
Ci sono momenti in cui la politica riesce a superare la soglia del ridicolo e a entrare, con passo deciso, nel territorio della farsa. Non è facile, considerando quanto siamo ormai abituati a sprechi, annunci roboanti, inaugurazioni con tanto di fascia tricolore e opere pubbliche progettate più per la fotografia che per essere realmente utili.
Eppure, ogni tanto, qualcuno riesce ancora a sorprenderci. In peggio, naturalmente.
A Roma, mentre tante famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese, a mettere insieme il pranzo con la cena e a sostenere costi d’affitto ormai fuori controllo, il Comune avrebbe speso oltre 135 mila euro per realizzare quello che, con notevole fantasia amministrativa e ancora maggiore sprezzo del ridicolo, è stato definito un “rifugio fito-bioclimatico”.
Tradotto dal politichese all’italiano corrente: un piccolo manufatto, un gazebo, un “cazzebbo” — come lo ha definito Fabio Schiuma, Dirigente Nazionale di Fratelli d’Italia — presentato come chissà quale rivoluzionaria infrastruttura ambientale.
Un’opera talmente straordinaria da meritare, evidentemente, un nome altisonante, un progetto, una costruzione e, soprattutto, una spesa superiore ai 135 mila euro.
Centotrentacinquemila euro.
Non bruscolini.
Non il costo di qualche sedia, di un impianto d’illuminazione o di una manutenzione straordinaria imprevista. Centotrentacinquemila euro: una cifra che, per molte famiglie, rappresenta mesi o anni di sacrifici.
Una somma che potrebbe significare affitti pagati, bollette saldate, spese alimentari, medicine, sostegno a persone fragili.
Invece no: è servita a costruire un “rifugio fito-bioclimatico”, qualunque cosa ciò significhi nella pratica, destinato — almeno a giudicare dalle polemiche — a diventare soprattutto lo sfondo ideale per un reel da influencer.
Perché ormai la nuova frontiera della politica urbana non è più risolvere i problemi, ma produrre contenuti.
Non conta se un quartiere ha bisogno di trasporti migliori, di manutenzione, di sicurezza, di servizi sociali o di politiche abitative.
L’importante è poter girare un video con una bella inquadratura, un titolo accattivante e magari qualche pianta sullo sfondo.
Se poi l’opera costa come un appartamento e viene utilizzata come set fotografico istituzionale, pazienza: l’algoritmo apprezzerà. È questo il vero capolavoro: aver trasformato una spesa pubblica in un oggetto da social.
Una costruzione magari pensata per apparire moderna, verde, inclusiva e innovativa, ma che rischia di rappresentare soltanto l’ennesimo monumento alla distanza tra chi amministra e chi vive ogni giorno i problemi della città.
Sia chiaro: il tema della sostenibilità ambientale è serio.
Roma ha bisogno di più verde, di spazi ombreggiati, di interventi contro il calore urbano, di soluzioni architettoniche capaci di migliorare la qualità della vita.
Nessuno mette in discussione la necessità di progettare una città più vivibile e rispettosa dell’ambiente.
Ma proprio perché il tema è serio, non può essere utilizzato come una foglia di fico per coprire spese sproporzionate, progetti incomprensibili o operazioni di immagine.
Basta aggiungere qualche pianta, infilare nel titolo la parola “bio-climatico” e il gioco è fatto: un gazebo diventa una nuova frontiera dell’urbanistica, una struttura qualunque diventa un presidio ambientale, una spesa enorme diventa investimento strategico.
E chi osa fare domande viene immediatamente dipinto come nemico dell’innovazione, del verde e del progresso.
È una tecnica ormai collaudata. Prima si sceglie qualcosa di semplice.
Poi lo si descrive con parole complicate. Infine gli si attribuisce un valore economico che nessun cittadino comune riuscirebbe mai a giustificare.
Se qualcuno protesta, si risponde che non ha capito la complessità del progetto. Se insiste, gli si spiega che la transizione ecologica ha un costo.
Se domanda perché quel costo debba essere proprio di 135 mila euro, cala il silenzio.
E naturalmente, in mezzo, arriva il reel.
Perché la politica contemporanea ha scoperto che una telecamera può fare più miracoli di una buona amministrazione.
Il reel non chiede se l’opera serva davvero.
