Ci sono film che nascono con l’ambizione di lasciare un segno e altri che, al contrario, sembrano destinati a consumarsi rapidamente nel circuito delle sale, a vivere una stagione breve e poi a scomparire. Febbre da cavallo, diretto da Steno nel 1976, appartiene apparentemente alla seconda categoria.

Pensato come prodotto di cassetta, una commedia popolare da distribuire senza troppe pretese, il film ha invece conosciuto una lunga e sorprendente sopravvivenza, alimentata soprattutto dai numerosi passaggi televisivi e dall’entusiasmo crescente di un pubblico di appassionati.

Oggi è riconosciuto come un autentico film culto, capace di parlare tanto ai frequentatori di ippodromi e sale scommesse quanto agli amanti della commedia all’italiana più scanzonata e irriverente.

Al centro della storia c’è il mondo delle corse dei cavalli, osservato non dal punto di vista dei campioni, dei proprietari facoltosi o degli allenatori professionisti, ma da quello degli scommettitori perdenti, degli illusi cronici, dei “fregnoni” e dei piccoli truffatori. È un universo fatto di biglietti stracciati, pronostici improbabili, debiti, amicizie messe alla prova e continue promesse di redenzione.

In questo scenario si muovono Bruno Fioretti, detto Mandrake, interpretato da Gigi Proietti, e Armando Pellicci, detto Er Pomata, al quale presta il volto Enrico Montesano. Sono due personaggi diversi ma accomunati dalla stessa malattia: la febbre del gioco.

Il termine “febbre” è quanto mai appropriato. Non si tratta semplicemente di una passione sportiva o di un divertimento domenicale. Per Mandrake e Pomata, l’ippica è una forma di dipendenza esistenziale, una lente attraverso la quale interpretano il mondo e giudicano la propria fortuna.

Ogni corsa può diventare la corsa decisiva, ogni cavallo può trasformarsi nel colpo della vita, ogni scommessa perduta è soltanto il preludio a quella successiva. Il giocatore non smette mai davvero di sperare: anche quando ha perso tutto, conserva la convinzione che il riscatto sia appena dietro l’angolo.

È proprio questa mentalità che Mandrake descrive nella celebre arringa pronunciata in tribunale: «Chi gioca ai cavalli è un misto, un cocktail, un frullato de robba…». Il monologo, diventato una delle sequenze più memorabili del film, condensa con grande efficacia la filosofia dell’opera. Il giocatore è un essere contraddittorio, insieme ingenuo e scaltro, disperato e arrogante, credulone e manipolatore.

È “un milionario pure se nun c’ha na lira” e “uno che nun c’ha na lira pure se è milionario”.

La sua ricchezza non è concreta, ma immaginaria: risiede nei soldi che spera di vincere, nei sistemi che crede infallibili, nei pronostici che racconta agli altri e soprattutto a se stesso.

La forza della scena non dipende soltanto dal testo, ma dall’interpretazione di Gigi Proietti. L’attore affronta l’arringa con una vitalità istrionica che trasforma la confessione di un vizio in un’autentica dichiarazione d’identità.

La lingua romanesca, ricca di deformazioni, abbreviazioni e invenzioni verbali, non è un semplice elemento comico: è lo strumento attraverso cui il personaggio prende possesso dello spazio, costruendo un mondo in cui la scommessa diventa una religione e la sconfitta una forma di eroismo.

Proietti recita con il corpo, con la voce, con gli occhi; accelera, rallenta, accumula parole, le lascia esplodere, fino a quel conclusivo “tié!” che sembra indirizzato non soltanto ai presenti in aula, ma all’intera società.

Mandrake è un protagonista perfettamente coerente con questa visione. È un uomo intelligente, affascinante, capace di improvvisare e di comprendere rapidamente le situazioni. Ha tuttavia un difetto fondamentale: non sa utilizzare le proprie qualità per costruirsi una vita stabile.

La sua intelligenza è messa al servizio dell’azzardo, della fuga in avanti, dell’ennesimo tentativo di recuperare il denaro perduto. Non è un criminale nel senso classico del termine, ma vive in una zona grigia dove l’inganno viene spesso giustificato dalla necessità e la necessità è a sua volta prodotta dall’inganno.

