
E il suo metodo REFANGORT fallito e non riproponibile: si prenda un anno sabatico
Ah, Sigfrido Ranucci, o meglio, il paladino del giornalismo d’inchiesta italiano, colui che ha fatto della divulgazione di informazioni riservate non solo una missione ma un vero e proprio marchio di fabbrica.
Il campione indiscusso di atti coperti dal segreto istruttorio sventolati in prima serata, senza pudore, senza filtro, con quell’aria da chi “sta verificando” mentre in realtà ti piazza il colpo letale alla privacy.
Sì, parliamo proprio di lui, il genio dietro il famigerato metodo REFANGORT, quel capolavoro di tecnica giornalistica che consiste nel prendere voci di corridoio, nomi di persone estranee alle inchieste, e frullarle con la macchina del giustizialismo più spietato, tutto condito da quel tocco di finta cautela che sembra dire “Non vi do la notizia, ma la sto verificando”.
Il risultato?
Una parabola discendente degna delle peggiori telenovelas, dove il protagonista – il nostro caro Ranucci – si ritrova adesso circondato da macerie di credibilità e accuse di aver trascinato nella polvere innocenti vittime del suo sensazionalismo male indirizzato.
Gente che non aveva nulla a che fare con le inchieste e che si è vista sputtanare in tv, un po’ per errore, un po’ per la fretta di “fare notizia a tutti i costi”.
Insomma, il metodo REFANGORT è ormai diventato un simbolo, ma non di prestigio o di innovazione, bensì di un fallimento epocale.
Un monumento all’imperizia giornalistica mascherata da coraggio.

E cosa dire delle vittime di questo tritacarne mediatico?
C’è da chiedersi se non sarebbe il caso che si organizzassero in un’associazione dal nome eloquente, tipo “Vittime di Report”, per chiedere finalmente un risarcimento.
Non alla Rai, attenzione, che tanto si laverebbe le mani come sempre, ma direttamente al mandante di questo disastro: Ranucci in persona.
Eh sì, perché quando il metodo fa acqua da tutte le parti e la crociata giustizialista si trasforma in carneficina di innocenti, qualcuno deve pur pagare il conto.
Ed eccoci arrivati al punto cruciale: se davvero l’obiettivo di Ranucci non era politico, deve rendersi conto – e noi siamo certi che lo capisca benissimo – che dopo lo scivolone micidiale dell’inchiesta Lavitola qualunque altra nuova iniziativa sullo stesso solco sarà percepita come un pasticcio senza valore, un episodio in cui la verità viene sacrificata sull’altare del sensazionalismo.
La credibilità, quella vera, non si costruisce così, con colpi a sorpresa e senza alcuna garanzia di rispetto per le persone coinvolte.
E siccome Ranucci è uomo sveglio, o almeno così si pensa, dovrebbe farsene una ragione: il momento di prendersi una pausa è arrivato. Un anno sabatico, magari due, lontano dai riflettori, dagli atti giudiziari “volanti” e dalle trappole del segreto istruttorio. Possibilmente un anno passato a riflettere, studiare, rivalutare quel metodo fallito che porta un nome troppo ingombrante e una fama decisamente controversa.
Solo così potrà tornare a essere credibile, solo così potrà restituire almeno un po’ di dignità a quel mestiere che rischia di trasformarsi sotto i suoi occhi in un circo insostenibile.
Perché il giornalismo d’inchiesta non può essere solo un gioco di potere, un banchetto dove si scartano notizie allo sbaraglio e si sacrificano vite private sull’altare dello scoop.
No, caro Ranucci, il tuo tempo di re della serata, del martedì sera e dei titoli infuocati su Report è scaduto.
Non c’è più spazio per il metodo REFANGORT, e nemmeno per la sofistica tecnica del “sto verificando ma intanto ve lo dico”. Se vuoi continuare a fare il cronista d’inchiesta, devi imparare prima di tutto a rispettare le regole, quelle vere, non quelle inventate per giustificare ogni tipo di errore e ogni abuso.
La strada nuova, quella che dovrebbe prendere, non è fatta di urla televisive né di invasione sistematica della privacy altrui, ma di rigore, pazienza e, soprattutto, umiltà.
Umiltà nel riconoscere che si è sbagliato, che il metodo ha fallito e che bisogna cambiare direzione. Forse, proprio quell’anno sabatico serve a questo: non a sparire per sempre, ma a rinascere con un nuovo spirito, con un giornalismo che non sia sinonimo di paura e diffamazione, ma di ricerca della verità con onore e rispetto.
Finché questo non accadrà, ogni tentativo di rilancio sarà solo un triste bis del solito copione, un déjà-vu di errori già visti e mai corretti.
E onestamente, noi spettatori (e vittime involontarie) abbiamo già esaurito la pazienza.
Quindi, caro Ranucci, non resta che ascoltare il consiglio di buona creanza giornalistica: spegni la telecamera, prendi la valigia e vai in vacanza.
L’anno sabatico non è un castigo, è un dono.
Usalo bene.
Nel frattempo, per quanto ci riguarda, spegniamo pure la TV durante Report.
Tanto, con il metodo REFANGORT, l’unica cosa certa è il rischio di scottarsi.
E questa volta, davvero, non è più accettabile.