Non domanda quante persone la utilizzeranno.
Non confronta il costo con eventuali alternative.
Non calcola il rapporto tra investimento e benefici.
Il reel mostra, sorride, inaugura e passa oltre.
Un minuto di video per cancellare mesi di difficoltà.
Peccato che fuori dall’inquadratura ci siano le famiglie che non riescono a pagare l’affitto.
Ci siano i genitori costretti a scegliere tra la spesa e una bolletta.
Ci siano anziani che rinunciano al riscaldamento.
Ci siano giovani che lavorano, ma non possono permettersi una casa. Ci siano persone costrette a rivolgersi alle associazioni e alle strutture solidali per ricevere beni di prima necessità.
A queste persone, il “rifugio fito-bioclimatico” appare probabilmente come una provocazione.
Non perché siano contrarie al verde o alla qualità urbana, ma perché conoscono bene il valore del denaro.
Sanno quanto costa vivere.
Sanno che 135 mila euro non sono una voce astratta in un bilancio: sono risorse concrete, sottratte a qualcosa che avrebbe potuto alleviare problemi reali.
Ed è proprio qui che nasce l’incazzatura.
Non l’indignazione rituale, quella da comunicato stampa, dichiarazione ufficiale e frase di circostanza.
L’incazzatura vera, quella di chi guarda questa storia e si chiede se chi decide abbia ancora una percezione della realtà.
Perché l’impressione è che una parte della politica viva dentro una bolla impermeabile: fuori aumentano i prezzi, gli stipendi restano fermi, gli affitti esplodono e i servizi arrancano; dentro, invece, si discutono formule creative per giustificare l’ennesima opera di dubbia utilità.
La domanda è semplice: chi ha stabilito che questo progetto valesse oltre 135 mila euro?
Quale analisi costi-benefici è stata effettuata?
Quali alternative sono state valutate?
Perché non si poteva realizzare una struttura più semplice, funzionale e meno costosa?
Quante persone ne beneficeranno concretamente?
Qual è il costo della manutenzione?
E soprattutto: chi si assumerà la responsabilità politica di spiegare questa scelta ai cittadini?
Non basta dire che tutto è regolare.
La regolarità amministrativa non coincide automaticamente con la ragionevolezza.
Un progetto può essere autorizzato, finanziato e formalmente corretto, ma restare comunque sproporzionato, inopportuno o offensivo dal punto di vista politico.
La legge stabilisce ciò che si può fare.
Il buon senso dovrebbe stabilire ciò che è giusto fare.
Ed è proprio il buon senso a sembrare scomparso.
Per un partito serio, una vicenda del genere dovrebbe essere sufficiente per aprire una riflessione vera.
Non una difesa d’ufficio, non il solito “strumentalizzano”, non l’accusa di polemiche pretestuose. Una riflessione.
Se un amministratore o un esponente politico promuove un’opera che, agli occhi dei cittadini, appare come uno spreco clamoroso, il partito dovrebbe chiedere spiegazioni, verificare, eventualmente prendere provvedimenti.
Perché la politica non è un’associazione di mutuo soccorso tra persone che si proteggono a vicenda qualunque cosa accada. Almeno, non dovrebbe esserlo.
E a maggior ragione dovrebbe interrogarsi il Partito Democratico, che continua a definirsi progressista, popolare e di sinistra.
La sinistra, in teoria, dovrebbe avere una sensibilità particolare verso le disuguaglianze, il disagio abitativo, il costo della vita e l’uso responsabile delle risorse pubbliche.
Dovrebbe essere la prima a chiedersi se una spesa simile sia compatibile con una città in cui migliaia di persone non riescono a sostenere le necessità fondamentali.
Invece, troppo spesso, la sinistra istituzionale sembra essersi convertita alla religione della comunicazione.
Una religione con i suoi sacerdoti, i suoi rituali e i suoi miracoli: basta un progetto definito “innovativo”, qualche parola sulla sostenibilità, una conferenza stampa e una manciata di immagini sui social.
Il consenso, almeno nelle intenzioni, dovrebbe arrivare da solo.
Ma la gente non è stupida.
Può anche non conoscere ogni dettaglio tecnico di un appalto, ma sa riconoscere uno spreco quando lo vede.
Sa distinguere un’opera utile da un enorme spreco di risorse pubbliche
