
L’affermazione secondo cui l’Islam sarebbe una religione “femminista” viene ripetuta frequentemente, soprattutto attraverso profili e pagine social che intendono ritrarre questa fede come un esempio di progresso nella storia dei diritti delle donne.
Tale tesi si basa prevalentemente su due argomenti: la fondazione della prima università al mondo a Fez da parte di una donna, Fatima al-Fihri, e il fatto che il Corano avrebbe conferito alle donne diritti inediti rispetto al passato.
Tuttavia, un’analisi storica rigorosa dimostra che queste affermazioni non reggono a un esame critico, ed è opportuno sfatare questi miti per evitare distorsioni della verità che hanno conseguenze culturali e politiche rilevanti.

Partiamo dall’università di Fez fondata da Fatima al-Fihri nel IX secolo.
Sebbene il contributo di questa figura femminile sia indubbiamente importante e meritevole di riconoscimento, è cruciale precisare che l’istituzione da lei fondata non era un’università nel senso moderno del termine.
Si trattava di una madrasa, un centro di studi dedicato prevalentemente all’approfondimento del Corano e degli insegnamenti religiosi islamici.
Non vi erano corsi laici né discipline scientifiche o umanistiche come quelle che caratterizzano le università occidentali medievali e moderne – ad esempio la Sorbona a Parigi o le università di Bologna e Salerno in Italia, che rappresentano l’origine storica degli studi universitari secondo la definizione oggi universalmente accettata.
Di conseguenza, identificare la madrasa di Fez come la prima università mondiale è una forzatura propagandistica che stravolge sia la natura dell’istituzione sia la storia dell’educazione superiore.
Passando al tema dei diritti delle donne, spesso si sostiene che il Corano abbia introdotto concessioni rivoluzionarie per quanto riguarda l’eredità e lo status femminile.
Questo, però, non corrisponde al quadro storico più ampio.
Nel mondo mediterraneo, ancor prima dell’avvento dell’Islam, le donne godevano già di alcuni diritti ereditari e potevano rivestire ruoli prestigiosi e autorevoli.
Le testimonianze di figure come Debora, giudice di Israele, Ipazia, matematica e filosofa di Alessandria, o Cleopatra, regina d’Egitto, sono emblematiche di un contesto in cui la proprietà femminile e la leadership erano realtà note e riconosciute.
Il diritto di eredità, quindi, non fu un’invenzione islamica, bensì una norma che si affermò in contesti culturali ben più antichi e complessi.
L’introduzione di tali diritti si può attribuire piuttosto a un miglioramento delle condizioni delle donne nelle società arabe tribali della penisola arabica, che prima dell’Islam erano caratterizzate da norme molto limitative nei confronti delle donne. Questo significa che il Corano non ha introdotto diritti sconosciuti a livello universale, ma ha implementato alcune innovazioni in una specifica regione e contesto socio-culturale.
A ulteriore conferma di ciò, la figura di Khadija, la prima moglie di Maometto, dimostra che tali diritti erano già praticati tra alcune donne arabe benestanti prima della rivelazione coranica: Khadija era una ricca mercante e proprietaria, e ciò indica uno status sociale e legale che non derivava esclusivamente dalle norme islamiche.
In definitiva, dipingere l’Islam come una religione “femminista” risulta essere una semplificazione e una falsificazione storica che trasforma un fenomeno complesso in un racconto propagandistico.
Questa narrazione serve a equiparare forzatamente realtà molto diverse fra loro, confondendo il progresso concreto con rivendicazioni ideologiche.
Se si desidera realmente valorizzare i diritti delle donne e comprendere le diverse tradizioni culturali e religiose, occorre rispettare i fatti e distinguere le opinioni dalle evidenze storiche.
Solo così si possono costruire dibattiti autentici e liberi da pregiudizi o strumentalizzazioni.
