Interprete intenso, inquieto e spesso imprevedibile di numerosi film.

Oggi compie 74 anni e il mio omaggio va a uno dei titoli più celebri della sua carriera: 9 settimane e ½, il cult degli anni Ottanta diretto da Adrian Lyne e interpretato, accanto a lui, da Kim Basinger.

Uscito nel 1986 — anche se in Italia arrivò nel 1987 — il film divenne rapidamente un fenomeno di costume.

Una coppia bollente, un appartamento elegante, una New York notturna e sensuale, una colonna sonora memorabile e una serie di giochi erotici destinati a entrare nell’immaginario collettivo.

Ma ridurre 9 settimane e ½ a un semplice film scandaloso o a una successione di scene provocanti sarebbe ingeneroso.

Sotto la superficie patinata e seduttiva, l’opera di Lyne racconta infatti una relazione fondata sul potere, sulla manipolazione e sulla progressiva perdita di controllo.

Al centro della storia troviamo Elizabeth McGraw, gallerista newyorkese indipendente e apparentemente sicura di sé, e John Gray, finanziere affascinante, enigmatico e abilissimo nel creare intorno a sé un alone di mistero.

I due si incontrano quasi per caso e iniziano una relazione che, almeno all’inizio, sembra animata dalla curiosità e dal desiderio reciproco. John conduce Elizabeth in un mondo di esperienze nuove, regole mutevoli e fantasie sempre più audaci.

Lei, dapprima attratta dalla sua sicurezza, finisce progressivamente per smarrire i propri punti di riferimento.

Il titolo allude alla durata della relazione: nove settimane e mezzo durante le quali Elizabeth e John si abbandonano a frequenti acrobazie passionali, in una sorta di crescendo erotico che dovrebbe condurre a una maggiore intimità, ma che finisce invece per mettere a nudo la fragilità del loro rapporto.

Dopo quel periodo, per entrambi arriva il ritorno alla normalità.

Ma la normalità, dopo un’esperienza così intensa e destabilizzante, non può più essere la stessa.

Adrian Lyne costruisce il film come un lungo rituale di seduzione.

Ogni dettaglio contribuisce a creare un’atmosfera sospesa: la luce soffusa, gli interni raffinati, i riflessi sui vetri, i corridoi, le scale, le stanze semibuie e i corpi filmati come superfici da osservare prima ancora che come strumenti di desiderio.

La fotografia di Peter Biziou è elegante e levigata, ricca di tonalità calde, ombre e contrasti.

New York non è soltanto lo sfondo della vicenda, ma un ambiente sensuale e metropolitano, fatto di locali, gallerie, appartamenti lussuosi e strade attraversate da una luce spesso irreale.

Il regista conosce perfettamente la grammatica della seduzione visiva.

Prima ancora che i personaggi si tocchino, sono gli oggetti, gli ambienti e i gesti a suggerire il desiderio.

Un alimento, una benda, una porta socchiusa, un movimento improvviso: tutto può diventare un segnale erotico.

Celeberrima è la scena in cui John prepara per Elizabeth una sorta di performance culinaria, imboccandola lentamente e sottoponendola a un gioco di assaggi, attese e provocazioni.

La scena è diventata una delle immagini più riconoscibili del cinema sensuale degli anni Ottanta, ma la sua forza non deriva soltanto dalla sensualità esplicita.

È il controllo del ritmo, il modo in cui John dirige l’esperienza e la reazione incerta di Elizabeth a rendere il momento realmente significativo.

Il film, infatti, non presenta il desiderio come una dimensione necessariamente liberatoria.

Al contrario, mostra come la seduzione possa diventare anche uno strumento di dominio.

John appare inizialmente come un uomo capace di offrire a Elizabeth una libertà nuova, invitandola a superare le convenzioni e a lasciarsi andare.

Ma la sua libertà è spesso una libertà già organizzata da lui, dentro la quale la donna è chiamata a muoversi secondo regole non dichiarate. John stabilisce i tempi, propone i giochi, decide quando avvicinarsi e quando sottrarsi.

Elizabeth partecipa, ma non sempre è chiaro quanto lo faccia per autentico desiderio e quanto per paura di perdere il rapporto.

