
Il problema non è la sinistra.
Non è la destra.
Non è nemmeno il PSOE come organizzazione storica, con milioni di elettori onesti e con una tradizione politica che, piaccia o no, fa parte della storia democratica della Spagna.
Il problema, oggi, ha un nome e un cognome: Pedro Sánchez.
Perché Pedro Sánchez non governa per un progetto nazionale, né per una visione coerente della Spagna, né per fedeltà alle promesse fatte agli elettori. Governa, anzitutto, per Pedro Sánchez.
E questa è la chiave per comprendere otto anni di torsioni politiche, cambiamenti di posizione, alleanze impensabili e decisioni istituzionali che hanno avuto come denominatore comune un solo obiettivo: rimanere alla Moncloa a qualunque costo.
Sánchez è il politico che ha trasformato l’eccezione in metodo, la propaganda in governo e la sopravvivenza personale in ragion di Stato.
Si presenta come un difensore della democrazia, ma agisce troppo spesso come chi considera le istituzioni strumenti al servizio del potere.
Si avvolge nel linguaggio della convivenza, del progresso e della pluralità, ma ogni volta che questi principi entrano in conflitto con la sua permanenza al governo, non esita a sacrificarli.
Il risultato è una Spagna più divisa, più sfiduciata e più vulnerabile sul piano istituzionale.
Un leader che ha svuotato il partito per trasformarlo in una corte

Il primo errore consiste nel confondere Sánchez con il socialismo spagnolo.
Il PSOE esisteva prima di lui e, senza dubbio, esisterà anche dopo di lui. Ma il sanchismo ha progressivamente modificato il rapporto tra il leader e il partito, sostituendo la dialettica interna con la disciplina personale e il dissenso con l’emarginazione.
Le controversie che accompagnarono le primarie socialiste, con accuse, sospetti e polemiche sul funzionamento interno dell’organizzazione, avrebbero dovuto essere un segnale d’allarme.
Al di là delle versioni contrapposte e delle polemiche mai del tutto sopite, ciò che è apparso evidente è stato il clima di feroce lotta interna che ha accompagnato l’ascesa di Sánchez.
Da quel momento, il messaggio era chiaro: nel nuovo PSOE non contava tanto la fedeltà a un programma o a una tradizione, quanto l’obbedienza al capo.
Molti socialisti storici, dirigenti territoriali e figure di peso hanno finito per essere isolati, silenziati o ridimensionati. Non perché il pluralismo interno sia incompatibile con la leadership, ma perché Sánchez ha costruito un modello politico nel quale il dissenso è percepito come tradimento.
Un partito democratico dovrebbe essere una comunità politica capace di discutere, correggere e limitare il proprio leader.
Nel sanchismo, invece, il partito appare sempre più come una struttura chiamata a giustificare decisioni già prese altrove.
Il PSOE non guida Sánchez: è Sánchez che pretende di guidare, condizionare e utilizzare il PSOE.
E quando un leader arriva a identificare il proprio destino personale con quello del partito e perfino con quello del Paese, il passo successivo è pericoloso: considerare qualsiasi ostacolo al proprio potere come un ostacolo alla democrazia stessa.
La notte del 2023: perdere le elezioni, vincere il potere

La notte delle elezioni generali del 2023 ha rappresentato uno dei momenti più rivelatori del personaggio.
Il Partito Popolare ottenne più voti e più seggi del PSOE, ma Sánchez non si comportò come un leader sconfitto.
Apparve sicuro, quasi trionfante, perché sapeva che il risultato elettorale era soltanto la prima parte della partita.
Aveva già calcolato che la sua continuità non dipendeva dal voto maggioritario degli spagnoli, ma dalla capacità di negoziare con forze politiche che, in molti casi, hanno fatto della contestazione dell’ordine costituzionale e dell’unità nazionale il proprio principale progetto.
L’obiettivo non era governare con stabilità per il bene comune: era sommare voti parlamentari, uno dopo l’altro, fino a ricostruire la maggioranza necessaria per restare alla Moncloa.
In una democrazia parlamentare, naturalmente, cercare alleanze è legittimo.
Nessuno contesta il funzionamento della Costituzione né il diritto di un presidente a cercare una maggioranza. Il problema non è negoziare. Il problema è cosa si negozia, con chi lo si negozia e quali principi vengono messi sul tavolo come merce di scambio.
Sánchez aveva promesso che non avrebbe governato con determinate forze.
Aveva escluso accordi con gli eredi politici dell’ambiente abertzale, aveva criticato gli indipendentisti catalani e aveva presentato linee rosse che, una volta diventate scomode, sono sparite senza troppi scrupoli.
Ogni promessa ha avuto una data di scadenza: quella in cui ha smesso di essere utile alla sua permanenza al potere.
Da allora, la politica spagnola ha assistito a una sequenza quasi meccanica: un partner parlamentare pone una condizione, il Governo inizialmente la nega, poi apre alla discussione, poi la giustifica in nome della convivenza, e infine la presenta come inevitabile e perfino positiva per il Paese.
È il metodo Sánchez: negare, resistere, cedere, normalizzare.

