
I grandi risultati delle dittature comuniste: con un PIL di appena 100 miliardi, sono riusciti ad accumularne 240 di debito, pari quindi al 240%.
E li hanno pure nascosti, dopo il default del 2017.
Tutto questo causato da spesa pubblica scriteriata in progetti folli, corruzione endemica e regalìe per comprarsi la gente quando il prezzo del petrolio era alto.
Per poi finire in bancarotta totale nei momenti di magra, con la compagnia petroliera PDVSA prima nazionalizzata, poi munta come una vacca e infine lasciata senza nemmeno personale (migliaia di ingegneri licenziati e sostituiti con incompetenti fedeli del regime), equipaggiamento e pezzi di ricambio necessari per continuare l’estrazione del greggio.
Insomma, il sogno di tutti i grillini, che hanno il Venezuela nel cuore come modello politico ed economico.
Ma i pentapitechi diranno che in realtà il madurismo resta la luminosa strada da seguire per l’Italia e per l’Europa.
E che non ha funzionato solo per colpa degli yankee e di Israele……..
La crisi venezuelana rappresenta uno degli esempi più eclatanti di come una gestione economica dissennata, unita a un sistema politico clientelare e corrotto, possa condurre al collasso totale di un paese ricco di risorse naturali.
Il risveglio della crisi è stato inevitabile dopo anni di spese pubbliche sconsiderate e pratiche di gestione tutt’altro che oculate, le cui conseguenze si sono manifestate in un debito pubblico insostenibile e nella perdita totale di fiducia a livello internazionale.

Al centro di questa tragedia economica vi è un modello di sviluppo fondato su una spesa pubblica fuori controllo, alimentata da progetti faraonici e promesse elettorali irreali, sostenuto da una rete clientelare che ha trasformato lo Stato in un meccanismo di distribuzione di favori e benefici a discapito della sostenibilità finanziaria.
Questo sistema ha generato una dipendenza generalizzata della popolazione dalle risorse pubbliche, consolidando un potere esclusivo e opaco che ha minato la trasparenza e l’efficienza della governance.
La forte dipendenza dai ricavi petroliferi ha rappresentato il tallone d’Achille dell’economia venezuelana. L’illusione di una ricchezza illimitata ha portato a trascurare la necessità di diversificare le fonti di reddito, esponendo così il paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali del greggio.
Quando il prezzo del petrolio ha subito un tracollo, l’equilibrio fragile si è spezzato, evidenziando le profonde inefficienze strutturali e gestionali.

La compagnia statale PDVSA, simbolo di questo declino, ha visto una progressiva perdita di competenze tecniche e investimenti insufficienti, aggravata da una politica di sostituzione del personale specializzato con figure fedeli al regime ma incapaci di mantenere la produttività.
La carenza di equipaggiamenti e pezzi di ricambio ha accelerato il collasso produttivo della principale industria del paese, compromettendo gravemente le entrate statali.
Il default del 2017 ha rappresentato il culmine di una spirale negativa che ha eroso la credibilità finanziaria del Venezuela.
Con un debito pubblico che ha raggiunto il 240% del PIL, qualsiasi tentativo di manovra correttiva si è rivelato vano, imprigionando il paese in una situazione di insolvenza che ha paralizzato la sua economia e aggravato le condizioni di vita della popolazione.

Questa crisi economica, lungi dall’essere un semplice disastro finanziario, ha messo in luce le conseguenze devastanti di un modello politico-economico estremo, che ha sacrificato la stabilità e la crescita sulle altari di un potere autoritario e clientelare.
La mancata riforma strutturale, la corruzione endemica e la miopia delle politiche pubbliche hanno trasformato il Venezuela in un laboratorio tragico di fallimento economico e sociale.
In ultima analisi, la crisi venezuelana non è solo il risultato di fattori esterni o di un calo temporaneo delle quotazioni petrolifere, ma la conseguenza diretta di scelte politiche irresponsabili che hanno compromesso il futuro di un’intera nazione.
