Donald Trump non avrebbe potuto essere più esplicito.

Dal podio del Palazzo di Vetro ha detto alle Nazioni Unite quale, a suo giudizio, sia la nuova realtà che il mondo deve accettare: gli Stati Uniti non intendono più nascondere la propria potenza, né sottoporla ai vincoli di una diplomazia esitante.

L’America vuole tornare a essere il centro dell’ordine internazionale, e per farlo è disposta a usare tutti gli strumenti necessari: la forza economica, la pressione politica, la superiorità tecnologica e, quando lo ritiene indispensabile, la potenza militare.

Il suo discorso è stato una rivendicazione netta di una politica fondata sull’uso della forza al servizio degli interessi americani.

Una politica orientata al controllo delle risorse strategiche, soprattutto nell’Emisfero Occidentale, e sintetizzata da una formula tanto brutale quanto limpida: il bottino appartiene ai vincitori.

È precisamente questo il punto.

Trump non ha cercato di addolcire la realtà, né di ricorrere al consueto linguaggio diplomatico fatto di formule neutrali, appelli generici alla cooperazione e dichiarazioni di principio.

Ha parlato come un presidente che considera la competizione internazionale una lotta per il potere, nella quale gli Stati che prevalgono hanno il diritto di stabilire le regole.

E gli Stati Uniti, secondo la sua visione, devono tornare a essere il vincitore.

Il presidente ha cominciato il suo intervento magnificando la forza economica, tecnologica e militare americana.

Non si è trattato soltanto di un esercizio retorico.

È stato un messaggio rivolto ai competitori e agli avversari: l’America non è in declino.

Nonostante le difficoltà interne, nonostante le guerre aperte o non risolte, nonostante la crescente capacità di sfida di potenze come la Cina, la Russia e l’Iran, gli Stati Uniti conservano una superiorità complessiva che nessun altro paese è ancora in grado di eguagliare.

Trump ha voluto riaffermare la centralità americana proprio perché le sue stesse decisioni hanno reso necessario questo atto di forza comunicativo.

Lo stallo nel conflitto contro Teheran ha dimostrato, almeno finora, i limiti della potenza americana.

La Casa Bianca ha minacciato più volte un’escalation definitiva, ha annunciato che l’Iran non avrebbe potuto sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni, ha prospettato operazioni decisive.

Tuttavia, le minacce non si sono ancora tradotte nella vittoria rapida e risolutiva promessa.

Questo stallo deve essere superato.

Per Trump, non esiste una via intermedia realmente sostenibile: o l’Iran accetta un accordo alle condizioni americane, oppure deve essere annientato.

La logica è semplice, quasi elementare, e proprio per questo efficace.

Un presidente che minaccia ripetutamente la distruzione di un paese straniero non può permettersi di apparire indeciso all’infinito.

Ogni rinvio indebolisce la credibilità della minaccia precedente.

Ogni trattativa inconcludente alimenta l’impressione che la potenza americana sia meno assoluta di quanto venga proclamato.

Mai, almeno nella storia recente degli Stati Uniti, un presidente aveva usato il palco dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per evocare con tanta chiarezza la possibilità di distruggere un paese straniero.

Trump lo ha fatto, dichiarando di trovarsi davanti a una scelta: arrivare a un accordo oppure annientare l’Iran.

Naturalmente, secondo la logica del suo discorso, deve annientarlo.

Non perché la guerra sia priva di rischi, ma perché la credibilità dell’intera dottrina dipende dalla disponibilità a trasformare la minaccia in azione.

Trump ha costruito una parte significativa della propria identità politica sull’idea che gli Stati Uniti debbano essere imprevedibili, aggressivi e assolutamente determinati.

Se il presidente annuncia di essere pronto a colpire, l’avversario deve credere che lo farà davvero.

Ma il problema è che lo ha minacciato troppe volte. E troppe volte, finora, non ha fatto nulla.

Il linguaggio della forza, se non è accompagnato da risultati, può trasformarsi in una forma di debolezza.

Per questo le parole rivolte al regime terroristico degli ayatollah erano destinate anche all’opinione pubblica americana.

Trump voleva convincere gli americani che la decisione finale sull’Iran non sarà condizionata dal calendario elettorale, né dal voto di novembre nelle elezioni di metà mandato.

