
La vicenda di Abderrahim Fakir, morto dopo un intervento delle forze dell’ordine nel quartiere Pilastro di Bologna, continua a suscitare scalpore, indignazione e animate discussioni.
Tuttavia, in mezzo a slogan urlati in piazza e mobilitazioni di massa, è indispensabile fermarsi e riflettere con lucidità sulle molteplici sfaccettature della questione.
Un nuovo elemento emerso, ovvero la presenza di una chiazza di sangue sotto la testa di Fakir riconducibile a una ferita da lui stesso causata mentre cercava di divincolarsi e morsicava gli agenti, ci costringe a prendere in esame i fatti con più attenzione, senza cedere a facili strumentalizzazioni.
La scena descritta dalle bodycam degli agenti racconta di una persona in evidente stato di agitazione, che ha agito con violenza nei confronti delle forze dell’ordine, causando loro numerose lesioni da morso.
Non si tratta certo di giustificare o minimizzare qualsiasi abuso ipotizzato o reale, ma di chiedersi: qual era lo stato mentale di Fakir?
Era una persona in crisi, con comportamenti fuori controllo che da mesi manifestava segnali di disagio e autolesionismo, tanto da richiedere l’intervento sanitario dei cittadini?
Questa condizione di vulnerabilità psichica e fisica non può essere ignorata se vogliamo comprendere cosa sia realmente accaduto e perché.
Qui si apre un’altra grande domanda che merita di essere affrontata con onestà: dove erano i familiari di Fakir in quei momenti così delicati?
La sorella Khadija, la nipote, gli amici e parenti che oggi scendono in piazza a piangere e reclamare giustizia e rispetto, perché non hanno mostrato la stessa passione e dedizione nel prendersi cura di lui quando ne aveva più bisogno?
Quando Fakir girovagava in stato confusionale, mostrando segni evidenti di disagio?
Perché non hanno lottato con altrettanta forza per assicurargli cure adeguate, supporto psicologico e assistenza sociale?
È difficile non cogliere una certa dissonanza tra le lacrime di oggi e il distacco di ieri.
Molto spesso, in casi simili, la famiglia si affida con fiducia ai servizi pubblici, contando che siano questi a gestire situazioni complesse e difficili.
È legittimo, ma a condizione di collaborare attivamente e non solo di delegare.
Se i parenti non sono presenti, o non agiscono concretamente, non si possono poi trasformare in accusatori dello Stato e delle forze dell’ordine con toni di accusa pesantissimi, quando lo stesso Stato troppo spesso risulta l’unico baluardo di tutela in assenza di alternative.
In questo contesto, appare evidente come questa tragedia sia stata abilmente strumentalizzata da chi ha interesse a trasformarla in un’arma politica, montando una narrazione unilaterale e manipolata che alimenta l’odio verso le istituzioni e fomenta divisioni sociali.
Il richiamo alla “vendetta” seguito da un repentino cambio di tono verso la richiesta di “giustizia” sembra rispondere a strategie comunicative controllate, mirate a creare consenso emotivo più che a promuovere una reale riflessione e comprensione della realtà.
Non si tratta quindi di negare che possano esservi stati errori o abusi – che la magistratura deve accertare con rigore – ma di invitare a una lettura meno emotiva e più responsabile degli eventi.
Gridare “Stato assassino” senza conoscere nel dettaglio i fatti e senza riconoscere i limiti di ciascuna parte coinvolta non fa avanzare né la verità né la giustizia.
Anzi, rischia di alimentare un clima di sospetto permanente, scontro e radicalizzazione, impedendo di individuare soluzioni efficaci per prevenire simili drammi in futuro.
In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir deve spingerci a chiederci come migliorare la rete di protezione sociale e sanitaria per le persone in difficoltà psichica, come rafforzare la collaborazione tra famiglie e istituzioni, e come garantire che ogni intervento delle forze dell’ordine avvenga nel rispetto assoluto dei diritti umani.
Ma per fare questo serve impegno vero da tutte le parti, prima ancora che tante parole di circostanza o strumentali urla in piazza.
Solo così potremo onorare veramente la memoria di chi ha sofferto e costruire una società più giusta e solidale.