L’amnistia e la cancellazione dei limiti politici
Nessun episodio rappresenta meglio questa deriva dell’amnistia ai responsabili del processo indipendentista catalano.
Per anni, Sánchez e il PSOE avevano sostenuto che un’amnistia non avesse spazio nella Costituzione, che non fosse necessaria e che non fosse nemmeno auspicabile.
Poi i numeri parlamentari hanno imposto la loro logica
. E improvvisamente ciò che era incostituzionale è diventato costituzionale, ciò che era inaccettabile è diventato un gesto di generosità, e ciò che era una concessione politica è stato presentato come un atto di responsabilità democratica.
Il cittadino dovrebbe domandarsi: cosa è cambiato davvero?
È cambiata la Costituzione?
È cambiato il principio di uguaglianza?
È cambiata la gravità dei fatti avvenuti nel 2017?
No.
È cambiata soltanto la necessità di Sánchez di ottenere voti per l’investitura.
E questo è il punto centrale.
Quando le istituzioni, la legislazione penale e il rapporto tra Stato e cittadini possono essere riformati in funzione della sopravvivenza di un governo, la fiducia pubblica si deteriora inevitabilmente.
La legge non può diventare il prezzo di una maggioranza parlamentare.

La giustizia non può essere percepita come una variabile negoziabile nei colloqui per formare un esecutivo.
Prima arrivarono gli indulti ai condannati per il processo.
Poi la riforma del Codice penale, con l’eliminazione del reato di sedizione e la modifica della disciplina relativa alla malversazione.
Infine, l’amnistia.
Ogni passaggio è stato accompagnato dalla stessa retorica: la pacificazione, il dialogo, la normalizzazione.
Ma una domanda resta inevasa: quale pacificazione può esistere se una parte della cittadinanza percepisce che le regole non valgono allo stesso modo per tutti?
Quale normalizzazione si ottiene quando coloro che hanno sfidato l’ordinamento costituzionale vengono trattati come interlocutori indispensabili, mentre chi difende l’unità nazionale viene accusato di estremismo o di nostalgia?
La convivenza non può significare che una parte detta le condizioni e l’altra paga il conto. Non può significare che lo Stato rinuncia ai propri strumenti in cambio di qualche voto parlamentare.
E non può significare, soprattutto, che il presidente del Governo modifichi le proprie convinzioni a seconda della necessità del giorno.
Il Parlamento rispettato solo quando obbedisce
Un altro tratto caratteristico del sanchismo è il rapporto strumentale con il Parlamento. Il Congresso dei Deputati viene celebrato come cuore della democrazia quando approva le iniziative del Governo. Ma quando pone ostacoli, respinge misure o costringe l’esecutivo a confrontarsi con la realtà della maggioranza, allora diventa un inconveniente da aggirare.
L’uso ripetuto dei decreti-legge è uno degli esempi più evidenti
. Il decreto-legge è uno strumento previsto dalla Costituzione per situazioni di “straordinaria e urgente necessità”. Non dovrebbe essere la via ordinaria per governare, né un meccanismo per sostituire il normale dibattito legislativo.
Tuttavia, negli ultimi anni, è stato impiegato con una frequenza tale da alimentare il sospetto che il Governo preferisca la rapidità del provvedimento d’urgenza alla fatica della discussione parlamentare.
Non è un dettaglio tecnico.
È una questione democratica.

