
L’America Latina sta vivendo una trasformazione politica cruciale che sta segnando una svolta verso destra e il centro-destra, con governi emergenti che promettono sicurezza, crescita economica, lotta al narcotraffico e un rapporto più stretto con gli Stati Uniti.
Questa nuova ondata non è monolitica: comprende libertari, conservatori, nazionalisti, democratici cristiani e riformisti di mercato. Tuttavia, tutti condividono un denominatore comune: lo sfruttamento della stanchezza dei cittadini di fronte all’insicurezza dilagante, alla corruzione endemica, all’inflazione crescente, al deterioramento dei servizi pubblici e al fallimento di governi che, promettendo giustizia sociale, hanno portato solo più criminalità e povertà.
La recente vittoria elettorale di figure come José Antonio Kast in Cile, Rodrigo Paz in Bolivia, Nasry Asfura in Honduras, Laura Fernández in Costa Rica, Abelardo de la Espriella in Colombia e Keiko Fujimori in Perù incarna con forza questa tendenza. Esempi come Daniel Noboa in Ecuador, rieletto nel 2025 con un programma incentrato sulla sicurezza e sulla lotta alla criminalità organizzata, e Javier Milei in Argentina, uno dei rappresentanti più visibili e veementi di questa nuova destra continentale, evidenziano il deciso slancio verso un profondo cambiamento nella regione.
Laura Fernández, presidente del Costa Rica dal maggio 2026, incarna questa corrente con una leadership conservatrice impegnata in una politica dura contro la criminalità.

La sua vittoria nasce dal crescente timore nei confronti del narcotraffico e della violenza in un paese tradizionalmente sicuro, il che ha alimentato la sua determinazione nella lotta alla corruzione, nella libertà economica e nella solida difesa delle istituzioni nazionali.
Con accordi storici come la chiusura dell’ambasciata costaricana a Cuba nel marzo 2027, la sua amministrazione segna una posizione più chiara ed esigente nei confronti della tirannia cubana.
In Perù, l’ascesa di Keiko Fujimori dopo tre tentativi falliti è un riflesso tangibile della stanchezza popolare di fronte alla crisi multiforme che sta attraversando il Paese: insicurezza dilagante, estorsioni costanti, frammentazione politica e governi fragili.
Il suo programma, basato su misure drastiche contro la criminalità, pattugliamenti militari permanenti e l’espulsione degli stranieri criminali, rappresenta una volontà decisa di ripristinare l’ordine e proiettare un’immagine di autorità di fronte al degrado sociale.
Anche la Colombia, sotto la guida di Abelardo de la Espriella, sta vivendo una svolta significativa. La sua vittoria su Iván Cepeda simboleggia la riaffermazione del profondo rifiuto dell’escalation della violenza, dei gruppi armati e dell’espansione delle coltivazioni illecite.
Il suo impegno a rafforzare le Forze Armate, a combattere il narcotraffico e a stringere legami con gli Stati Uniti e Israele riflette un approccio strategico per affrontare sia le sfide interne che le minacce transnazionali.
Questi governi, chiaramente collocati a destra o al centro-destra, consolidano un blocco che comprende Argentina, Cile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Perù, Colombia, Panama, Costa Rica, Honduras, El Salvador e Repubblica Dominicana.
A questi si aggiungono, con alcune peculiarità, la Guyana e alcuni paesi caraibici con orientamenti liberali o conservatori.
Sebbene non tutti siano alleati diretti di Donald Trump, molti coincidono nelle politiche di sicurezza, controllo dell’immigrazione, promozione della libera impresa, lotta alla criminalità transnazionale e opposizione frontale ai regimi autoritari di Cuba, Venezuela e Nicaragua.
La sfida cubana, tuttavia, mette alla prova la coerenza e il coraggio di questa nuova destra. Javier Milei si distingue come il leader più schietto contro la dittatura castrista, denunciandone le violazioni dei diritti umani, respingendo la narrativa vittimistica di fronte alle sanzioni statunitensi e allineandosi ideologicamente con Washington e Israele.
Su una linea simile, José Antonio Kast mantiene una posizione critica e ferma, difendendo le elezioni pluralistiche e le libertà politiche dal Cile.