Il messaggio è stato inequivocabile: la politica estera non sarà subordinata alle oscillazioni dell’elettorato.

Il presidente afferma di avere una missione storica e di essere disposto a perseguirla indipendentemente dal costo politico immediato. Naturalmente, questa pretesa di autonomia assoluta dal voto è anche una dichiarazione di guerra ai suoi avversari interni.

Trump vuole apparire come l’uomo che decide, mentre i suoi critici discutono, esitano e cercano compromessi.

Il discorso è stato dunque una rivendicazione complessiva delle sue decisioni muscolari.

Nessuna marcia indietro rispetto alle minacce bellicose che, nel corso del suo secondo mandato, hanno accompagnato l’azione militare.

Nessun tentativo di presentare gli interventi americani come episodi isolati o puramente difensivi.

Al contrario, Trump li ha descritti come parti di una strategia coerente: riaffermare il dominio degli Stati Uniti nei propri spazi vitali e impedire che potenze rivali approfittino delle debolezze dell’ordine internazionale.

Questa strategia riguarda soprattutto l’Emisfero Occidentale. Per decenni, Washington ha considerato il continente americano come una propria area d’influenza privilegiata.

Trump non ha fatto nulla per nascondere questa impostazione.

Con la postura del potente, ha rivendicato l’attacco al Venezuela e l’accordo successivo con cui gli Stati Uniti controllano il petrolio di Caracas.

È il concetto del vincitore che prende tutto: chi ha sconfitto il proprio avversario ha il diritto di impadronirsi delle sue risorse strategiche.

È una visione cinica?

Certamente.

Ma è anche una visione terribilmente realistica, se si osserva la storia dei rapporti internazionali senza le illusioni del moralismo selettivo.

Le grandi potenze hanno sempre utilizzato la forza per proteggere i propri interessi e per assicurarsi l’accesso alle risorse.

La novità di Trump consiste nel fatto che lo dichiara apertamente, senza ricorrere alla finzione secondo cui ogni intervento militare sarebbe motivato esclusivamente da nobili ideali umanitari.

Il presidente ha poi rivolto l’attenzione ai cartelli della droga messicani, minacciando altri interventi armati nel continente americano.

Anche in questo caso, il riferimento alla sicurezza nazionale funziona come giustificazione per un progetto più ampio: riaffermare il diritto degli Stati Uniti di intervenire direttamente nei paesi vicini quando ritengono che la propria sicurezza sia minacciata.

Trump ha inoltre preannunciato la fine del regime cubano.

E non si è limitato a descrivere Cuba come un avversario esterno.

Ha stabilito un collegamento diretto tra il regime cubano e il nemico interno: i comunisti e i socialisti americani, lo spettro che continua ad aggirarsi negli Stati Uniti e che Trump utilizza come strumento di mobilitazione politica.

Qui emerge uno degli aspetti più interessanti del suo discorso.

La politica estera e la politica interna vengono fuse in un’unica narrazione. Il nemico straniero diventa la prova dell’esistenza di un nemico interno.

Cuba, l’Iran, i cartelli messicani e la sinistra americana vengono rappresentati come elementi di una stessa minaccia globale contro la nazione.

È una strategia comunicativa potente, perché consente al presidente di presentarsi contemporaneamente come comandante in capo e come difensore dell’identità nazionale.

Infine, la Groenlandia. Trump ha annunciato la costruzione di due grandi basi militari e il veto su ogni investimento straniero.

Se queste misure saranno confermate dall’accordo siglato a margine dell’Assemblea Generale, non si tratterà dell’annessione che il presidente aveva inizialmente immaginato.

Tuttavia, rappresenteranno comunque un’opzione di controllo di fatto sulle ricchezze dell’isola e sulla sua posizione strategica.

Anche in questo caso, la logica è quella del dominio.

La Groenlandia non viene considerata come un soggetto autonomo, con interessi propri e una popolazione da consultare, ma come un territorio decisivo per la competizione militare, energetica e tecnologica.

Le sue risorse, la sua collocazione geografica e il controllo delle rotte artiche la rendono troppo importante per essere ceduta alle potenze nemiche quali Cina o Russia.

Di Admin

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