Dice la cicala: «Bisogna vincere!ᄏ.

E noi, per carità, siamo tutti d’accordo.

Vincere è una bella cosa.

Se si gioca una partita, si vince; se si corre una gara, si arriva primi; se si affronta un’elezione, si conquistano più voti degli altri. Elementare, quasi commovente.

Il problema è che, in politica, qualcuno sembra convinto che basti pronunciare la parola **“vincere”** con sufficiente entusiasmo per risolvere automaticamente ogni problema nazionale.

Come se, il giorno dopo la vittoria, arrivassero eserciti di tecnici, ministeri competenti e regolamenti scritti finalmente in italiano a sistemare tutto: economia, sanità, sicurezza, energia, agricoltura, pensioni, natalità e magari anche il traffico sul Grande Raccordo Anulare.

Purtroppo non funziona così. Bisogna vincere, certo.

Ma bisogna vincere **per fermare le follie europee**, o almeno per impedire che continuino a entrare nella vita degli Stati nazionali dalla porta principale, con tanto di tappeto rosso, mentre noi discutiamo ancora su chi abbia pronunciato meglio la parola “sovranità”.

Perché se vinci soltanto per occupare una poltrona, ma poi lasci che altri decidono come devi vivere, lavorare, investire, abitare e persino disporre dei tuoi beni, allora hai vinto una competizione elettorale e perso tutto il resto.

Complimenti: una vittoria amministrativa con il risultato politico di una sconfitta.

## La nuova trovata: l’Affordable Housing Act

Ecco l’ultima meraviglia prodotta dalla “fantastica” U€.

Ha un nome inglese, naturalmente.

Perché se una norma è scritta in inglese, sembra subito più moderna, più autorevole e soprattutto più difficile da contestare.

Il cittadino medio, davanti a un’espressione come **Affordable Housing Act**, può soltanto annuire con aria seria, come quando il medico pronuncia una diagnosi in latino.

“Legge sugli alloggi accessibili”.

Già il nome è un piccolo capolavoro.

Casa accessibile, diretto voi.

Benissimo.

Chi potrebbe essere il contrario a una casa accessibile?

Nessuno, ovviamente.

Il trucco è tutto lì: si prende un obiettivo apparentemente nobile, lo si avvolge in un titolo rassicurante, gli si aggiunge una quantità industriale di burocrazia e poi si attende che qualcuno scopra, troppo tardi, cosa ci sia davvero dentro.

Secondo questa impostazione, in breve, il tema della casa non riguarda più soltanto il proprietario, il mercato, il Comune e le normali regole nazionali.

No.

Diventa materia da indirizzare, disciplinare e controllare attraverso linee comuni, obiettivi sovranazionali e vincoli che, come spesso accade, arrivano presentati come semplici raccomandazioni e finiscono per trasformarsi in obblighi sostanziali.

La traduzione politica, almeno per chi non ama nascondersi dietro gli acronimi, è questa: sulla tua prima casa puoi ancora illuderti di avere qualche margine di autonomia.

Dalla seconda in poi, invece, comincia il meraviglioso mondo nel quale altri soggetti possono decidere come devi utilizzarla. Affitti brevi?

Da regolare.

Compravendita?

Da indirizzare.

Canoni?

Da calmare.

Destinazione dell’immobile?

Da verificare.

Disponibilità dell’abitazione?

Da coordinare.

E chi decide?

Naturalmente non soltanto tu, che magari hai lavorato una vita, pagato tasse, acceso un mutuo, ristrutturato, ereditato o semplicemente acquistato una casa con i tuoi soldi.

A decidere possono diventare anche soggetti pubblici sempre più lontani dal proprietario: il Comune, il Sindaco, la Regione, lo Stato e, sopra tutti, quell’entità astratta che nessuno ha mai visto in faccia ma che tutti chiamano “Europa”.

## La seconda casa: proprietà, ma con supervisione

La seconda casa è un concetto curioso.

Per anni ci hanno spiegato che investire in un immobile era una forma di previdenza, un modo per proteggere i risparmi, lasciare qualcosa ai figli o produrre un reddito.

Poi sono arrivate tasse, vincoli, regole sugli affitti, obblighi amministrativi, certificazioni, registrazioni, comunicazioni e controlli.

Adesso si aggiunge l’idea che, dalla seconda casa in poi, la proprietà deve essere considerata quasi una concessione temporanea, subordinata all’interesse pubblico del momento.

