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A distanza di cinque mesi dal referendum sulla giustizia, rimane forte il senso di rammarico per un risultato che considero una sconfitta non solo per chi ha sostenuto il Sì, ma per l’intero sistema democratico italiano.

Quel voto avrebbe dovuto rappresentare un momento di confronto serio e costruttivo su temi fondamentali e delicati: la separazione delle carriere in magistratura, la composizione e le funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), il sorteggio dei giudici e l’equilibrio tra accusa e difesa.

Invece, quella che poteva essere una discussione tecnica e approfondita si è trasformata in una battaglia ideologica, polarizzata e priva di un reale dialogo, che ha deviato il dibattito su binari politici lontani dall’essenza delle riforme proposte.

La campagna referendaria si è ridotta a un confronto aspro e rigidamente schierato, dominato da figure pubbliche come Giorgia Meloni e Carlo Nordio, protagonisti di scambi di accuse reciproche sulle presunte minacce alla Costituzione e alla magistratura.

In questo scenario, il tema della giustizia ha perso la sua centralità tecnico-giuridica ed è diventato un terreno di scontro politico, con il risultato che la vittoria del No non ha dato un buon servizio alla causa della giustizia italiana, né ha contribuito a rafforzare la fiducia nelle istituzioni.

Tale quadro appare emblematico e quasi ironico se si considera che, nei mesi successivi al referendum, alcuni esponenti dell’opposizione abbiano puntato lo sguardo verso Sigfrido Ranucci – giornalista noto per il suo impegno contro la corruzione e le ingiustizie – come possibile leader del cosiddetto “Campo largo”.

Questa stessa area politica, che ha trionfato nel referendum opponendosi alle riforme, sembra però aver abbandonato i temi della giustizia, commissionando persino sondaggi nei quali l’argomento è completamente assente, come se non fosse più una priorità.

Ranucci, infatti, incarna in modo quasi perfetto le contraddizioni e i limiti della cultura politica attuale.

La sua carriera giornalistica si è fondata sull’idea che frequentazioni, amicizie, chat e cene possano svelare verità nascoste, diventando efficaci strumenti per smascherare abusi e illegalità.

Tuttavia, quando sotto la lente finiscono le sue stesse frequentazioni o vicinanze, queste certezze sembrano dissolversi o, quantomeno, perdere quella rigidezza che caratterizza il suo approccio professionale.

Il garantismo, principio cardine di ogni sistema giuridico moderno e democratico, diventa così selettivo e strumentale: irrinunciabile quando serve a difendere se stesso o i propri alleati, ma sospetto, se non addirittura negato, quando applicato agli avversari politici.

Questo doppio standard appare chiaramente anche nel modo in cui fatti apparentemente incontrovertibili vengono interpretati in maniera plastica e mutevole.

Nel racconto autobiografico di Ranucci, per esempio, eventi che altrove sarebbero considerati menzogne vengono giustificati come “storie romanzate”, mentre episodi controversi, come la recensione fittizia del proprio libro su Amazon, sono minimizzati o spiegati con argomentazioni poco convincenti.

Parallelamente, emergono discrasie tra il personaggio pubblico che si autodefinisce inclusivo e femminista e alcune testimonianze o comportamenti che mettono seriamente in discussione questa immagine, rivelando così una distanza tra narrazione e realtà.

Questi aspetti non sono semplici casi isolati, bensì rappresentano un fenomeno più ampio e pregnante: una cultura politica che si nutre di doppi standard, ipocrisia e narrazioni costruite ad arte a seconda delle convenienze del momento.

Le frequentazioni sociali e personali diventano pericolose solo quando riguardano gli altri, mentre vengono ignorate o giustificate per sé stessi o per i “compagni di squadra”.

Il dubbio, sentimento sano e imprescindibile in ogni democrazia, diventa invece colpa se riguarda gli avversari, mentre è considerato un dovere morale se rivolto all’interno del proprio campo.

Il garantismo, principio fondamentale che tutela i diritti e le libertà di ogni individuo, viene impugnato come bandiera da sventolare esclusivamente a protezione di amici e alleati politici.

