“Un marchese, eh? -fa dire Clare Darcy al signor Quarters nel suo romanzo Gwendolen- Non ho mai stimato molto i marchesati; un titolo da arricchiti. Ai vecchi tempi a noi bastavano i conti e i baroni”.

Ovvero: signori si nasce, ma cavalieri — a quanto pare — si paga
«Lo sa cos’è questo circolo, lo vuol sapere cos’è?
Ebbene glielo dico: è un letamaio, sì un letamaio!
Insisto!
E non gliel’ho detto prima lo sa perché?
Perché sono un signore e signori si nasce; e io lo nacqui, modestamente!ᄏ.
Così Totò, nel capolavoro del 1960 Signori si nasce, vestiva i panni del barone Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazà: nobile decaduto, squattrinato, tronfio e irresistibilmente convinto che il sangue blu fosse soprattutto una questione di postura, dizione e capacità di guardare gli altri dall’alto in basso.
Il film, a distanza di oltre sessant’anni, conserva una sorprendente attualità.
Cambiano i costumi, le automobili e i titoli delle piattaforme televisive, ma resta intatta una certa umana inclinazione a sentirsi superiori.
Se poi questa superiorità può essere stampata su una pergamena, accompagnata da uno stemma medievaleggiante e consegnata durante una cerimonia con mantello, trombe e candele, tanto meglio.
Principi, duchi, conti e marchesi sono decaduti quasi settant’anni fa.

Non nel senso che siano tutti finiti sul lastrico — anche se alcuni hanno certamente contribuito all’equivoco — ma nel senso giuridico del termine.
Con l’avvento della Repubblica, nel 1948, i titoli nobiliari hanno perso ogni rilevanza legale, in virtù della XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana.
Tradotto dal costituzionalese: si può ancora chiamare qualcuno “conte”, “duca” o “marchese”, se proprio si desidera farlo, ma lo Stato non se ne occupa.
Non esiste un ufficio pubblico incaricato di verificare se il vostro bisnonno fosse davvero un barone o se, più modestamente, avesse soltanto un cappello con la piuma.
I titoli nobiliari «non costituiscono contenuto di un diritto» e non conservano rilevanza giuridica.
Sono fuori dal mondo del diritto.
Ma, a quanto pare, sono entrati prepotentemente nel mondo del marketing.
Una Repubblica senza nobiltà, ma con molti nobili

