È una lunga guerra di posizione, combattuta a colpi di dichiarazioni, smentite, allusioni, sorrisi congelati e telefonate che nessuno farà mai per primo, fino a ridosso delle elezioni.

Poi, all’ultimo momento, arriverà un tentativo di accordo.

Un accordo, però, molto più complicato del tradizionale contratto di centrodestra: tu prendi un ministero, io un altro, tutti dichiarano di aver vinto e si stringono la mano davanti alle telecamere.

Stavolta la questione è più ambiziosa.

Non riguarda soltanto percentuali, seggi o poltrone.

Riguarda la titolarità simbolica della parola «destraᄏ.

Chi può usarla senza chiedere permesso?

Chi ne stabilisce i confini?

Chi decide quando una posizione è identitaria, quando è irresponsabile e quando, con il miracoloso passaggio attraverso un ufficio stampa, diventa semplicemente «coraggiosa»?

La mia distribuzione probabilistica è questa:

  • 55%: accordo elettorale finale tra Meloni e Vannacci, con FN dentro o collegato alla coalizione;
  • 30%: Vannacci corre autonomamente;
  • 15%: scenario intermedio, rottura o riassetto imprevedibile della coalizione, cioè quella categoria analitica che comprende tutto ciò che non abbiamo previsto.

Il punto centrale è capire i quattro soggetti della partita.

Giorgia Meloni: la destra, ma con controllo qualità

Il comportamento di Giorgia Meloni mostra ormai un tratto molto stabile: è identitaria nel linguaggio, ma estremamente pragmatica quando entra nella stanza in cui vengono prese davvero le decisioni.

È probabilmente il cambiamento psicologico-strategico più importante avvenuto nella destra italiana negli ultimi quattro anni.

La Meloni dell’opposizione poteva permettersi una forte polarizzazione.

Poteva trasformare ogni conflitto in una prova di autenticità, ogni critica in un attentato alla volontà popolare, ogni avversario in un rappresentante dell’establishment cosmopolita, tecnocratico e possibilmente colpevole anche del maltempo.

La Meloni presidente del Consiglio ha invece sviluppato una fortissima attenzione al controllo del sistema: stabilità governativa, reputazione internazionale, affidabilità finanziaria, gestione personale della coalizione, rapporti con i partner europei e atlantici.

In altre parole, ha scoperto che governare significa anche occuparsi di cose terribilmente poco epiche, come i mercati, i bilanci e le conseguenze delle frasi pronunciate in televisione.

Non è diventata moderata nel senso psicologico del termine.

È diventata più selettiva nel rischio.

Il fatto che oggi indichi proprio la «stabilità» come il principale risultato del suo governo è molto indicativo.

La stabilità non è soltanto una scelta amministrativa: è diventata parte della sua identità politica.

Meloni non vuole più essere soltanto la leader che rappresenta la destra.

Vuole essere la leader che dimostra che la destra può governare senza incendiare ogni stanza in cui entra.

Questo rende Vannacci contemporaneamente utile e pericoloso.

Utile perché porta voti che difficilmente andrebbero a Elly Schlein.

Pericoloso perché introduce nella coalizione una personalità che non accetta facilmente la subordinazione, soprattutto se la subordinazione è confezionata come «leale collaborazione» e accompagnata da una fotografia sorridente.

Meloni ha costruito il proprio ruolo attraverso una cosa precisa: essere lei il punto terminale della destra italiana.

Non semplicemente la leader di Fratelli d’Italia, ma il luogo politico nel quale le diverse componenti della destra, dopo essersi insultate per qualche mese, avrebbero dovuto infine riconoscersi.

Vannacci mette in discussione proprio questo.

Quando Meloni dice ai vannacciani che non rappresentano la «vera destra» e che è difficile «costruire con chi distrugge», psicologicamente sta facendo qualcosa di molto più importante di un normale attacco elettorale.

Sta difendendo il confine del proprio gruppo.

La traduzione è piuttosto semplice:

«Potete contendermi voti.

Non potete contendermi la definizione di ciò che è destra.ᄏ

Questa è una distinzione fondamentale.

Il problema non è soltanto che Vannacci possa portare via consenso a Fratelli d’Italia o alla Lega.

