L’ANPI?

Un’associazione ormai fuori tempo massimo o un baluardo di memoria storica?

È una domanda che molti italiani si pongono oggi, in un momento in cui il dibattito politico appare più polarizzato che mai e dove l’uso strumentale della memoria storica rischia di alterare il vero spirito democratico del Paese.

Immediatamente mi chiedo: esistono ancora partigiani in vita?

Sono passati decenni dalla Resistenza, eppure sembra che i suoi fantasma tornino puntualmente a impartire lezioni di democrazia come se fossero depositari esclusivi della verità.

Si ergono a censori e sostengono addirittura che sarebbe “inimmaginabile” che un esponente di destra possa diventare Presidente della Repubblica, arrivando persino a evocare fantasiosi colpi alla Costituzione per impedire questa eventualità.

Ma è davvero così?

La Costituzione italiana è stata letta con attenzione da chi loda questo atteggiamento?

O la si interpreta soltanto quando fa comodo?

Ricordiamo che il Presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento secondo regole ben precise e non esiste alcun articolo che stabilisca che debba appartenere obbligatoriamente a una determinata parte politica, tantomeno alla sinistra.

Eppure ogni volta che il centrodestra propone un nome, scatta il solito coro di indignazione, gli allarmi sul fascismo, i richiami alla Resistenza e le prediche autoreferenziali di chi si considera il proprietario delle istituzioni.

Quando al Quirinale sedeva Giorgio Napolitano, eletto dal centrosinistra, nessuno gridava allo scandalo.

Tutto normale.

Oggi invece che succederebbe se dovesse essere eletto un Presidente di centrodestra?

Improvvisamente la democrazia sarebbe in pericolo.

È evidente che si applicano due pesi e due misure: questa è la loro idea di imparzialità e di rispetto delle istituzioni.

Un atteggiamento che non fa bene alla coesione nazionale e alimenta solo divisioni inutili.

A questo punto, una domanda sorge spontanea e forse inevitabile: l’ANPI oggi che cos’è?

È un’associazione che custodisce con onore la memoria storica della Resistenza oppure un soggetto che interviene sistematicamente nel dibattito politico modernamente strumentalizzandola?

È una domanda legittima, soprattutto tenendo conto che i protagonisti diretti della Resistenza sono ormai sempre meno.

Molti cittadini si chiedono quale sia oggi il ruolo autentico dell’associazione e se sia corretto che continui a intervenire come un arbitro super partes della vita politica del Paese.

Il sospetto è che l’ANPI esista essenzialmente per incassare contributi dallo Stato, ma con un’utilità pratica nulla, anzi dannosa: il continuo sovrapporsi a questioni politiche attuali ne mina la credibilità e ne trasforma l’immagine in quella di un’organizzazione ideologizzata e poco incline al confronto democratico.

Lo stesso copione si ripete su molte altre tematiche: la legge elettorale non si può cambiare; il Presidente della Repubblica non può assolutamente essere di destra; chi non la pensa come loro viene subito dipinto come un pericolo pubblico per la democrazia.

Eppure la democrazia funziona diversamente.

Le istituzioni appartengono a tutti gli italiani, non a una parte politica.

Nessuno ha il diritto di mettere il marchio di “incostituzionale” su un candidato solo perché non appartiene alla propria area.

Il rispetto delle regole e della volontà popolare deve essere il criterio guida, non un pretesto per perpetuare una hegemonia ideologica.

Gli italiani sono stanchi di questa arroganza morale e di questa pretesa monopolistica sulla Costituzione e sul senso vero della Resistenza.

La Costituzione non è proprietà di nessuno, né dell’ANPI, né della sinistra, ma è patrimonio di tutta la Nazione.

Il Presidente della Repubblica deve poter essere scelto nel pieno rispetto delle regole democratiche, indipendentemente dal colore politico di chi viene eletto, senza che qualcuno si senta autorizzato a ergersi a giudice supremo o a minacciare la democrazia stessa.

Alla luce di tutto ciò, vorrei dire a chi oggi rappresenta l’ANPI che questa associazione è diventata inutile, e che sarebbe opportuno riflettere seriamente sulla sua dissoluzione o almeno su un profondo rinnovamento.

Non ha più senso un’istituzione distorta da un’ideologia partitica e che soprattutto costa allo Stato – quindi a noi contribuenti – soldi ingenti senza fornire un reale valore aggiunto alla società italiana.

È tempo di liberarsi da questi anacronismi e di restituire la memoria storica ai libri, alle scuole, e alla coscienza collettiva, senza permettere che diventi uno strumento di lotta politica permanente.

In conclusione, la vera sfida del nostro Paese è costruire una democrazia inclusiva, capace di rispettare le diversità politiche e culturali, e di onorare la memoria storica senza strumentalizzarla.

Solo così potremo guardare al futuro con maggiore fiducia e serenità, lasciando alle spalle le divisioni ideologiche e restituendo valore autentico al concetto stesso di cittadinanza e partecipazione democratica.

Di Admin

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