Accanto a lui, Er Pomata rappresenta una versione più teatrale, sfacciata e rumorosa dello stesso male. Montesano lo interpreta con un’energia fisica e verbale travolgente, facendo del personaggio una maschera comica che non smette mai di produrre trovate. Pomata è un seduttore di periferia, un piccolo venditore di illusioni, un uomo che si attribuisce competenze e conoscenze che raramente possiede davvero.

Il suo gergo, il modo di vestirsi, le pose da esperto e la disinvoltura con cui dispensa consigli contribuiscono a costruire una figura immediatamente riconoscibile.

La coppia Proietti-Montesano è il motore principale del film.

I due attori hanno tempi comici differenti ma complementari. Proietti tende a lavorare sulla parola, sull’elasticità della voce e sull’ambiguità del personaggio; Montesano punta maggiormente sul movimento, sulla smorfia, sull’esagerazione fisica e sulla sfrontatezza. Il loro rapporto oscilla continuamente tra complicità e conflitto. Sono amici perché condividono la stessa ossessione, ma anche rivali perché ciascuno vorrebbe dimostrare di essere più furbo dell’altro. Insieme costruiscono una dinamica fondata sul tradimento annunciato e sul perdono inevitabile: si ingannano, si insultano, si accusano, ma finiscono sempre per tornare a collaborare.

Il loro obiettivo più ambizioso riguarda Mandrake, che vorrebbe riscattarsi e riconquistare l’amore di Gabriella, interpretata da Catherine Spaak. La relazione sentimentale introduce nel film una componente melodrammatica, ma anche questa viene rapidamente risucchiata nella logica della scommessa.

Mandrake promette di cambiare, di smettere con i cavalli, di diventare finalmente un uomo affidabile. Tuttavia ogni promessa viene messa alla prova da un nuovo pronostico, da un cavallo dato per vincente, da un’occasione che non si può perdere. Il sentimento amoroso non riesce a competere con l’adrenalina dell’azzardo, perché la febbre da cavallo non è soltanto un vizio: è il modo in cui Mandrake percepisce se stesso.

Catherine Spaak offre al film una presenza più composta, quasi estranea al vortice farsesco che circonda i protagonisti. Il suo personaggio rappresenta la possibilità di una normalità borghese, di un’esistenza fondata su responsabilità e affidabilità.

Ma proprio per questo Gabriella appare spesso come una figura destinata alla frustrazione.

Mandrake la ama sinceramente, ma non è capace di anteporre l’amore al gioco.

Screenshot

L’elemento sentimentale, dunque, non serve tanto a correggere il protagonista quanto a mostrare il prezzo delle sue scelte.

Il cast di contorno contribuisce in modo decisivo alla riuscita dell’insieme. Mario Carotenuto, nei panni di Mafalda, offre una prova memorabile e conferma la propria straordinaria capacità di trasformare ogni battuta in una piccola scena autonoma. Il suo personaggio appartiene a quella galleria di figure popolari che la commedia italiana ha saputo raccontare con particolare precisione: persone immerse nella concretezza quotidiana, ma dotate di una fantasia inesauribile quando si tratta di giustificare i propri fallimenti.

Anche gli altri interpreti, da Francesco De Rosa a Gigi Ballista e Adolfo Celi, contribuiscono a rendere credibile e vivace il microcosmo del film. Non si tratta di personaggi psicologicamente complessi, ma di presenze fortemente caratterizzate, riconoscibili attraverso il linguaggio, l’abbigliamento, i tic e i comportamenti.

In Febbre da cavallo ogni figura sembra provenire da un ambiente preciso: l’ippodromo, il bar, la periferia romana, il mondo dei piccoli affari e delle relazioni informali. Il film non costruisce un universo realistico in senso rigoroso, ma una realtà deformata e amplificata, dove le persone sono maschere senza per questo risultare completamente artificiali.

Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è infatti il suo rapporto con la tradizione della commedia all’italiana. Da un lato, *Febbre da cavallo

Di Admin

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