
*I figli della scimmia* e il peso quotidiano della cura**
Caro Scamarcio, devo chiederti scusa.
Non perché tu mi debba qualcosa, naturalmente, e nemmeno perché tra noi ci sia mai stata quella familiarità confidenziale che autorizza certe formule da lettera aperta.

Non ti ho mai intervistato, non siamo amici, non abbiamo condiviso tavoli, set o conversazioni illuminanti.
Ti ho giudicato da lontano, come spesso accade con gli attori che, prima ancora di essere valutati per il loro lavoro, vengono trasformati in personaggi pubblici, in tipi umani, in maschere di un immaginario collettivo.
Ti ho giudicato male, o almeno troppo in fretta.
E allora questa è una piccola rettifica, forse tardiva, ma sincera: in *I figli della scimmia*, diretto da Tommaso Landucci e interpretato, oltre che prodotto, da Riccardo Scamarcio, c’è un attore che sembra avere trovato una materia espressiva autentica, una zona emotiva in cui la sua irruenza, il suo carattere fumantino, quella presenza sempre sul punto di esplodere, non sono più elementi da contenere o da addomesticare, ma strumenti narrativi necessari.
Il film non è leggero.
Anzi, sarebbe scorretto presentarlo come una visione agevole, consolatoria, magari edificante.
*I figli della scimmia* affronta una situazione familiare segnata dalla disabilità, dalla dipendenza, dalla fatica della cura e da una forma di dolore tanto ordinaria quanto radicale.
Al centro c’è Enrico, un ragazzino gravemente handicappato, affetto da problemi fisici di ogni tipo e bisognoso di assistenza continua. Attorno a lui si organizza la vita dei genitori, una vita in cui l’amore non viene negato, ma continuamente messo alla prova dalle necessità materiali, dalla stanchezza, dal risentimento, dalla colpa.
È proprio qui che il film trova il suo nucleo più interessante: nella capacità di raccontare un amore che non coincide con la disponibilità assoluta, con la pazienza infinita, con la dedizione senza incrinature che spesso il discorso pubblico pretende dai genitori di figli disabili.
Il padre interpretato da Scamarcio ama suo figlio.
Questo il film non lo mette in dubbio.
Ma lo ama dentro una condizione che sembra non concedere tregua, dentro una quotidianità che ha il sapore di un “fine pena mai”.
E riconoscere la presenza di questo pensiero — o anche solo di questa sensazione — non significa negare l’amore. Significa restituirgli la sua dimensione umana, contraddittoria, persino scomoda.
La retorica della genitorialità, soprattutto quando è attraversata dalla malattia, tende a costruire figure esemplari: padri e madri capaci di sacrificarsi senza esitazioni, di trasformare ogni ostacolo in una prova di amore, ogni rinuncia in una forma di purezza morale.
*I figli della scimmia* si sottrae a questa semplificazione.
Il suo protagonista non è un santo, non è un eroe della sofferenza, non è un uomo che abbia trovato una risposta definitiva alla propria condizione.
È un padre che fa quel che deve fare — parole sue — perché deve farlo, perché non esistono alternative, perché il compito lo precede e lo definisce.
Ma nell’esecuzione di quel dovere il film lascia emergere una crepa: lo sguardo assente, il corpo stanco, l’impressione che una parte di lui si sia ritirata in un luogo dove non può essere raggiunta.
Scamarcio interpreta questa frattura senza trasformarla in un’esibizione melodrammatica.
Non cerca continuamente l’effetto, non chiede allo spettatore di commuoversi a comando.
Il suo personaggio sembra spesso agire per inerzia, come se il movimento quotidiano fosse diventato una procedura.
Alza, accompagna, controlla, assiste, risponde.
Le azioni della cura — ripetitive, concrete, prive di qualunque aura romantica — diventano la grammatica della sua giornata.
Il padre non è definito da un discorso, ma da una serie di gesti che devono essere compiuti anche quando l’anima non è in grado di sostenerli.
In questo senso, la prova di Scamarcio è più complessa di quanto potrebbe apparire.
L’attore porta nel personaggio il suo temperamento, ma lo comprime.