La monarchia è finita, la nobiltà non conta più nulla per la legge e la Costituzione ha archiviato il prestigio ereditario.
Eppure il mercato dei titoli nobiliari è tutt’altro che morto.
Anzi, in certi ambienti gode di ottima salute, si alimenta bene e probabilmente ha già ottenuto una laurea honoris causa.
In Italia fiorisce un’attività commerciale basata sulla vendita di sogni araldici: titoli, stemmi, attestati, blasoni, genealogie, diplomi, medaglie e appartenenze a circoli dal nome altisonante.
Basta scegliere il pacchetto più adatto alle proprie ambizioni.
Per chi si accontenta, c’è il titolo di cavaliere.
Per chi mira più in alto, il baronato.
Per chi non ha paura di esagerare, il marchesato.
I clienti più determinati possono puntare al contado, al ducato o addirittura al principato.
Per il regno, invece, è consigliabile attendere una promozione o almeno un lascito testamentario particolarmente generoso.
Si stima che migliaia di italiani ogni anno siano disposti a spendere cifre considerevoli pur di ottenere l’illusione di trasformarsi in duchi, conti, principi, visconti, baroni, marchesi, patrizi o cavalieri.
Naturalmente non si tratta di una trasformazione vera e propria.
Nessuno, dopo il pagamento, si sveglia con un castello, tre maggiordomi e una tenuta in collina.
Al massimo arriva una busta imbottita con un certificato, una targa e un invito a una cerimonia.
Ma il cliente, almeno per qualche giorno, può firmarsi “Sua Eccellenza”, parlare di lignaggio e guardare con commiserazione il vicino di casa che possiede soltanto un diploma di scuola superiore.
L’industria dell’illusione
Il meccanismo è semplice e antico: si individua un desiderio, lo si riveste di parole nobili e lo si vende al prezzo giusto.
Non importa che il titolo non abbia valore legale.
In fondo, molti prodotti acquistati ogni giorno non hanno una reale necessità pratica: creme miracolose, integratori dalle promesse spettacolari, corsi per diventare milionari, profumi che dovrebbero sedurre il mondo intero.
Il titolo nobiliare appartiene alla stessa grande famiglia degli oggetti che non servono, ma fanno sentire importanti.
La differenza è che il titolo arriva spesso con una storia. E la storia, si sa, è un ottimo anestetico per la ragione.
Nascono così associazioni, confraternite e circoli dai nomi che richiamano antiche dinastie, casate scomparse, ordini cavallereschi, principati dimenticati e territori che sembrano usciti da un atlante medievale compilato da un ubriaco.
Il nome è fondamentale: deve contenere almeno una parola come “sovrano”, “imperiale”, “reale”, “patrizio”, “templare”, “gerosolimitano” o “sacro”.
Più il nome è lungo, meglio è. Un’organizzazione chiamata semplicemente “Associazione culturale del quartiere” difficilmente riuscirà a vendere un collare d’oro.
Molto più efficace è qualcosa come “Antico e Nobilissimo Ordine Sovrano della Corona Imperiale di San Qualcuno, Protettore della Cristianità e delle Buone Maniere”.
A quel punto il cliente è già mezzo conquistato.
Se poi il sito internet presenta fotografie di castelli, saloni affrescati, uniformi con spalline dorate e signori dall’espressione grave, il successo è quasi assicurato.
Registri, annuari e altre opere di fantasia
Uno degli strumenti preferiti del nobilificio commerciale è il registro.
Il registro conferisce un’impressione di ufficialità
. Se il vostro nome compare in un volume rilegato, magari con una copertina color porpora e un fregio dorato, la mente tende a pensare che debba esistere un motivo.
Il ragionamento è più o meno questo: “Se sono scritto in un libro, allora sarò pur qualcuno”.
È la stessa logica per cui, da bambini, si considerava autorevole qualunque parola comparisse sul dizionario.
Solo che, in questo caso, il dizionario lo stampa chi vende il titolo.
I registri nobiliari e gli annuari araldici possono contenere persone realmente appartenenti a famiglie storicamente nobili, insieme a individui che hanno acquistato una certificazione, una qualifica o semplicemente una presenza editoriale.
Il risultato è una grande fotografia di gruppo in cui il vero conte siede accanto al signor Rossi, conte di una pratica commerciale regolarmente pagata.
Il problema non è soltanto estetico.
Questi strumenti possono creare confusione, perché suggeriscono l’esistenza di un’autorità certificatrice.
Ma chi certifica il certificatore?
Chi controlla il registro?
E soprattutto: chi ha stabilito che il registro abbia il diritto di registrare?
Domande spiacevoli, da evitare durante il brindisi.
La genealogia su ordinazione
Accanto ai titoli proliferano gli studi di consulenza araldica, pronti a ricostruire l’albero genealogico del cliente, scovare la casata illustre e recuperare il blasone familiare.
La ricerca genealogica seria è una disciplina affascinante e complessa. Richiede documenti, archivi, registri parrocchiali, atti notarili, fonti storiche e una buona dose di pazienza. Non basta trovare un cognome uguale per dichiarare un legame di sangue con una famiglia antica. Altrimenti metà degli italiani discenderebbe da Carlo Magno e l’altra metà avrebbe diritto almeno a una contea in Toscana.
Il cognome, da solo, non dimostra nulla.
Le omonimie sono numerose, i nomi possono essersi diffusi in luoghi diversi e gli stemmi non appartengono automaticamente a tutti coloro che portano lo stesso cognome.
Lo stemma, infatti, è legato a una specifica famiglia o linea genealogica, non è un adesivo da applicare sulla portiera dell’automobile.
Eppure la consulenza araldica creativa può produrre risultati notevoli.
Partendo da un nonno contadino, una bisnonna sarta e un prozio che aveva lavorato come usciere comunale, si può arrivare — con qualche passaggio interpretativo — a una “nobile tradizione familiare di antiche origini”.
