Stefano Bonaccini, ricordiamolo, è una persona speciale.

Non speciale nel senso consueto del termine, naturalmente: speciale perché è riuscito nell’impresa, tutt’altro che banale, di perdere un’elezione contro Elly Schlein.

Un risultato che, al netto delle simpatie politiche, meriterebbe forse una targa commemorativa, possibilmente in bronzo e collocata in un luogo adeguatamente visibile.

Ma oggi, a quanto pare, Bonaccini ha deciso di superarsi.

In un’intervista facilmente reperibile sui vari canali, il presidente — o ex presidente, o futuro presidente, o eterno candidato a qualcosa: la carriera politica contemporanea è ormai un gioco di ruolo — avrebbe espresso in maniera piuttosto tranchant un concetto di straordinaria profondità: chi vota a destra, in Italia e nel mondo, lo fa probabilmente perché è ignorante.

Una tesi raffinata.

Complessa.

Articolata.

Degna, si direbbe, di un convegno internazionale sul rapporto tra elettorato, cultura e fenomeni politici contemporanei.

Oppure, più semplicemente, di una discussione da bar in cui qualcuno, dopo aver perso un’argomentazione, decide di dichiarare stupidi tutti gli altri.

Il ragionamento, nella sua versione essenziale, sembra essere questo: se una persona vota a destra, evidentemente non ha studiato abbastanza.

Se invece vota a sinistra, allora è istruita, consapevole, razionale, informata e probabilmente in possesso di almeno due master, una tessera di una biblioteca e un abbonamento a una rivista culturale.

Una classificazione del mondo decisamente comoda.

Da una parte i colti, dall’altra gli ignoranti.

Da una parte i cittadini capaci di comprendere la complessità, dall’altra una massa bruta che entra nel seggio, sbaglia scheda e torna a casa senza aver consultato il necessario comitato scientifico.

Il bello di queste definizioni è che consentono di evitare il fastidio del confronto.

Se chi vota diversamente da noi è ignorante, non dobbiamo ascoltarlo.

Se è ignorante, non dobbiamo rispondere alle sue domande.

Se è ignorante, non dobbiamo nemmeno provare a capire perché milioni di persone, in Italia e nel mondo, abbiano scelto partiti e leader di destra.

È un metodo straordinariamente efficiente: invece di analizzare i risultati elettorali, si analizzano gli elettori.

E, se il risultato non piace, si promuove direttamente l’elettorato a categoria clinica.

Naturalmente, per sostenere una simile teoria occorrerebbe almeno dimostrare che l’istruzione determini automaticamente il voto politico.

Ma la realtà, con il suo pessimo vizio di essere più complessa degli slogan, sembra ostinarsi a raccontare un’altra storia.

Esistono persone istruite che votano a destra, persone istruite che votano a sinistra, persone poco istruite che votano a destra, persone poco istruite che votano a sinistra e, soprattutto, milioni di cittadini che non hanno alcuna intenzione di sottoporre la propria scheda elettorale alla valutazione di Stefano Bonaccini.

La cultura, peraltro, non coincide necessariamente con l’orientamento politico.

Si può avere una laurea e sostenere tesi discutibili. Si può non avere una laurea e comprendere perfettamente i propri interessi, le proprie paure e le proprie aspettative.

Si può leggere molto e capire poco.

Si può leggere poco e capire abbastanza.

Si può conoscere la Costituzione e interpretarla male.

E qui arriviamo al punto interessante.

Perché sorge un dubbio.

Non un dubbio particolarmente sofisticato, sia chiaro.

Un dubbio quasi elementare, da quinta elementare, proprio per restare nel campo delle competenze che qualcuno sembra voler distribuire con tanta generosità.

Parliamo dello stesso Bonaccini che, soltanto poco tempo fa, si sarebbe preso una memorabile lezione televisiva dal senatore leghista Claudio Borghi?

Quello stesso Bonaccini che, durante un confronto in diretta, non sembrava sapere — o almeno non sembrava ricordare — che in Italia non è costituzionalmente consentito promuovere un referendum per l’uscita dall’Unione Europea?

È lui?

Perché, se è la stessa persona, la situazione presenta un certo elemento di comicità involontaria.

