
Negli ultimi giorni, nelle discussioni politiche ed economiche europee è esplosa una polemica riguardante la nuova tassa imposta dal presidente francese Emmanuel Macron sulle auto alimentate a benzina che superano i 180 grammi di emissioni di CO2 per chilometro.
Nonostante queste vetture rispettino ormai tutte le normative europee vigenti in fatto di inquinamento, il governo francese ha deciso di applicare sovrapprezzi estremamente salati: 80.000 euro per i veicoli appena oltre la soglia, con un aumento previsto fino a 100.000 euro dal 2028
. Un provvedimento che, sotto la scusa della tutela ambientale, appare piuttosto come un attacco mirato contro i produttori stranieri di auto sportive e di lusso – in particolare contro l’Italia e la Germania – lasciando sostanzialmente indenni le case automobilistiche francesi.
Ma qual è la reale portata di questa politica fiscale?
E quali sono le conseguenze per l’intero settore automobilistico europeo?
Un colpo diretto ai simboli dell’eccellenza motoristica europea

Marchi iconici come Maserati, Ferrari, Lamborghini, Porsche, BMW e Mercedes-Benz rappresentano non solo un patrimonio industriale e culturale europeo, ma anche un segmento di mercato caratterizzato da motorizzazioni avanzate, prestazioni elevate e, inevitabilmente, emissioni più alte rispetto alle utilitarie.
La nuova tassa francese colpisce esattamente quei veicoli che presentano caratteristiche di alta potenza e fascino motoristico, praticamente gli unici che al momento si trovano a dover pagare un sovrapprezzo così gravoso.
Per fare un esempio concreto, anche una Giulia da 280 cavalli, modello noto e apprezzato di Alfa Romeo, subirà un aumento del prezzo di 4-5.000 euro.
Un balzello che, seppur inferiore rispetto agli importi astronomici previsti per le supercar, testimonia quanto vasta e profonda sia questa tassa.
Il problema è chiaro: mentre i costruttori francesi sembrano poter continuare a operare senza ostacoli particolari, i marchi stranieri stimolano un’azione punitiva mascherata da lotta all’emissione di CO2.
Questa disparità di trattamento rischia non solo di penalizzare la competitività delle industrie automobilistiche italiane e tedesche, ma anche di mettere in crisi posti di lavoro qualificati, investimenti e ricerca tecnologica.
È difficile infatti credere che una tassa così elevata possa stimolare innovazioni efficaci quanto competeranno i marchi francesi sul mercato interno e, indirettamente, su quello europeo.
L’ipocrisia della “tutela ambientale”
Sotto l’apparenza di una misura ambientalista, il governo Macron sembra perseguire una strategia protezionistica camuffata, capace di frantumare la fiducia tra paesi europei e incrinare il principio di libera concorrenza sancito dall’UE.
Se da un lato è sacrosanto impegnarsi per ridurre le emissioni nocive e accelerare la transizione verso energie sostenibili, dall’altro utilizzare la pressione fiscale per limitare la presenza di marchi esteri nel proprio territorio rischia di tradursi in una guerra commerciale dagli effetti nefasti.
Le cifre relative al parco auto circolante in Francia aiutano a comprendere meglio questo contesto.
Con un totale di 40 milioni di vetture particolari, le percentuali di diffusione dei vari marchi colpiti dalla tassa sono relativamente basse:
- BMW: circa il 2,1%, pari a 840.000 auto
- Mercedes-Benz: circa il 2,0%, pari a 800.000 auto
- Alfa Romeo: circa lo 0,3%, pari a 120.000 auto
- Ferrari: 0,01%, circa 4.000 auto
- Maserati: 0,005%, circa 2.000 auto
- Lamborghini: 0,001%, circa 400 auto
Questi numeri mostrano una nicchia ristretta ma significativa di appassionati e clienti, che contribuiscono con passione e investimenti all’intera filiera dell’auto sportiva e di pregio.
Penalizzare questo segmento con provvedimenti fiscali così aggressivi significa, in realtà, colpire una fetta marginale del mercato ma ad alto valore aggiunto, mentre i veicoli di massa, spesso meno efficienti o più datati, restano esclusi da questa tassazione.
L’Europa tra ingiustizie e divisioni
Al di là del caso specifico francese, questa vicenda mette in luce una diffusa incapacità dell’Unione Europea di gestire in modo equo e solidale le sfide ambientali e industriali.
Anziché trovare soluzioni comuni basate sulla collaborazione tecnica e sulla condivisione delle responsabilità, i singoli Stati membri sembrano preferire l’adozione di misure nazionali protezionistiche e punitive, che spaccano il mercato unico e alterano gli equilibri economici.
Il risultato finale è un’Europa frammentata, alla ricerca di vantaggi competitivi effimeri ma con il rischio concreto di assistere alla desertificazione industriale di settori chiave e alla perdita di prestigio internazionale.
La politica francese sugli autoveicoli potenti ne è solo l’ultimo esempio: un campanello d’allarme che dovrebbe indurre Bruxelles a intervenire per tutelare la leale concorrenza, salvaguardare posti di lavoro e promuovere una vera rivoluzione green basata su tecnologie innovative condivise.
Serve equilibrio e visione condivisa
La nuova tassa di Macron sulle auto a benzina più potenti è un provvedimento discutibile e potenzialmente dannoso che, pur presentandosi come un gesto di responsabilità ambientale, rischia di favorire logiche nazionalistiche e di schiacciare l’eccellenza automobilistica italiana e tedesca.
In un periodo storico in cui la protezione dell’ambiente è una priorità globale, è necessario che le istituzioni europee e nazionali lavorino insieme per definire regole chiare, eque e soprattutto efficaci, che tengano conto delle peculiarità di ciascun settore e promuovano una competitività sostenibile.
Solo così potremo evitare di trasformare il continente in un’arena di scontri tra governi e industrie, perdendo prezioso tempo e risorse nella lotta tra Paesi invece di concentrarci sull’unico vero obiettivo: garantire un futuro migliore, più pulito e più giusto per tutti i cittadini europei.
