
In un tempo in cui la narrazione mediatica e social plasma l’opinione pubblica con velocità e potenza senza precedenti, è fondamentale interrogarsi non tanto sui fatti in sé, ma sulle modalità con cui essi vengono raccontati.
La recente esplosione di due casi “bomba” – quello che ha coinvolto Sigfrido Ranucci e quello di San Benedetto del Tronto – offre un’occasione preziosa per riflettere sul meccanismo ormai consolidato della mostrificazione dell’avversario.
Un copione già visto, fatto di semplificazioni, demonizzazioni, e polarizzazioni, che rischia di soffocare il dialogo e offuscare la realtà nella sua complessità.
Partiamo dal caso Ranucci.
Lo sappiamo, la parabola discendente del noto giornalista di “Report” ha avuto l’innesco quando, durante una trasmissione condotta da Bianca Berlinguer, egli ha riportato un’informazione riguardante il ministro Nordio, ovvero la sua presunta visita al ranch in Uruguay del compagno di Nicole Minetti.
La notizia, priva di verifiche certe, è stata presto smentita in diretta dallo stesso ministro.
È questo episodio, peraltro esemplare nella dinamica tra media e politica, che ha scatenato una tempesta di polemiche e messo in moto una narrazione destabilizzante per Ranucci.
Ciò che è rilevante, però, non è tanto l’errore commesso – che si verifica in un mestiere difficile come quello del giornalismo d’inchiesta – quanto piuttosto come questa vicenda sia stata utilizzata per costruire un’immagine forte e semplicistica dell’avversario di turno.
Attraverso i social, il discorso è stato rapidamente polarizzato: Ranucci da professionista sottoposto a scrutinio diventa il nemico da abbattere, sospettato di conflitti di interesse e di inceppamenti morali, ma senza che emerga chiaramente una riflessione approfondita su ciò che effettivamente ha fatto o non fatto.
Al contrario, si istituisce un bipolarismo culturale netto e inflessibile: da una parte i giornalisti “di destra” che mettono in luce la “caduta” di Ranucci, dall’altra i suoi difensori, dipinti come vittime sacrificali di una campagna persecutoria.
In questo teatro, la realtà sfuma, le nuance spariscono, ciò che resta è un “nemico” al quale attribuire tutte le colpe.
Similmente, il caso di San Benedetto del Tronto segue uno schema quasi speculare.
Qui un imprenditore locale finisce al centro del dibattito a causa di un video virale in cui blocca a terra un iracheno senzatetto, noto per i suoi problemi comportamentali.
Se prendiamo le distanze dal mero giudizio sull’episodio – di cui non entreremo nel merito specifico –, risulta evidente come la rappresentazione social abbia preso la via della demonizzazione immediata.
Nella narrazione emergente, l’imprenditore viene etichettato senza mezzi termini come fascista, xenofobo, razzista e violento, mentre la vittima – l’uomo immigrato problematico – viene santificata e posta come emblema delle ingiustizie sociali.
Ma qui il problema è ancora più spinoso.
Perché dietro a questa rappresentazione manichea si nasconde una dolorosa realtà sociale e umana molto più complicata, fatta di degrado, disperazione, insicurezza crescente e spesso totale assenza di risposte efficaci da parte delle istituzioni.
Ciò che colpisce è che certi commentatori – in particolare esponenti post-comunisti della sinistra locale, che pure dovrebbero avere a cuore la giustizia sociale – sembrano non voler vedere né prendere posizione sulle situazioni di ordinaria follia e violenza che nelle stesse ore hanno sconvolto il Fermano: minacce di morte a sindaci, accoltellamenti, aggressioni domestiche.
Questi eventi restano invisibili o poco rilevati, perché non rientrano nel copione amato dai “cercatori d’odio” sui social, i quali preferiscono concentrarsi sulla contrapposizione ideologica forzata e sulla costruzione del “nemico”.
Ecco dunque che, come nella vicenda Ranucci, anche a San Benedetto si mette in scena lo stesso rituale: la demonizzazione dell’avversario politico e sociale attraverso etichette brutalmente riduttive, la santificazione della vittima simbolica, la polarizzazione netta della realtà.
Si tratta, in definitiva, di un fenomeno che travalica i singoli episodi e ci parla di una logica politica interna al post-comunismo che fa della mostrificazione dell’avversario il suo strumento principale.
Un processo brutale e spietato, privo di sfumature, che si rifà alla teoria di Carl Schmitt sulla distinzione amico-nemico come fondamento della lotta politica.
Questo modello comunicativo, purtroppo, non ha nulla a che vedere con la ricerca della verità o con la volontà di comprendere le complessità di un mondo sempre più frammentato.
Al contrario, alimenta rancori, divisioni e reazioni violente che a loro volta generano ulteriore odio e tensione.
La viralità del video di San Benedetto, così come il martirologio di Ranucci, non fanno che amplificare questo circolo vizioso, trasformando ogni episodio in una battaglia identitaria in cui la neutralità diventa impossibile e perfino pericolosa.
Per chi, come me, osserva da vicino questi fenomeni, è chiaro che la realtà è sempre più articolata e sfuggente rispetto alle narrazioni semplificate e caricaturali costruite ad arte.
Non si può liquidare un imprenditore esasperato come un brutale fascista, né assolvere a priori chi subisce un attacco solo per un automatismo ideologico.
Allo stesso modo, Ranucci non va idealizzato come un martire, ma valutato con onestà intellettuale, riconoscendo i suoi meriti e le sue debolezze.
Esprimendo un’opinione personale, non nascondo che se mi fossi trovata nella situazione dell’imprenditore di San Benedetto, probabilmente avrei reagito in modo simile.
Forse non avrei avuto la forza fisica per bloccare qualcuno, ma di certo avrei fatto sentire con fermezza le mie ragioni, come molti residenti del lungomare che da tempo convivono con una situazione insostenibile di degrado e insicurezza.
Non è un problema di semplici etichette ideologiche, ma di contesto sociale e di risposte concrete, spesso assenti.
In conclusione, la mostrificazione dell’avversario è un meccanismo politico e comunicativo che disinnesca il senso critico, impoverisce il dibattito democratico e rischia di aumentare le distanze tra le persone e le comunità.
Ben più utile sarebbe riconoscere le sfumature, ascoltare davvero le ragioni altrui e cercare soluzioni condivise senza cadere nella trappola della guerra culturale perpetua.
Solo così potremo superare lo stallo in cui ci troviamo e costruire un dialogo più autentico, rispettoso e costruttivo.
Per ora, invece, il copione continua a ripetersi, inchiodandoci a un conflitto continuo di cui tutti siamo, in qualche misura, vittime e carnefici.
