
Appena 48 ore per cambiare bandiera
Due giorni fa Alexandria Ocasio-Cortez — per gli amici AOC, per gli algoritmi “progressista americana”, per i commentatori italiani “la prova vivente che la politica è tutta una questione di comunicazione” — avrebbe dichiarato che il *woke* è superato.
Pare che, subito dopo, dalle sue pagine social siano spariti anche i pronomi “she/her”.
Una rimozione rapidissima, quasi miracolosa.
Talmente rapida che viene spontaneo chiedersi se dietro non ci fosse una squadra di tecnici con il dito già appoggiato sul tasto “modifica bio”, in attesa del segnale.
Perché il vero talento della politica contemporanea non è cambiare idea: è cambiare idea senza lasciare tracce, preferibilmente prima che qualcuno possa fare uno screenshot.
E così, in appena quarantotto ore, il fenomeno si è propagato. Repubblica, opinionisti, editorialisti, influencer, politici e commentatori vari sembrano essersi accorti che il *woke* non è più il futuro dell’umanità, ma una vecchia tessera del supermercato scaduta nel cassetto.
Anche esponenti che fino a ieri sembravano pronti a difendere ogni virgola del vocabolario identitario hanno improvvisamente scoperto che esiste un problema: la gente comune.
La gente comune, infatti, è stata convocata per anni a una riunione alla quale non aveva chiesto di partecipare.
Le è stato spiegato come parlare, quali parole evitare, quali parole preferire, quali simboli esibire, quali pronomi inserire, quale definizione usare per non essere immediatamente classificata come retrograda, omofoba, transfobica, patriarcale, colonialista o — nei casi più gravi — persona che “non ha fatto il lavoro su di sé”.
Poi, all’improvviso, i sacerdoti del linguaggio inclusivo hanno guardato i sondaggi e hanno avuto una rivelazione: forse il popolo non considera l’uso del pronome nella biografia Instagram la massima priorità nazionale.
Forse, quando deve scegliere tra affitto, bollette, lavoro, sanità e sicurezza, non passa la serata tormentato dal dubbio se utilizzare l’asterisco, la schwa o il maschile sovraesteso.
Forse l’elettore medio non è un seminario universitario con connessione Wi-Fi.
Questa scoperta, naturalmente, non viene presentata come un ripensamento.
No.
Il ripensamento è volgare, umano, troppo simile all’ammissione di un errore.
Viene presentata come “evoluzione del dibattito”, “superamento di una fase”, “approccio più pragmatico”, “nuova sensibilità”.
La politica non cambia idea: aggiorna il posizionamento.
Il giornalismo non segue il vento: intercetta il mutamento culturale. Il commentatore non si contraddice: rilegge criticamente le proprie posizioni alla luce del presente. Il risultato è uno spettacolo magnifico: persone che fino a ieri combattevano per imporre un preciso vocabolario oggi spiegano che il vocabolario non conta poi così tanto.
Gli stessi che ci invitavano a “educarci” sulle nuove categorie identitarie adesso ci invitano a non essere ideologici.
Gli stessi che dividevano il mondo in oppressi e oppressori ora scoprono il valore della moderazione.
Gli stessi che accusavano gli altri di essere “fuori dalla storia” si sono messi a correre per non restare fuori dal prossimo sondaggio.
E qui arriva la domanda irresistibile: possibile che tutti abbiano ricevuto lo stesso ordine? Una telefonata?
Una circolare?
Una newsletter riservata?
Un messaggio su Signal intitolato “Piano di rientro dal Woke — uso interno”?
Magari con un calendario dettagliato: – lunedì: eliminare i pronomi dalla bio; – martedì: definire il *woke* “una fase necessaria ma ormai superata”; – mercoledì: pubblicare un editoriale sulla necessità di tornare ai problemi reali; – giovedì: accusare chi fa notare il cambio di linea di essere un complottista; – venerdì: sostenere che la linea è sempre stata quella. Naturalmente, in questi casi, compare immancabile il nome di George Soros.
Il grande regista universale, il burattinaio con una mano sui media, una sui partiti, una sulle università e, probabilmente, una quarta mano nascosta nel pannello di amministrazione di Instagram.
