari, fino alle spese energetiche, tutte voci che in Cina sono rimaste contenute, o addirittura ferme.
Dietro questi numeri ci sono storie di aziende che lottano per sopravvivere, di posti di lavoro a rischio e di una strategia industriale europea che deve urgentemente ripensarsi.
Non si tratta solo di numeri e statistiche: è il cuore pulsante di un’economia reale che fatica a stare al passo in un mondo globalizzato.
La questione cruciale diventa allora comprendere come intervenire, quali leve attivare per riequilibrare questa dinamica e rilanciare la competitività delle nostre imprese.
È necessario un investimento strategico in innovazione, sostenibilità e digitalizzazione, ma anche un approccio politico che sappia proteggere gli interessi europei senza cadere in una spirale protezionistica che rischierebbe di danneggiare tutti.
In definitiva, questo scenario ci obbliga a riflettere profondamente su cosa significhi competere oggi nel commercio internazionale.
Il deficit raddoppiato con la Cina non è solo un dato economico freddo, ma un richiamo urgente a pensare e agire diversamente, per difendere e valorizzare il nostro tessuto produttivo e il futuro economico dell’Europa.

La sfida è grande, ma è proprio nelle grandi sfide che l’ingegno e la resilienza europei possono risplendere e scrivere una nuova pagina di crescita e prosperità per tutti.
È proprio su questo punto che recentemente Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno acceso un faro, segnando un tardivo ma significativo riconoscimento di una realtà economica spesso sottovalutata.
L’economia cinese, come ricordato dal presidente francese durante il vertice del G7 a Évian, presenta un vantaggio competitivo enorme dovuto a una moneta svalutata tra il 25 e il 30%.
Tale situazione facilita le esportazioni di Pechino, rendendo i prodotti cinesi artificialmente più convenienti sui mercati internazionali.
Di fatto, questa manipolazione monetaria rappresenta una distorsione delle regole del commercio globale, compromettendo la capacità dell’Europa di competere ad armi pari.
Il ritardo con cui la questione emergere così chiaramente nel dibattito politico europeo rivela però un problema strutturale.
Per anni, l’Unione ha preferito concentrarsi su barriere tariffarie e normative, strumenti visibili e immediatamente applicabili, tralasciando invece – o lasciando ai margini – le implicazioni di una valuta nazionale fortemente controllata e svalutata.

La mancanza di un accordo definitivo su come affrontare questo tipo di distorsione evidenzia la complessità politica e tecnica del tema, ma non può diventare una scusante per l’inazione.
La svalutazione dello yuan non è solo un problema economico; è anche una sfida geopolitica.
Il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva chiesto alla Cina una maggiore liberalizzazione del cambio, come condizione per includere lo yuan tra le valute di riserva di cui fanno parte il dollaro, l’euro, la sterlina e lo yen, le monete di riferimento del mercato valutario mondiale.
Pechino utilizza la sua politica monetaria selettiva come leva per sostenere la crescita interna e penetrare mercati esteri strategici, influenzando dinamiche di potere globali e mettendo in discussione la predominanza euro-americana.
In questo contesto, il silenzio europeo ha contribuito involontariamente ad amplificare il divario competitivo.
Per l’Europa, dunque, si apre ora una strada obbligata: quella di integrare nel proprio arsenale di difesa commerciale strumenti efficaci volti a contrastare la svalutazione competitiva della moneta cinese.
Non si tratta semplicemente di imporre dazi o adottare misure restrittive, ma di sviluppare un approccio multilaterale credibile, fondato sul dialogo internazionale e sulla capacità di incidere nelle sedi globali, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
È necessario che l’Unione europea metta in campo un coordinamento più coeso, superando gli interessi nazionali che troppo spesso frenano iniziative condivise.
Solo così sarà possibile definire criteri comuni per identificare e penalizzare le manipolazioni valutarie che alterano la concorrenza.

Inoltre, occorre lavorare sul fronte interno per rafforzare la competitività tecnologica e industriale europea, riducendo la dipendenza dalle importazioni e investendo nell’innovazione.
In definitiva, il richiamo di Merz e Macron costituisce una sveglia ineludibile per l’Unione, un invito a guardare oltre le misure tattiche e ad assumere una posizione strategica più decisa.
Se l’Europa vuole difendere il suo modello economico e il benessere dei suoi cittadini, non potrà più ignorare l’impatto della svalutazione dello yuan e dovrà impegnarsi con determinazione per rimuovere questa distorsione che mina le basi di una concorrenza leale e sostenibile.
Solo con un approccio integrato, che coniughi rigore commerciale, diplomazia multilaterale e investimenti strategici, l’Europa potrà rispondere efficacemente alla sfida cinese, salvaguardando la propria autonomia economica e la stabilità del sistema globale. Il tempo delle esitazioni è finito: l’Unione deve agire ora, prima che il divario si faccia incolmabile.

GIOVANNI DE FICCHY: Giornalista e scrittore ha pubblicato: “LA NUOVA VIA DELLA SETA: UN PIANO PER UNA INVASIONE GLOBALE”,”THE NEW SILK ROAD : A PROJECT FOR A GLOBAL INVASION”; “L’Ombra del Dragone : Come la Cina ha saccheggiato l’occidente”
