Il caso del pakistano con passaporto italiano che ripudia la moglie pronunciando il “talaq” secondo la Sharia e pretende che il Comune lo registri, solleva interrogativi profondi sul rapporto tra diritto civile, multiculturalismo e tutela dei diritti delle donne nel nostro Paese.

Il “talaq”, l’atto che consente al marito di sciogliere il matrimonio semplicemente recitando tre volte la parola “talaq”, rappresenta un istituto legale nelle tradizioni islamiche, ma è radicalmente incompatibile con i principi costituzionali italiani.

La pronuncia unilaterale e senza necessità di consenso della moglie nega alla donna qualsiasi forma di difesa o partecipazione, manifestando una palese disparità di genere.

Ciò contrasta con l’articolo 29 della Costituzione italiana, che sancisce l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi e prevede il loro pari trattamento nella famiglia e nella società.

Nel caso di Monfalcone, il rifiuto del Comune a registrare il ripudio ha scatenato la reazione veemente del marito, abituato a imporre una decisione personale e immediata senza contraddittorio.

Questa vicenda espone un problema più ampio di sicurezza sociale: non si tratta solo di una questione culturale o religiosa, ma di come una legge dello Stato venga applicata, contrastando pratiche che mettono a rischio i diritti fondamentali di una parte più debole.

Il quadro giuridico italiano è chiaro.

Il Ministero dell’Interno considera il ripudio contrario all’ordine pubblico e la Corte di Cassazione, nel 2020, ha ribadito che nessuna decisione derivante da questo meccanismo può avere effetti in Italia perché discrimina la donna e le nega qualsiasi tutela.

Questi principi sono però messi alla prova dalla realtà amministrativa locale e dalle inefficienze che spesso caratterizzano i Comuni.

I casi come quello di Ancona, dove un “talaq” pronunciato all’estero è stato inserito nei registri comunali, dimostrano quanto sia fragile la barriera contro pratiche incompatibili col nostro ordinamento, soprattutto quando la donna ripudiata non ha risorse o capacità per rivolgersi alla giustizia.

Il problema non è né un complotto né una resa ideologica dello Stato, ma una questione di formazione, volontà politica e responsabilità amministrativa. Spesso gli impiegati di Stato civile si trovano a dover gestire situazioni complesse senza adeguati strumenti formativi o sostegno istituzionale, esposti a pressioni e ricatti morali o culturali.

L’inerzia degli uffici e la mancanza di protocolli chiari consentono così ai padri di famiglia di agire secondo tradizioni che violano i diritti umani fondamentali, con la benedizione implicita dell’omissione.

Inoltre, il sistema premia la resistenza passiva e punisce chi tenta di opporsi concretamente a queste ingiustizie.

Dire “no” significa dover affrontare conseguenze come cause legali e accuse infondate, mentre dire “sì” appare più semplice e conveniente, anche se a scapito della dignità di molte donne.

Questo crea una catena di piccoli cedimenti che alimentano un precedente pericoloso, espandendo spazi giuridici paralleli e fuori controllo.

Il tema mette in luce anche una lacuna fondamentale nella procedura di acquisizione della cittadinanza italiana.

Anche dopo un percorso formale, che richiede anni di residenza, un reddito stabile e il superamento di un esame linguistico di livello B1, non è previsto alcun accertamento sull’effettiva comprensione e accettazione dei principi costituzionali, in particolare quelli riguardanti l’uguaglianza tra uomo e donna nel matrimonio.

Il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione viene letto senza un efficace approfondimento, e ancor meno senza una verifica del reale significato da parte del nuovo cittadino.

A differenza di altri Paesi europei come la Francia, dove la cittadinanza può essere negata in caso di “difetto di assimilazione” – e dove, tra i motivi, figura esplicitamente la poligamia o il rifiuto di rispettare la parità dei sessi -, in Italia non esistono analoghi strumenti di valutazione culturale o morale che possano prevenire la naturalizzazione di cittadini che non abbracciano questi valori fondanti.

La vicenda richiama inoltre un retaggio storico che fa riflettere. Nel passato romano, ripudiare la moglie era un diritto del marito per motivi spesso arbitrari, ma con l’avvento del cristianesimo questo potere maschile venne progressivamente limitato, fino a divenire illegale nell’Italia unita. La nostra Costituzione usa addirittura il termine “ripudio” una sola volta, e in senso negativo, associato alla guerra e al rigetto di pratiche inaccettabili.

Oggi, tuttavia, assistiamo a un tentativo – seppur indiretto – di reintrodurre quel potere attraverso la porta di servizio della registrazione anagrafica, senza alcun coinvolgimento dei tribunali o applicazione dei valori costituzionali.

È necessario quindi un cambio di paradigma: è imperativo che tutto il personale coinvolto negli uffici di stato civile sia adeguatamente formato e supportato da un ruolo attivo e deciso del Ministero dell’Interno nelle cause legali. Inoltre, è indispensabile istituire un colloquio autentico prima del giuramento per accertare la comprensione e il rispetto dei principi di uguaglianza, libertà e diritti umani.

Soprattutto, la società deve superare la reticenza e il timore di opporsi a queste pratiche ingiuste. La resistenza non è scortesia, ma un dovere civico e morale per salvaguardare le conquiste di diritti e libertà che hanno fatto dell’Italia una democrazia moderna.

La sottomissione, non imposta da nessuno, è invece un’offerta imposta dalla paura e dall’inerzia, timbro dopo timbro, senza che si riconosca il prezzo altissimo che pagano le donne vittime di tali meccanismi. In conclusione, la storia del “talaq” registrato nei Comuni italiani è una battaglia di civiltà che interpella tutti noi.

Non si tratta solo di fermare un atto ingiusto, ma di riaffermare con forza che la Carta costituzionale e i suoi valori sono vincoli inderogabili, che ogni cittadino – nuovo o vecchio che sia – deve conoscere, accettare e rispettare senza eccezioni.

Solo così potremo impedire che la riproposizione di pratiche medievali diventi la normalità e che le donne italiane vengano ripudiate due volte: dalla tradizione oppressiva e dalla negligenza dello Stato che dovrebbe proteggerle.

Di Admin

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