Il Partito democratico ha finalmente trovato la soluzione ai propri problemi: non risolverli.

Dopo anni trascorsi a discutere di identità, leadership, alleanze, correnti, riformismo, massimalismo e altre discipline olimpiche della politica italiana, il Pd ha deciso di istituzionalizzare l’ambiguità.

Una scelta lungimirante: se non si prende una posizione netta, infatti, nessuno può accusarti di averne presa una sbagliata.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Il partito non sembra più una forza politica dotata di una visione, ma un condominio nel quale ogni assemblea finisce con l’approvazione di un documento in cui si dichiara che “occorre aprire una riflessione”.

Una formula rassicurante, democratica e soprattutto priva di conseguenze pratiche.

Si riflette molto, nel Pd.

Talvolta persino prima di parlare.

L’elezione di Elly Schlein alla segreteria è stata presentata come una svolta storica.

Ed effettivamente lo è: per la prima volta una donna guida la sinistra italiana.

Un fatto importante, certamente.

Poi, però, ci sarebbe da capire verso dove la guida.

Perché una cosa è indicare una direzione, un’altra è muoversi in tutte le direzioni contemporaneamente, come una bussola impazzita in una stanza piena di calamite.

Schlein è diventata segretaria senza essere, fino a poco prima, una figura organica del Pd.

Un dettaglio trascurabile, evidentemente, in un partito che ha fatto dell’identità liquida una forma superiore di pensiero.

La sua candidatura è stata sostenuta da una parte consistente del vecchio apparato: Bersani, Zingaretti, Franceschini, Orlando, Provenzano e altri protagonisti della lunga stagione democratica.

Insomma, una rivoluzione appoggiata da quasi tutti coloro che avrebbero dovuto essere rovesciati dalla rivoluzione.

È come se Robespierre avesse ricevuto l’endorsement della nobiltà francese e avesse promesso di rappresentarne le istanze in modo più inclusivo.

Il Pd ama molto il cambiamento, purché il cambiamento conosca già tutti i dirigenti, abbia frequentato le stesse riunioni e sappia orientarsi nei corridoi delle federazioni provinciali.

La novità è benvenuta, a condizione che non modifichi troppo gli equilibri. Il rinnovamento, in casa democratica, assomiglia spesso a una ristrutturazione: si ridipingono le pareti, si cambia il logo sulla porta, ma i mobili restano esattamente dove erano dal 2007.

Il programma di Schlein, secondo i suoi critici, è radicale: antifascismo militante, ambientalismo ideologico, immigrazionismo, agenda arcobaleno, femminismo, assistenzialismo e una certa propensione all’indignazione sociale.

Un repertorio vasto, perfetto per una forza politica che desideri parlare contemporaneamente a tutti e non convincere definitivamente nessuno. Ogni tema è trattato con l’intensità di una campagna morale e la concretezza di un comunicato stampa.

L’antifascismo, per esempio, è diventato una specie di carta fedeltà.

Non importa quale sia il problema all’ordine del giorno: inflazione, sanità, salari, sicurezza, scuola, infrastrutture.

Si risponde con l’antifascismo. Il cittadino chiede come arrivare a fine mese e il partito gli ricorda che, fortunatamente, non siamo nel Ventennio.

Una rassicurazione storica, ma non esattamente un piano economico.

Anche l’ambientalismo tende a essere declinato come una religione civile: si enunciano principi solenni, si proclamano emergenze epocali e poi si lascia che siano famiglie e imprese a scoprire quanto costi la transizione.

L’idea di fondo è semplice: il futuro sarà sostenibile, purché lo paghino gli altri. Possibilmente con un reddito sufficiente, una casa ben isolata e nessuna necessità di utilizzare l’automobile.

Quanto all’immigrazione, il Pd appare spesso prigioniero di un automatismo linguistico.

Ogni discussione sulla gestione dei flussi viene rapidamente trasformata in una gara a chi pronuncia la formula più accogliente. Il problema, naturalmente, non è l’accoglienza in sé, ma l’assenza di una politica capace di conciliare solidarietà, legalità, integrazione e sostenibilità sociale.