Oggi il problema sono gli affitti brevi.

Domani potrebbe essere le case vuote.

Dopodomani gli immobili non sufficientemente “efficienti”.

Poi magari gli appartamenti ritenuti sottoutilizzati, sovradimensionati, mal localizzati o non coerenti con il nuovo piano abitativo.

Perché il patrimonio immobiliare, una volta entrato nella categoria delle “risorse da ottimizzare”, smette rapidamente di essere patrimonio privato e diventa una casella da riempire in un piano redatto da qualcuno che non ha mai incontrato il proprietario. Naturalmente tutto sarà fatto per il bene dei cittadini.

È sempre per il bene dei cittadini.

Anche quando aumentare le tasse è per il bene dei cittadini.

Anche quando aumentare i divieti è per il bene dei cittadini.

Anche quando un piccolo proprietario deve compilare quattordici moduli per affittare legalmente un appartamento è per il bene dei cittadini.

Anche quando un Comune decide che un’attività prima lecita non è più compatibile con il quartiere è per il bene dei cittadini.

Il cittadino, in questa commedia, ha un ruolo fondamentale: deve essere protetto da se stesso.

Deve essere guidato, corretto, indirizzato e, se necessario, privato della possibilità di decidere autonomamente.

In cambio riceve la soddisfazione di sapere che tutto è stato fatto per lui.

Che generosità.

## Il Sindaco padrone della tua casa?

Naturalmente nessuno dirà mai apertamente: “Da oggi il Sindaco dispone della tua proprietà”. Sarebbe un’affermazione troppo chiara, quasi volgare.

La politica contemporanea preferisce formule più eleganti: “regolamentazione dell’offerta abitativa”, “riequilibrio del mercato”, “gestione sostenibile del patrimonio immobiliare”, “contrasto alla turistificazione”, “tutela della residenzialità”.

Parole bellissime. Sembra di leggere il programma di una conferenza internazionale sulla pace nel mondo.

Poi, però, arriva il regolamento comunale: non puoi affittare oltre un certo numero di giorni; devi rispettare determinati requisiti; devi chiedere autorizzazione; devi adeguarti a una destinazione d’uso; devi sostenere costi aggiuntivi; devi accettare che l’amministrazione stabilisca quali attività siano compatibili con il quartiere.

E se domani il Comune stabilirà che l’immobile deve essere destinato prioritariamente a un certo tipo di locazione?

Oppure che una determinata zona non può ospitare più affitti brevi?

Oppure che una casa vuota deve essere “messa a disposizione” del mercato con condizioni stabilite dall’autorità?

La risposta sarà sempre la stessa: nessuno ti sta togliendo la proprietà.

Ti stanno soltanto dicendo come puoi usarla.

È un po’ come dire a un automobilista: “La macchina è tua, certamente.

Però non puoi guidarla su questa strada, non puoi parcheggiarla lì, non puoi usarla dopo le ventidue, non puoi venderla a quel prezzo e, se necessario, possiamo decidere noi a chi affidarla”.

Formalmente l’automobile resta tua.

Praticamente, il volante è passato di mano.

## La grande illusione della vittoria

Ed eccoci al punto politico.

Tutti vogliamo vincere. In modo particolare il sottoscritto, che non ha mai votato in vita sua un partito di Centro o di Sinistra. Pensate quanto li amo.

Se esistesse una tessera fedeltà per il non voto a certe formazioni, probabilmente avrei già diritto a un soggiorno in una località fiscalmente più conveniente.

Ma vincere non può essere l’unico programma.

“Vinciamo e poi vediamo” è una strategia meravigliosa, soprattutto quando a vedere sono sempre gli altri e a pagare sono sempre i cittadini.

Vincere per cosa?

Per fare che cosa?

Con quali strumenti?

Con quali tempi?

Con quali alleanze?

Con quali obiettivi?

Con quale posizione nei confronti dei regolamenti europei?

Con quale piano per restituire agli Stati la capacità di decidere sulle materie fondamentali?

Perché se un partito nazionale vince le elezioni ma non ha intenzione, capacità o coraggio di modificare il sistema di vincoli che lo sovrasta, allora la vittoria rischia di diventare una semplice rotazione del personale politico.

Cambiano i ministeri, cambiano gli slogan, cambiano le fotografie ufficiali, ma il cittadino continua a subire…

Di Admin

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