Il governo dell’Ecuador, guidato da Daniel Noboa, ha adottato una posizione inequivocabilmente ostile nei confronti del regime cubano, dichiarando persona non grata il suo personale diplomatico e chiudendo la propria rappresentanza all’Avana, inviando un chiaro messaggio di rifiuto dell’oppressione comunista.
Anche il Paraguay, sotto la guida di Santiago Peña, sostiene una linea democratica e antiautoritaria, appoggiando l’isolamento politico dei regimi dittatoriali nella regione.
Al contrario, alcuni governi mantengono relazioni diplomatiche con Cuba ma continuano a prendere le distanze dal modello comunista.
Luis Abinader nella Repubblica Dominicana, con un equilibrio pragmatico, difende la democrazia e i diritti umani senza confrontarsi apertamente con L’Avana; José Raúl Mulino a Panama adotta una posizione moderata, dando priorità alle relazioni economiche e migratorie pur rifiutando l’asse ideologico cubano; Nayib Bukele in El Salvador, pur non incentrando la propria politica estera su Cuba, si allontana chiaramente dal blocco autoritario e concentra i propri sforzi sulla sicurezza interna.
Nasry Asfura in Honduras rappresenta il ritorno della destra dopo un periodo di governi di sinistra vicini ai regimi del cosiddetto «socialismo del XXI secolo».
Sostenuto da Donald Trump, progetta una politica estera più allineata con Washington e una possibile posizione più critica nei confronti di Cuba, Venezuela e Nicaragua, anche se resta da confermare il suo livello di fermezza nella pratica.
Questa nuova destra latinoamericana ha un’opportunità storica senza precedenti: dimostrare che vincere le elezioni non basta, ma che occorre consolidarsi attraverso risultati tangibili.
L’effettiva riduzione della criminalità, la creazione di posti di lavoro, il controllo dell’inflazione, la lotta alla corruzione e la difesa incrollabile delle libertà sono imperativi che definiranno la credibilità e l’eredità di questi governi.
Ma questa responsabilità va oltre i confini nazionali
. L’America Latina non può parlare seriamente di democrazia se tace di fronte alla dittatura comunista più antica e repressiva del continente: il regime castrista a Cuba.
La chiave sta nell’assumere un impegno continentale inequivocabile a favore della libertà e dei diritti umani, che includa una condanna costante, chiara e attiva dell’autoritarismo a Cuba, in Nicaragua e in Venezuela.
È indispensabile che i leader che oggi governano dalla destra siano coerenti e coraggiosi.
Non c’è spazio per l’atteggiamento pusillanime di criticare la tirannia castrista solo prima o dopo aver esercitato il potere, per poi evitare di affrontarla per paura di ritorsioni interne. Questa ipocrisia deve finire.
O si è alleati saldi della libertà e della democrazia, alleati incondizionati degli Stati Uniti nella difesa dei valori comuni, oppure si è complici silenziosi della dittatura che opprime il popolo cubano da oltre sei decenni.
La storia giudicherà con rigore questa generazione di leader.
I cittadini esigono azioni, non discorsi vuoti.
La nuova destra latinoamericana ha tutte le carte in regola per essere protagonista della rinascita democratica nella regione, ma per farlo deve accompagnare le proprie promesse interne con una difesa implacabile dei perseguitati, dei prigionieri politici e del diritto inalienabile del popolo cubano ad essere libero.
Questo è il momento di unire le forze, di consolidare un’alleanza continentale contro l’autoritarismo e di costruire un futuro in cui sicurezza, prosperità e giustizia coesistano con i diritti umani e la piena democrazia.
L’ondata di destra in America Latina può essere la forza trasformatrice di cui la regione ha bisogno, a patto che osi affrontare la sfida cubana con tutta la sua energia e convinzione morale.
È ora di agire e la libertà non può aspettare!
L’America Latina merita leader che non si limitino a parlare di cambiamento, ma che lo difendano con i fatti e con coraggio, da ogni angolo del continente fino all’isola più piccola, perché la libertà di Cuba è parte integrante del destino democratico dell’intera regione.