Qui emerge l’aspetto più interessante e problematico dell’opera. 9 settimane e ½ è un film sulla seduzione, ma anche sull’ambiguità del consenso.

La passione viene presentata come un territorio in cui i confini sono continuamente messi alla prova, e proprio per questo la storia conserva una componente inquietante.

La relazione tra Elizabeth e John non è davvero paritaria: lui possiede una maggiore esperienza nel controllo delle situazioni, nella costruzione del mistero e nella gestione delle emozioni.

Lei, pur essendo una donna adulta e indipendente, si ritrova gradualmente coinvolta in un rapporto che sembra sottrarle autonomia.

Il film è tratto, con notevoli libertà, dall’autobiografia di Elizabeth McNeill, pseudonimo della scrittrice Elizabeth McNeill, che raccontò una relazione vissuta in termini molto più duri e traumatici.

Nel libro, l’esperienza descritta assume i contorni di un autentico abuso sessuale e di una condizione di prigionia psicologica.

Nel passaggio cinematografico, tutto appare più sfumato.

La vicenda viene trasformata in una storia d’amore erotica e patinata, nella quale l’ambiguità viene spesso coperta dall’eleganza della messinscena e dal fascino dei protagonisti.

Questa scelta ha contribuito al successo del film, ma ne costituisce anche il principale limite.

La raffinatezza formale rischia infatti di attenuare la gravità di alcuni comportamenti.

Lo spettatore è invitato a lasciarsi catturare dall’estetica della relazione, dalla bellezza dei corpi, dalle musiche e dall’atmosfera, mentre le conseguenze psicologiche del rapporto rimangono in secondo piano.

Il dolore di Elizabeth è presente, ma spesso filtrato attraverso una rappresentazione glamour che tende a rendere desiderabile persino ciò che dovrebbe apparire disturbante.

In questo senso, 9 settimane e ½ riflette pienamente la cultura cinematografica degli anni Ottanta.

È un film in cui il lusso, il successo e la sensualità vengono mostrati come elementi di un’unica superficie seducente.

John incarna il potere economico e il fascino dell’uomo capace di trasformare la vita quotidiana in uno spettacolo.

Elizabeth appartiene a un ambiente artistico e raffinato, ma la sua emancipazione appare fragile di fronte alla personalità dominante del compagno. Il film celebra la trasgressione, pur suggerendo contemporaneamente che la trasgressione può avere un prezzo.

Mickey Rourke offre un’interpretazione di grande presenza scenica.

In quegli anni l’attore era all’apice del suo fascino: il volto irregolare, lo sguardo malinconico, la voce roca e quella combinazione di sensualità e minaccia che lo rendevano diverso dai divi tradizionali.

John Gray non è un seduttore rassicurante.

È affascinante, certo, ma anche indecifrabile, talvolta ironico, talvolta freddo, sempre in possesso di una sicurezza che sfiora l’arroganza.

Rourke riesce a far percepire la natura doppia del personaggio: da una parte l’uomo capace di accendere il desiderio, dall’altra una figura che sembra nutrirsi della vulnerabilità altrui.

La sua interpretazione non si fonda soltanto sui dialoghi.

Rourke lavora soprattutto attraverso la postura, le pause, i silenzi e la capacità di occupare lo spazio.

John entra nella vita di Elizabeth con naturalezza, come se ogni ambiente gli appartenesse già.

Non ha bisogno di imporsi con la forza: gli basta un gesto, uno sguardo, un sorriso appena accennato.

La sua pericolosità nasce proprio da questa apparente disinvoltura.

Kim Basinger, al suo fianco, costruisce una Elizabeth più complessa di quanto il film lasci talvolta emergere.

Il suo personaggio è curioso, intelligente, attratto dall’avventura ma anche desideroso di conservare una propria identità.

Basinger interpreta bene il passaggio dalla sicurezza iniziale alla confusione, dall’eccitazione alla paura.

Il suo corpo, così come quello di Rourke, è continuamente esposto allo sguardo, ma l’attrice riesce a suggerire che dietro la superficie seducente esiste una donna che combatte per mantenere il controllo di sé.

La coppia funziona soprattutto grazie alla tensione che si crea tra i due.

Rourke e Basinger non sono semplicemente belli insieme: sono cinematografici.

Di Admin

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