Non importa che le prove non ci siano: il sospetto è già pronto, lucidato e confezionato.
Se molte persone cambiano posizione nello stesso momento, deve esserci per forza un comando centrale.
Perché l’ipotesi alternativa — che osservino gli stessi sondaggi, gli stessi trend, gli stessi calcoli elettorali e gli stessi incentivi mediatici — è troppo banale.
E la banalità, si sa, è il peggior nemico del complotto.
Diciamolo chiaramente: non serve Soros per spiegare il comportamento di politici e giornali.
Basta una cosa molto più potente e molto meno cinematografica: il consenso.
Il consenso elettorale, il traffico online, la paura di perdere lettori, la necessità di essere presenti nel dibattito, il desiderio di non sembrare fuori moda.
Un partito può cambiare slogan perché ha letto un sondaggio.
Un giornale può cambiare tono perché ha visto calare gli abbonamenti.
Un opinionista può riscoprire il buonsenso perché ha notato che i suoi video vengono sommersi da commenti ostili.
Non è una cabina di regia: è il mercato dell’attenzione.
La cosa divertente è che coloro che denunciano la presunta regia occulta spesso immaginano una macchina organizzativa praticamente onnipotente, capace di coordinare partiti americani, giornali italiani, attivisti, influencer e rappresentanti istituzionali in tempi record. Eppure la stessa macchina, stranamente, non riesce mai a produrre un documento compromettente, una mail, una registrazione, una prova verificabile.
Funziona benissimo, ma lascia soltanto impressioni.
È potentissima, ma non si fa mai fotografare.
È ovunque, ma non compare in nessun bilancio.
Forse, più semplicemente, non c’è bisogno di un ordine.
C’è un riflesso.
Per anni l’ambiente progressista ha trattato il *woke* come un pacchetto indivisibile: diritti civili, lotta alle discriminazioni, linguaggio inclusivo, identità, rappresentazione, politiche simboliche e attivismo digitale venivano venduti tutti insieme, come un’offerta famiglia.
Chi contestava anche un solo elemento rischiava di essere accusato di voler cancellare l’intero edificio dei diritti.
Poi il pacchetto ha iniziato a presentare un problema commerciale.
Una parte dell’opinione pubblica ha cominciato a percepirlo non come una difesa della dignità individuale, ma come un sistema di controllo linguistico e morale. Le campagne contro le parole sbagliate, le liste di termini proibiti, le pubbliche umiliazioni sui social e le guerre infinite sulle definizioni hanno prodotto una reazione prevedibile: se ogni conversazione diventa un esame, molte persone smettono di presentarsi all’esame.
E allora ecco il miracolo: il *woke* diventa superato. Non perché tutto ciò che lo compone fosse sbagliato, ma perché la confezione ha cominciato a pesare più del contenuto.
In politica, però, la confezione è spesso il contenuto.
Se un messaggio viene percepito come elitario, moralista e distante, non basta dire che le intenzioni erano nobili.
Le intenzioni nobili non pagano la spesa e non impediscono a un elettore di sentirsi trattato da ignorante.
Il caso dei pronomi è emblematico.
Inserire “she/her” in una biografia può essere una scelta personale perfettamente legittima.
Può segnalare accoglienza, solidarietà, appartenenza o semplicemente il desiderio di evitare ambiguità.
Ma trasformare quella scelta in una prova di virtù, in un certificato di affidabilità morale o in un requisito implicito per essere considerati persone rispettabili è un’altra cosa. Quando il simbolo diventa un test, il test genera irritazione.
E quando l’irritazione si diffonde, i simboli iniziano a scomparire con una velocità impressionante. Naturalmente, la cancellazione del pronome non dimostra automaticamente un autentico ripensamento. Potrebbe essere una strategia.
Potrebbe essere un tentativo di rendere il profilo più accessibile a un pubblico ampio.
Potrebbe essere un gesto calcolato per non offrire bersagli agli avversari.
Potrebbe non significare quasi nulla.
Le biografie social non sono trattati filosofici: sono cartellini da visita digitali, spesso modificati secondo il vento del momento. Il problema nasce