Ma chiedere una sintesi concreta è già considerato un gesto sospetto, quasi una deviazione ideologica.

Poi c’è l’agenda arcobaleno, che viene spesso utilizzata come dimostrazione di modernità.

Difendere i diritti è doveroso; ridurre ogni questione politica a un test di purezza identitaria, un po’ meno. Il Pd sembra talvolta convinto che la società italiana sia composta da una somma di categorie da rappresentare separatamente, ciascuna con il proprio hashtag e il proprio comunicato.

Il lavoratore, il precario, l’anziano, il giovane, la famiglia, il disabile, il migrante, il piccolo imprenditore: tutti hanno diritto a essere ascoltati, purché non chiedano contemporaneamente cose incompatibili.

Il femminismo, inoltre, è stato trasformato in una lingua ufficiale del partito.

Anche qui, il tema è serio e merita politiche concrete. Ma quando ogni problema viene interpretato esclusivamente attraverso una lente identitaria, il rischio è che la realtà venga semplificata fino a diventare un manifesto.

Le donne che lavorano, crescono figli, pagano bollette e affrontano la precarietà avrebbero forse bisogno di servizi, salari, sicurezza e opportunità. Ma il partito può sempre offrire loro una dichiarazione di intenti.

La vera contraddizione, tuttavia, riguarda la pretesa di rappresentare il cambiamento.

Schlein sarebbe la nuova sinistra, ma la sua ascesa è stata accompagnata dal sostegno di molti protagonisti della vecchia sinistra. Una parte dell’apparato l’ha adottata con il fervore di chi scopre improvvisamente che il futuro coincide con la propria permanenza. Il messaggio è commovente: cambiamo tutto, purché a decidere siamo ancora noi.

Anche il rapporto con Romano Prodi è emblematico.

Il professore viene evocato come padre nobile, custode della tradizione progressista, autorità morale e talvolta oracolo politico. Ogni partito ha bisogno di un anziano saggio da consultare nei momenti difficili. Il Pd ne possiede diversi, perché evidentemente uno solo non sarebbe sufficiente a produrre ambiguità.

A questi riferimenti si aggiungono, nell’immaginario dei critici, figure internazionali come George Soros, trasformato da alcuni in una sorta di regista occulto del progressismo globale.

Se davvero esistesse un burattinaio capace di governare la politica mondiale, c’è da chiedersi perché si sia accontentato di dirigere il Pd, impresa già notevole per qualsiasi organizzazione sovrannaturale.

Il problema, però, non è stabilire chi eserciti misteriose influenze.

Il problema è che il partito sembra incapace di affrontare i propri conflitti interni.

La formula scelta è quella della convivenza permanente: riformisti e radicali, garantisti e giustizialisti, europeisti e sovranisti moderati, ambientalisti e sostenitori della crescita, tutti insieme in nome dell’unità.

Unità che spesso non significa condivisione di una linea, ma semplice rinvio della resa dei conti.

Così il Pd può criticare il governo su tutto e sul contrario di tutto.

Se l’esecutivo è troppo prudente, è immobile; se è troppo deciso, è autoritario.

Se sostiene l’industria, sacrifica l’ambiente; se tutela l’ambiente, affossa l’industria. Se parla di sicurezza, strizza l’occhio alla destra; se parla di accoglienza, non comprende le paure dei cittadini. È una strategia raffinata: mantenere ogni contraddizione abbastanza viva da impedire a chiunque di prevalere.

Ma una forza politica che non riesce a gestire i propri conflitti difficilmente può pretendere di gestire quelli del Paese.

L’Italia non ha bisogno soltanto di parole d’ordine, ma di scelte.

Deve affrontare salari stagnanti, sanità in difficoltà, denatalità, scuola, debito pubblico, produttività, sicurezza, transizione energetica e trasformazioni tecnologiche.

Sono problemi che non si risolvono con una conferenza programmatica, un video indignato o una dichiarazione accompagnata dal verbo “ripartire”.

Il Pd, invece, sembra condannato a una politica di sussistenza.

Sopravvive alle sconfitte, alle scissioni, ai congressi, alle primarie, ai cambi di nome e alle rifondazioni.

Non vince davvero, ma non scompare.

Di Admin

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