LA PROSTITUZIONE LEGALIZZATA NELL’ISLAM

(Oriana Fallaci dovette sposarsi, per poter intervistare Komeini)
Lo sapevate che in alcune correnti dell’Islam esiste una pratica che, di fatto, legalizza una forma di prostituzione sotto le spoglie del “matrimonio”?
Si tratta del cosiddetto “matrimonio temporaneo”, un istituto che assume nomi diversi nelle due macro-divisioni principali della religione islamica: gli sciiti lo chiamano Mut’a, mentre i sunniti lo identificano nel Misyar.
Sebbene presentino differenze formali e rituali, il principio è il medesimo: un uomo e una donna si accordano per un rapporto sessuale che ha una durata prefissata e un prezzo concordato.
Cinque minuti, cinque ore, cinque giorni o anche mesi: al termine stabilito, il legame si scioglie automaticamente, senza ulteriori obblighi.
Nel caso della Mut’a, tipico della tradizione sciita, la donna pronuncia una formula rituale che sancisce il contratto: “Mi do a te per il tempo concordato e in cambio della dote concordata”.
Questo “contratto” richiede semplicemente la definizione di due parametri fondamentali: la durata del rapporto e il compenso economico.
Non c’è alcun obbligo di mantenimento, né di convivenza, né di costruzione di una vita familiare condivisa.
È, come ammettono gli stessi giuristi sciiti, una sorta di locazione: l’uomo “affitta” il corpo della donna per un periodo definito, contro corrispettivo monetario.
La sacralità del matrimonio, con i suoi valori familiari e sociali, evapora e lascia spazio a una transazione che più sembra una compravendita.
Dal canto suo, il Misyar sunnita si presenta formalmente come un matrimonio “permanente” ma, nella realtà dei fatti, produce effetti simili alla Mut’a.
La donna rinuncia volontariamente – e spesso sotto pressione o per necessità – a diritti fondamentali quali il mantenimento economico, la convivenza e la possibilità di un rapporto equilibrato con il marito
Quest’ultimo ha la piena libertà di visitarla quando desidera e per il tempo che vuole.
Il Misyar elimina ogni obbligo relazionale e affettivo, riducendo l’unione matrimoniale a un mero mezzo per giustificare incontri sessuali, spesso tenuti nell’ombra e nel segreto.
Non sono rari i casi in cui questa “soluzione” viene adottata per coprire quello che, in nome della morale religiosa, sarebbe altrimenti considerato zina – fornicazione, cioè un peccato da evitare a tutti i costi.
È fondamentale sottolineare che se togliessimo la parola “matrimonio” da queste pratiche e le descrivessimo per quello che realmente sono – ovvero un accordo contrattuale tra un uomo e una donna per un rapporto sessuale a pagamento e ad orologeria – allora il nome cambierebbe ma la sostanza rimarrebbe invariata.
Infatti, anche gli stessi studiosi musulmani che difendono il Misyar non negano che si tratti di qualcosa “sconsigliata”, che “contraddice gli scopi del matrimonio” e che altro non è se non un modo per “soddisfare bisogni sessuali”.
Queste ammissioni scuotono il velo di ipocrisia che avvolge tali pratiche e ne rivelano la natura autentica.
Il discorso tuttavia non può fermarsi alle sole riflessioni teoriche: la questione centrale riguarda le condizioni di vita delle donne coinvolte.
In Iraq, per esempio, molte donne povere, vedove o emarginate vengono spinte verso contratti di Mut’a da imam locali che, dopo aver stipulato l’accordo, scompaiono senza fornire alcun supporto.
Queste donne non godono di tutela reale: se restano incinte sono lasciate sole a fronteggiare il peso sociale di una gravidanza fuori dal matrimonio “tradizionale”; se chiedono giustizia o protezione rischiando violenze, persino l’assassinio da parte delle proprie famiglie.
Il contratto è formalmente “legale” secondo certi codici religiosi, ma la realtà concreta è sfruttamento, abuso e precarietà.
È inaccettabile che un sistema che si definisce giusto e morale permetta tali ingiustizie.
Qualcuno sostiene che queste pratiche servano a “evitare il peccato”, a fornire una copertura religiosa a rapporti che altrimenti sarebbero proibiti.
Ma se l’unico modo per non peccare è pagare una donna per un’ora o per qualche giorno di sesso regolamentato, allora il problema non è la donna, non è l’uomo, non è nemmeno il peccato in sé: è la legge stessa che permette e incentiva questo paradosso.
Non si tratta più di una tutela morale, ma di una mercificazione del corpo femminile, con il consenso implicito di chi ferma il potere religioso.
Diciamolo chiaramente: ciò che sotto una veste sacra viene presentato come “matrimonio” non è altro che prostituzione mascherata.
Questa etichetta non rende la pratica meno vergognosa, anzi la torna ancora più ipocrita, perché utilizza un linguaggio religioso per camuffare una realtà di sfruttamento e inganno.
Le donne coinvolte non sono partner in un’unione egualitaria, ma oggetti di scambio temporaneo, esposti a rischi enormi e prive di qualsiasi forma di protezione.
È urgente, dunque, un ripensamento radicale di queste pratiche.
Occorre smascherare l’inganno e promuovere una discussione critica che metta al centro i diritti delle donne e la dignità umana, piuttosto che perpetuare un sistema che equivale a una prostituzione legalizzata e camuffata.
L’ipocrisia deve finire: chiamare “matrimonio” un contratto a tempo per rapporti sessuali a pagamento non ne migliora la natura, ma contribuisce solo a mantenere una distorta concezione della giustizia e della morale.
La vera sfida è abbattere questi muri di silenzio e tabù e costruire una società in cui il rispetto e la libertà delle donne siano davvero al primo posto.