La rabbia non esplode sempre; più spesso ristagna, si deposita nel corpo, nella postura, nel modo di parlare, in una tensione muscolare che lascia intuire quanto costi non perdere il controllo.
È un uomo che può diventare brusco, che ha scatti, che sembra combattuto tra il bisogno di essere aiutato e il rifiuto di ammettere la propria vulnerabilità.
La sua mascolinità non viene mai presentata come un tratto neutro: è una corazza, ma anche un limite. Gli permette di affrontare la vita come una sequenza di problemi da risolvere, però non gli insegna come abitare il dolore quando non c’è nessuna soluzione disponibile. La scelta di Landucci è essenziale proprio perché non tenta di spiegare tutto. Il regista non prende il personaggio e non lo colloca dentro una cornice morale già pronta.
Non ci dice come dobbiamo giudicarlo, non orienta ogni scena verso la condanna o l’assoluzione. Osserva invece la fatica di un uomo e la lascia respirare nelle sue ambiguità.
Il cinema, qui, non ha il compito di semplificare il conflitto, ma di renderlo visibile: amare qualcuno e desiderare, nello stesso tempo, una pausa da ciò che quell’amore comporta; essere presenti e sentirsi altrove; voler bene a un figlio e non riuscire a sopportare ogni aspetto della sua condizione. La parola “disabilità” rischia spesso di produrre una distanza astratta.
Trasforma una persona in una categoria, il corpo in un problema, la famiglia in un caso sociale.
Il film tenta invece di mantenere la concretezza della situazione. Enrico non è soltanto il simbolo di una sofferenza familiare: è un corpo che richiede attenzioni specifiche, un bambino la cui presenza modifica ogni programma, ogni gesto, ogni rapporto.
La sua dipendenza non viene addolcita, e proprio per questo la sua rappresentazione può risultare difficile.
Lo spettatore non viene accompagnato verso una comprensione rassicurante; viene messo di fronte alla durata, alla ripetizione, alla dimensione fisica della cura.
È una scelta preziosa, anche se non priva di rischi.
Un film del genere cammina su un crinale delicato: da una parte la necessità di non nascondere la sofferenza e la fatica, dall’altra il pericolo di ridurre il personaggio disabile alla funzione che svolge nel dramma degli adulti. *I figli della scimmia* affronta questa tensione senza risolverla completamente.
Enrico resta soprattutto il centro gravitazionale attorno al quale ruota il dolore del padre, la crisi della coppia, la nostalgia di una vita diversa.
Ma proprio questa parzialità, se letta criticamente, può diventare parte del discorso: il film racconta il modo in cui la famiglia guarda Enrico, e racconta anche l’incapacità di guardarlo sempre oltre la sua malattia.
La presenza di Giacomo, il nipote adolescente, introduce un controcampo decisivo.
È il figlio del fratello, un ragazzo ancora esposto al futuro, alla goffaggine delle prime esperienze, alla possibilità di sbagliare senza che ogni errore abbia conseguenze irreparabili. Con Giacomo, il protagonista può essere zio, complice, adulto autorevole ma non schiacciato dalla responsabilità. Può trasmettere la passione per il motocross, dispensare consigli sulle ragazze, mostrare una mascolinità giocosa, esuberante, persino un po’ imbarazzante.
Può vivere una forma di paternità immaginaria, quella che probabilmente aveva desiderato e che la nascita di Enrico gli ha impedito di conoscere. Il rapporto con Giacomo è uno degli elementi più dolorosi del film proprio perché non è semplicemente positivo.
Non rappresenta una fuga innocente dal dolore, né una compensazione priva di conseguenze.
Il protagonista si illumina in sua presenza, e questa luce produce inevitabilmente un’ombra.
Se con Giacomo il padre ride, si mostra disponibile, partecipa, con Enrico appare spesso chiuso, distante, quasi svuotato.
Non perché ami il nipote più del figlio, ma perché con il nipote può finalmente accedere a una relazione non dominata dall’urgenza.
Giacomo non gli chiede assistenza continua.
Non gli ricorda, con ogni gesto, tutto ciò che non è stato possibile vivere.
Il motocross, in questo contesto, non è soltanto un’attività sportiva.