Il problema è che può trasformare la destra da una casa con un’unica amministratrice a un condominio con più assemblee, tre regolamenti incompatibili e un vicino che sostiene di essere il proprietario morale dell’intero edificio.

Ecco perché non credo che Meloni chiamerà presto Vannacci.

Aspetterà.

Più precisamente, cercherà di capire se Vannacci si stabilizza, cresce ancora oppure comincia a sgonfiarsi.

Se scende abbastanza, proverà a marginalizzarlo.

Se resta intorno al 7-8% o sale ancora, la psicologia cambia: non sarà più un dissidente da disciplinare, ma un soggetto con cui bisogna trattare.

E oggi il problema esiste davvero: SWG lo ha recentemente collocato al 7,5%, davanti persino a Forza Italia.

Il che significa che il centrodestra potrebbe trovarsi nella singolare situazione di dover rassicurare i moderati mentre, nello stesso tempo, cerca di non farsi superare da una formazione nata politicamente ieri e già capace di comportarsi come se avesse alle spalle settant’anni di storia, cinque generazioni di martiri e un archivio completo delle colpe altrui.

Meloni osserverà.

Lascerà che siano gli altri a esporsi.

Farà parlare i numeri, possibilmente dopo aver fatto parlare gli avversari

. È il suo modo di trattare il conflitto: non negarlo, non chiuderlo subito, ma lasciarlo maturare fino a quando l’altro non avrà più spazio per uscirne senza sembrare incoerente.

Matteo Salvini: quando il rivale ti ruba anche il costume di scena

Tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci vedo il conflitto psicologicamente più personale dell’intera partita.

Vannacci non gli sta semplicemente sottraendo elettori.

Gli sta sottraendo il personaggio politico che Salvini aveva costruito per sé: immigrazione, sicurezza, sovranità, critica dell’establishment, linguaggio provocatorio, politicamente scorretto, rapporto diretto con il pubblico.

La sovrapposizione è quasi perfetta.

Solo che Vannacci dispone di una risorsa simbolica che Salvini non possiede: generale, uniforme, missioni, comando militare. Salvini ha il felpa-tour; Vannacci ha il grado.

In politica, purtroppo, anche l’abbigliamento può diventare una forma di curriculum.

Per questo trovo significativa una frase apparentemente poco politica pronunciata da Salvini: Vannacci sarebbe stato una «delusione umanaᄏ.

Quando nello scontro politico compare il lessico della delusione personale, significa normalmente che la relazione è percepita almeno in parte come una rottura di lealtà, non soltanto come competizione.

Non siamo più al livello del «non condivido la sua linea».

Siamo già al «dopo tutto quello che ho fatto per lui».

Mancano soltanto una cena annullata e un messaggio visualizzato senza risposta.

Qui nasce il paradosso strategico di Salvini.

Se Vannacci viene escluso, rischia di continuare a sottrarre voti alla Lega dall’esterno.

Se Vannacci viene ammesso nella coalizione, acquisisce legittimità e può continuare a sottrarre voti alla Lega dall’interno dello stesso campo.

Per Salvini entrambe le soluzioni sono spiacevoli.

È il genere di dilemma in cui ogni scelta viene presentata come una sconfitta, ma almeno una delle due può essere raccontata in conferenza stampa come una «scelta responsabileᄏ.

Per questo prevedo che Salvini sarà quasi certamente l’ultimo dei tre leader della coalizione ad accettare un accordo con Vannacci.

Ma credo anche che, davanti alla concreta possibilità di perdere le elezioni, finirà per accettarlo.

Non per riconciliazione.

Per sopravvivenza politica.

Salvini potrebbe anche essere il più aggressivo nella fase precedente all’accordo.

Dovrà dimostrare ai propri elettori di non essere stato sostituito, assorbito o ridotto al ruolo di custode della sala riunioni.

Attaccherà Vannacci, ne denuncerà l’incoerenza, forse ne sottolineerà l’ingratitudine.

Poi, se i numeri lo imporranno, sederà allo stesso tavolo.

In politica gli ex nemici non diventano necessariamente amici.

Diventano, più spesso, «alleati nel superiore interesse del Paese».

È una formula elegante per dire che nessuno ha più interesse a litigare..

Di Admin

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