Si delinea così una rigida dicotomia tra “buoni” – quelli di casa propria – e “cattivi” – i nemici o gli avversari – e persino i fatti oggettivi perdono la loro neutralità, diventando soggetti a interpretazioni elastiche e mutevoli in funzione delle esigenze di parte.

Cinque mesi fa questa visione paradossale e disfunzionale ha prevalso nelle urne, e oggi ci ritroviamo a domandarci se tale condizione riuscirà ancora ad imporsi, nonostante tutto.

Ci chiediamo se continueremo ad accettare l’idea paradossale secondo cui esistano principi etici e giuridici “universali” dai quali però si possono estrarre porzioni a piacimento, modellandoli e adattandoli all’opportunità politica contingente.

E soprattutto, se permetteremo che l’ipocrisia resti lo strumento privilegiato con cui dominare l’arena pubblica.

L’ipocrisia, per quanto moralmente sgradevole, rimane una strategia politica potentissima.

Essa sa plasmare opinioni pubbliche, coagulare coalizioni e nascondere dietro facciate rassicuranti le profonde contraddizioni che attraversano le forze politiche e i singoli individui.

Ma il rischio più grave, sul lungo termine, è quello di erodere la fiducia nelle istituzioni, nella stessa idea di verità e nell’efficacia della democrazia rappresentativa, creando un clima di cinismo e disillusione che mina le fondamenta su cui si regge ogni società democratica.

In questo quadro, il “candidato perfetto” dell’opposizione attuale, incarnato da figure come Ranucci, assume un valore simbolico straordinariamente plastico e significativo.

Egli rappresenta il riflesso dell’ambiguità in cui si dibatte la cultura politica contemporanea, un monito per tutte le forze politiche e i cittadini affinché guardino oltre le apparenze, pretendano coerenza, onestà intellettuale e serietà, e si impegnino nella ricostruzione di un terreno comune di valori condivisi.

Solo un simile impegno può sottrarre la politica ai tatticismi, all’ipocrisia di comodo e alle narrazioni manipolatorie che oggi ne segnano la crisi.

Un cambio di paradigma culturale e politico è dunque indispensabile se vogliamo che, in futuro, la politica torni a rappresentare uno strumento autentico di cambiamento e giustizia sociale, e non si riduca al teatro nel quale si recitano copioni scritti esclusivamente per mantenere il potere a chiunque, senza alcun riguardo per il bene collettivo.

Questo richiede innanzitutto un nuovo patto sociale e culturale, fondato su trasparenza, responsabilità e rispetto dei principi etici e giuridici universali.

È necessario ricostruire una cultura politica che valorizzi il dibattito ragionato e aperto, capace di confrontarsi con le differenze senza demonizzare l’avversario, che sappia riconoscere l’importanza del pluralismo e della dialettica democratica.

Una cultura che faccia del garantismo un valore inalienabile, applicato con rigore e senza favoritismi, e che consideri il diritto alla giustizia non come una merce negoziabile, ma come un pilastro insostituibile della convivenza civile.

Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile che le forze politiche superino i personalismi e le logiche di corto respiro che spesso determinano scelte e comportamenti opportunistici.

Occorre un ritorno alla responsabilità collettiva e alla consapevolezza che il futuro della democrazia dipende dalla capacità di costruire un consenso ampio e duraturo attorno a valori condivisi e non su divisioni artificiali e interessi di parte.

Parallelamente, anche i cittadini hanno un ruolo cruciale da svolgere in questo processo di rigenerazione politica e culturale.

È fondamentale che si sviluppi una cittadinanza attiva e consapevole, in grado di riconoscere l’importanza della partecipazione politica, del controllo degli eletti e della tutela dei diritti fondamentali.

Solo una società civile informata e partecipe può costituire un baluardo contro il cinismo, il qualunquismo e la delegittimazione delle istituzioni.

Infine, non si può dimenticare che la comunicazione pubblica e mediatica gioca un ruolo centrale nel plasmare l’opinione e la cultura politica

Di Admin

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