Da una parte abbiamo Bonaccini che accusa, in sostanza, gli elettori di destra di essere ignoranti. Dall’altra abbiamo Bonaccini che, davanti alle telecamere, pare inciampare su una norma costituzionale non esattamente clandestina, non custodita in un caveau segreto e non scritta in aramaico antico.

L’articolo 75 della Costituzione esclude infatti i referendum abrogativi sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali.

Il tema dell’uscita dall’Unione Europea, naturalmente, è giuridicamente più articolato di una battuta televisiva, ma proprio per questo sarebbe prudente evitare semplificazioni e, magari, conoscere almeno i principi fondamentali della materia prima di impartire lezioni di cultura agli altri.

E invece no.

La lezione arriva lo stesso.

Perché nella politica contemporanea non è necessario sapere tutto: è sufficiente apparire molto sicuri mentre si giudica l’ignoranza altrui.

È una competenza trasversale.

Non richiede necessariamente una preparazione specifica, ma una buona dose di sicurezza, una telecamera accesa e la certezza che il proprio pubblico dimenticherà entro pochi giorni ciò che è accaduto.

Oppure, ipotesi ancora più ottimistica, che nessuno vada a recuperare il video.

Purtroppo per Bonaccini, però, Internet ha una memoria notevole.

A volte persino eccessiva.

Conserva dichiarazioni, interviste, gaffe, smentite e momenti di imbarazzo con una dedizione che farebbe impallidire qualsiasi archivista.

I social possono dimenticare molte cose, ma raramente dimenticano una figuraccia televisiva ben confezionata.

E quella, a giudicare dalle reazioni, sarebbe stata una figuraccia di particolare pregio.

Una di quelle che non si limitano a passare: si sedimentano.

Restano nei corridoi della memoria digitale, vengono riproposte nei momenti opportuni e attendono pazientemente il giorno in cui il protagonista deciderà di definire ignoranti milioni di persone.

A quel punto il passato torna a bussare.

Non per cattiveria, ma per coerenza.

Se infatti si vuole sostenere che gli elettori di destra sono ignoranti, sarebbe almeno consigliabile non offrire contemporaneamente l’impressione di non conoscere un principio costituzionale di base.

Non perché una svista renda automaticamente ignorante una persona.

Gli errori capitano, anche ai preparati.

Ma perché la stessa severità con cui si giudicano gli altri dovrebbe essere applicata, prima di tutto, a se stessi.

Il problema, dunque, non è che Bonaccini abbia sbagliato. Il problema è che, dopo aver sbagliato — sempre ammesso che la ricostruzione dell’episodio sia corretta — si presenti come giudice supremo dell’intelligenza elettorale altrui.

È come se un automobilista avesse appena confuso freno e acceleratore e, uscendo dall’auto, avesse iniziato a spiegare agli altri che chi parcheggia male è un incapace.

Possibile?

Certamente.

Coerente?

Meno.

La politica, del resto, è piena di persone convinte che la propria opinione sia la conseguenza naturale dell’intelligenza, mentre quella degli altri derivi da ignoranza, manipolazione, arretratezza o malafede.

È una forma di narcisismo intellettuale assai diffusa, tanto a destra quanto a sinistra. Cambiano i bersagli, non il meccanismo.

Ogni schieramento tende a immaginarsi come la parte adulta, istruita e responsabile del Paese.

Gli altri sono sempre primitivi, fascisti, comunisti, analfabeti funzionali, servi del potere, manipolati dalla propaganda o incapaci di comprendere la complessità.

In questo modo il mondo diventa semplice: noi siamo competenti, loro sono scemi.

Il vantaggio è enorme.

Non occorre più convincere nessuno.

Basta classificare.

Eppure, se c’è una cosa che la storia elettorale degli ultimi anni dovrebbe aver insegnato, è che milioni di persone non gradiscono essere trattate come sudditi incapaci di intendere e di volere. Quando un partito perde consenso, può interrogarsi sulle proprie proposte, sulla propria comunicazione, sulle proprie leadership e sulle proprie contraddizioni.

Oppure può concludere che gli elettori sono ignoranti.

La seconda opzione è più semplice, più gratificante e molto meno faticosa.

Inoltre permette di mantenere intatta l’autostima: non abbiamo perso perché gli elettori sono poco acculturati…

Di Admin

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