
Se si avesse il coraggio di guardare in faccia la realtà della politica italiana senza i filtri anestetici dei talk show e senza le prudenze da transatlantico, ci si accorgerebbe subito che l’idea del passaggio per le primarie è la vera via al suicidio assistito del campo largo del centrosinistra.
Sì, perché mentre a destra – piaccia o no – si applica quella spietata ma efficacissima disciplina che recita “chi prende un voto in più guida e gli altri si allineano”, nel csx si continua a giocare a uno strano gioco di feticismo parademocratico: le primarie.
Quelle belle, democratiche, pure, che dovrebbero unire, ma che in realtà sono solo una mano di vernice ad acqua passata per coprire una manovra interna di logoramento da manuale. Prendiamo ad esempio il buon Paolo Mieli, sempre così autorevole e distaccato, che auspica il ricorso alle primarie con la curiosità scientifica di chi osserva un esperimento da laboratorio sociale destinato forse a finire male, ma comunque interessante da vedere.
Poi c’è Dario Franceschini, un pezzo importante del PD, che tira fuori le primarie come fosse la soluzione per far quadrare i conti delle correnti interne: un po’ come mettere una toppa di puntini colorati su un vestito ormai sdrucito, sperando che la magia funzioni.
E la verità?
La verità è semplice e solida come un macigno: dopo mesi di campagna fratricida, accuse incrociate e lotte nei gazebo, il risultato non potrebbe essere altro che un campo di macerie, non una coalizione più unita.
Chi perde alle primarie?
Non metterà mano alla causa comune.
È facile prevederlo: si accomoderà in disparte con il sorrisetto sarcastico di chi aspetta il fallimento del vincitore, coltivando un rancore sospeso che paralizza qualsiasi lavoro di gruppo.
Insomma, non otterremmo una sommatoria di forze, ma una fuga generalizzata verso il disimpegno, il ritiro, il “me ne lavo le mani”. Questa, amici, è la dipartita assistita dall’interno dell’alternativa di governo. Bisogna smetterla di illudersi che soci di minoranza siano comproprietari alla pari.
I numeri parlamentari e i voti reali dicono chi è l’unico azionista di maggioranza: il Partito Democratico guidato da Elly Schlein.
Certo, Elly ha una leadership viscerale, identitaria, e questo fa paura a molti. Perché costringe a scegliere da che parte stare, e non lascia spazio a tatticismi o ipocrisie.
Lei ci crede, testardamente, e questa è la sua colpa principale agli occhi dei politicanti di professione.
Dall’altra parte del tavolo cosa abbiamo?
Non una visione alternativa, ma la flemma calcolatrice di Giuseppe Conte.
Un uomo la cui storia politica è un romanzo di trasformismi e opportunismi plastici, che lo hanno visto festeggiare i decreti sicurezza con la Lega, rinnegare tutto con il Governo PD, sposare l’europeismo progressista per poi virare verso una nebulosa indefinita.
Vi ricorderete quando, di fronte alla tragedia del Ponte Morandi, volle tenersi le mani libere sulla concessione autostradale ai Benetton?
Non solo contraddisse il Ministero dei Trasporti, ma introdusse l’elegante neologismo giuridico di “caducazione”: otto miliardi di buonuscita per i Benetton, colpevoli di inadempienza, e una beffa enorme per italiani e famiglie delle vittime, lasciati con la manutenzione arretrata e tariffe pedaggi da capogiro. Elegante, no?
Oggi, l’improvviso ripudio del cosiddetto mondo woke e il monopolio retorico sulla parola “Pace” non sono battaglie di principio, ma siluri ben mirati al Nazareno.
Quando Conte parla di “Pace”, dà implicitamente del guerrafondaio a chiunque difenda il diritto di un popolo aggredito a resistere, dimostrando di ignorare la nostra Costituzione, che al contrario tutela quel diritto.
Intanto, Conte incassa la gratitudine del Cremlino, il tutto con la flemma di chi vuole tenere le mani libere e mantenere il potere di veto, anche se questo significa regalare la vittoria finale alla destra.
La destra vince perché riconosce la leadership del partito più forte, senza perdersi in conti interni, complotti e giochi di potere.
Punto. Il centrosinistra invece non può più permettersi alchimie o “conticini” personali che si muovono solo per convenienza. Elly, sei tu l’azionista di maggioranza: hai il dovere politico e morale di assumerti la responsabilità.
Ora, prima che sia troppo tardi. Intanto, da qualche parte, qualcuno assiste quasi divertito a questo suicidio annunciato.
Ma ne riparleremo, qui, perché con questa commedia tragica ancora da scrivere c’è molto da dire.
Una riflessione amara, ma necessaria, che invita a guardare oltre le apparenze e le formule vuote.
