I COMUNISTI SI SCANDALIZZANO?

Nel gioco spesso teatrale della politica italiana, lo spettacolo delle reazioni della sinistra di fronte alle possibili candidature del centrodestra per il Quirinale si rivela a tratti esilarante, quasi un cabaret politico.

Negli ultimi giorni, la comparsa del nome di Ignazio La Russa tra i papabili ha scatenato un’ondata di sdegno e scandalizzazione da parte di quella stessa sinistra che, fino a non molto tempo fa, aveva accolto senza battere ciglio candidature ben più controverse provenienti dalla propria tradizione ideologica.

Ma è davvero giusto indignarsi ora?

Oppure si tratta solo dell’ennesima dimostrazione di un doppio standard ormai consolidato?

La sinistra odierna si erge a paladina della sacralità delle istituzioni, usando toni moralisti e sdegnati come se la democrazia fosse un loro esclusivo patrimonio, un tesoro da custodire gelosamente e da proteggere da presunti intrusi “non degni”.

Un atteggiamento che appare però un po’ ipocrita se si guarda al recente passato.

Basti pensare a Giorgio Napolitano, un uomo cresciuto nella scuola più dura del Partito Comunista Italiano, che ha ricoperto con dignità e autorevolezza il ruolo di Presidente della Repubblica senza che nessuno, neanche allora, sollevasse grandi scandali o invocasse l’“onore repubblicano” lesa.

Anzi, la sua elezione rappresentò un momento significativo di un sistema democratico che sembrava funzionare – o almeno così era stato percepito.

Oggi, invece, la musica sembra cambiata: appena la destra propone un proprio candidato, subito si leva un coro di proteste e di critiche accese da parte della sinistra, che parla addirittura di “inaccettabilità” e “pericolo istituzionale”.

È questa una manifesta incongruenza? Senza dubbio sì. Perché in una democrazia parlamentare, la regola di base è semplice e chiara: a decidere è la maggioranza.

Se il centrodestra, legittimato dalla maggioranza parlamentare, indica un nome, diventa automaticamente un diritto di quel blocco politico portare avanti la propria proposta.

Eppure, assistiamo alla solita narrazione fatta di due pesi e due misure, di “quando siamo noi va bene, quando siete voi è scandalo”.

Una sceneggiata che stanca e smaschera una tendenza ideologica ben nota.

Permettetemi una confessione personale: ho vissuto il comunismo dall’interno, ho ascoltato le storie di chi lo ha patito sulla propria pelle, ne conosco gli orrori, le illusioni tradite, le imposizioni soffocanti. Per me, niente è peggio del comunismo.

Eppure, anche alla luce di questa ferma valutazione politica, non posso accettare che chi ha sempre giustificato quegli anni oggi pretenda di impartire lezioni morali su chi sia degno o meno di sedere al Colle più alto.

La coerenza e l’onestà intellettuale dovrebbero essere valori imprescindibili, anche quando si parla di politica.

Il Presidente della Repubblica non è – e non deve essere – un appartenente a un partito o a una fazione politica.

Al contrario, deve rappresentare tutti gli italiani, incarnare l’unità nazionale e la continuità istituzionale.

Se la maggioranza parlamentare sceglie un candidato che proviene dal centrodestra, la sinistra dovrebbe farsene una ragione, rispettando la volontà democratica e abbandonando i veti ideologici che da troppo tempo avvelenano il dibattito pubblico.

Questo è il senso profondo della democrazia: non sempre le decisioni piacciono a tutti, ma si accettano con senso di responsabilità e rispetto. Certo, resta una critica legittima al fatto che il Capo dello Stato venga eletto dagli apparati politici e non dal popolo sovrano, un tema che meriterebbe una riflessione seria e approfondita, ma questa è un’altra questione che può essere affrontata separatamente.

In definitiva, è ora di mettere da parte le rivendicazioni di proprietà ideologica sul Quirinale e smetterla di chiamare “scandalo” ogni candidatura diversa da quella che si preferisce.

Il Colle non è un feudo della sinistra, né tantomeno un luogo in cui la storia viene riscritta a uso e consumo di chi detiene il potere temporaneo.

Se vogliamo ridere, facciamolo con quella sana ironia che aiuta a mantenere il buon senso e a non perdere la testa di fronte alle maratone di accuse e sdegni preconfezionati.

Se la democrazia è davvero viva e robusta, saprà sopportare senza problemi anche un Ignazio La Russa al Quirinale, e magari insegnare a qualche moralista improvvisato a essere un po’ meno severo con se stesso.

Perché, in fondo, la politica è anche questo: un grande gioco di equilibri, di contrappesi e di compromessi, in cui la difesa delle istituzioni e il rispetto delle regole dovrebbero sempre venire prima delle vecchie ruggini ideologiche e delle strumentalizzazioni.

Solo così potremo finalmente guardare al futuro con maggiore serenità e fiducia.

Di Admin

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