𝗤𝗨𝗘𝗦𝗧𝗢 𝗠𝗔𝗧𝗥𝗜𝗠𝗢𝗡𝗜𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗦’𝗛𝗔 𝗗𝗔 𝗙𝗔𝗥𝗘. 𝗢𝗣𝗣𝗨𝗥𝗘 𝗦𝗜̀.

Se Manzoni avesse avuto modo di assistere alla commedia moderna che anima il centrodestra italiano, probabilmente avrebbe abbandonato la penna in segno di resa.

Nel suo intreccio lineare, Renzo voleva Lucia, Lucia voleva Renzo e Don Rodrigo detestava l’idea del matrimonio.

Non c’era spazio per esitazioni, proteste o sondaggi elettorali.

Nel teatro contemporaneo di Giorgia Meloni e soci, invece, gli sposi esistono a malapena, i parenti litigano su ogni dettaglio e gli elettori, sempre invitati per ultimi, pagano il banchetto senza sapere se lo spettacolo finirà mai.

Meloni ha compiuto una vera e propria acrobazia politica: da leader di una destra temuta nelle corti europee, è diventata la signora del galateo atlantico, gentile abbastanza da poter prendere un caffè a Bruxelles senza dover indossare elmetto o armatura postmissina.

Ma nel frattempo, buona parte del pubblico – quello a cui piacevano le battaglie dure, le richieste concrete e le identità da difendere come reliquie sacre – ha iniziato a voltare pagina e a cercare conforto altrove.

Ecco allora che Matteo Salvini preferirebbe che qualcuno smarrisse gli anelli sposali, Forza Italia guarda allo sposo con occhio sospettoso e Roberto Vannacci, detto “il Generale”, si ritaglia il ruolo di voce indignata, quella che non deve chiedere scusa per pensieri poco ortodossi.

Un po’ il pepe in una minestra che Meloni sta cautamente cercando di rendere più digeribile per i salotti internazionali.

E il curioso paradosso è che l’elettorato vuole entrambi: la melodia rassicurante di Giorgia e l’ardore guerriero di Vannacci, come se potessero coesistere senza fare esplodere la fragile pentola politica.

In questo triangolo di ambizioni e diffidenze, Salvini è rimasto a guardare il suo pupillo crescere, scoprendo l’antica verità della politica italiana: chi cresce troppo rischia di mangiarti il pranzo e, con esso, una fetta del futuro.

La scena si completa con Forza Italia, che declina il ruolo di moderato europeo e si aggrappa a veti ormai più simbolici che pratici, perché quando si tratta di numeri e voti, anche le certezze più solide possono trasformarsi in opinioni soggette a revisioni.

Giorgia Meloni si trova dunque davanti a un bivio che nessun capo di governo vorrebbe affrontare: scegliere tra il centrodestra ideale, quello che ama nei libri di strategia, e quello reale, quello che gli elettori le porgono con tanto di firma e voto.

Ignorare Vannacci significherebbe perdere voti decisivi e forse anche l’intero governo; accoglierlo significherebbe tradire alleanze e quel bon ton europeo tanto faticosamente conquistato.

Per il Generale stesso, proclamarsi custode della destra pura è un lusso possibile solo stando all’opposizione, perché al governo si sporcano le mani e i compromessi diventano inevitabili.

Se la purezza dovesse costare la vittoria, spiegare al proprio elettorato che perdere insieme agli altri è meno doloroso che vincere da soli potrebbe essere un esercizio di acrobazia retorica degno di Cirque du Soleil.

Mentre Salvini serba rancore, Tajani mantiene il suo veto e Meloni si confronta con i propri equilibri, gli elettori sembrano aver già deciso: vogliono tutto e subito, senza compromessi, anzi con un pizzico di ironia amara.

Il matrimonio si farà, ma non perché qualcuno ha cambiato idea o le passioni si siano infiammate: semplicemente perché divorziarsi prima di iniziare sarebbe una spesa che nessuno è disposto a sostenere.

In politica, si sa, l’amore è spesso un contratto mercantile, e la ragione d’interesse batte ogni battito di cuore.

Dunque, che si tratti di un matrimonio d’amore, di convenienza o di bisogno, alla fine la sceneggiata si concluderà con un sì collettivo, pronunciato tra un brindisi e l’altro, mentre fuori, agli elettori, resterà solo il conto da pagare e il desiderio mai sopito di capire davvero da che parte stiano tutti quanti.

Perché in Italia, soprattutto in politica, le nozze sono sempre un evento; e se non sono felici, almeno sono perfettamente teatrali.

Di Admin

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