Le leggi ordinarie richiedono discussione, emendamenti, confronto e trasparenza. I decreti-legge concentrano il potere nell’esecutivo e riducono il margine di intervento delle Camere.
Quando questo strumento viene abusato, il Parlamento rischia di essere trasformato in un semplice organo di ratifica.
Le tensioni nate attorno alle misure sull’edilizia abitativa e ai tentativi di recuperare, attraverso formule procedurali alternative, ciò che non era stato ottenuto nella sede parlamentare ordinaria, hanno rafforzato questa impressione.
Quando una maggioranza non c’è, la risposta dovrebbe essere il dialogo, la modifica della proposta o il riconoscimento della sconfitta. Non la ricerca permanente di scorciatoie istituzionali.
Per Sánchez, il Congresso sembra rispettabile soprattutto quando conferma ciò che lui aveva già deciso. Ma una democrazia non è tale perché il Governo ottiene sempre ciò che vuole. Lo è perché esistono contrappesi, limiti e possibilità reali di dire no.
La Legge dei Nipoti: diritti, voti e sospetti legittimi
La cosiddetta Legge dei Nipoti dovrebbe essere affrontata con serietà e rispetto. Molti discendenti di spagnoli emigrati o esiliati hanno legami autentici con la Spagna, storie familiari complesse e aspirazioni legittime al riconoscimento della cittadinanza. Ridurre tutto a una questione elettorale sarebbe ingiusto verso quelle persone.
Ma proprio per questo la materia richiede la massima trasparenza. Quando una norma può incidere sull’elettorato, sulla composizione del corpo elettorale o sulle dinamiche politiche future, il Governo ha il dovere di dissipare ogni dubbio. Non basta rivendicare buone intenzioni: bisogna garantire procedure chiare, applicazioni rigorose e pieno rispetto delle decisioni giudiziarie.
Il problema nasce quando norme che riguardano cittadinanza, diritto di voto e rappresentanza vengono percepite come strumenti potenzialmente utili a consolidare una determinata maggioranza politica. In un contesto già segnato da sfiducia e polarizzazione, qualsiasi ambiguità diventa esplosiva.
Se il Governo ritiene che la legge risponda esclusivamente a criteri di giustizia storica e di riconoscimento dei diritti, allora dovrebbe accettare senza riserve il controllo dei tribunali, il dibattito parlamentare e ogni garanzia di neutralità elettorale. Dovrebbe fugare i sospetti, non liquidarli come propaganda dell’opposizione.
Perché le regole del gioco democratico devono essere particolarmente protette proprio da chi governa. Non possono essere modellate in base alla convenienza di chi occupa temporaneamente il potere. La cittadinanza non è una moneta politica, e il diritto di voto non può diventare una risorsa da amministrare secondo interessi di parte.
Il Tribunale costituzionale e la crisi di fiducia
La credibilità delle istituzioni non dipende soltanto dalla loro legittimità formale. Dipende anche dalla fiducia che riescono a generare nella popolazione. Il Tribunale costituzionale, in questo senso, dovrebbe rappresentare una delle più alte garanzie dello Stato di diritto: un arbitro chiamato a vigilare sulla Costituzione, sui diritti fondamentali e sui limiti del potere.
Eppure, oggi, troppi cittadini guardano alle decisioni del Tribunale con il sospetto che l’equilibrio politico possa pesare più della rigorosa interpretazione giuridica. Non si tratta di negare la professionalità dei magistrati né di sostenere che ogni sentenza sia automaticamente politica. Sarebbe un errore e un’ingiustizia. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il danno causato da una percezione diffusa di politicizzazione.
La presidenza di Cándido Conde-Pumpido è diventata, per molti critici del Governo, il simbolo di questa inquietudine.
Ogni pronuncia che riguarda questioni centrali per l’agenda di Sánchez viene osservata attraverso una lente politica, e questo è già un fallimento istituzionale. Un tribunale costituzionale non dovrebbe costringere i cittadini a chiedersi quale partito trarrà beneficio da una decisione prima ancora di conoscerne le motivazioni.
La giustizia non deve essere soltanto indipendente: deve anche apparire indipendente. Questo principio vale per tutti, a destra come a sinistra. Quando una parte consistente della società ritiene che un’istituzione fondamentale agisca come una succursale del potere esecutivo, il problema non è più soltanto giuridico: è democratico.
Sánchez, invece di contribuire a ridurre questa sfiducia, spesso la alimenta con la sua strategia di controllo, occupazione e gestione politica delle istituzioni. Un presidente davvero rispettoso della separazione dei poteri dovrebbe evitare qualsiasi comportamento che possa far pensare a una subordinazione della giustizia agli interessi del Governo. Il sanchismo, al contrario, sembra vivere nella convinzione che ogni spazio istituzionale sia una posizione da conquistare.
Il potere come fine, non come servizio
Pedro Sánchez ha dimostrato una notevole abilità politica. Sarebbe assurdo negarlo. È resistente, calcolatore, capace di sopravvivere alle crisi e di recuperare posizioni quando molti lo davano per finito. Ma l’abilità non è sempre una virtù, soprattutto quando viene utilizzata senza limiti morali né istituzionali.
La politica richiede negoziazione, compromesso e pragmatismo. Ma esiste una linea che non dovrebbe essere superata: quella tra il compromesso e la resa dei principi. Sánchez ha oltrepassato questa linea troppe volte. Ha cambiato alleati, parole, promesse e argomenti con una disinvoltura che non sembra più tattica, ma sistema.
Il suo problema non è essere socialista. Il suo problema è aver trasformato il socialismo in uno strumento personale. Il suo problema non è cercare maggioranze parlamentari.
Il suo problema è essere disposto a pagare qualsiasi prezzo politico pur di conservarle. Il suo problema non è difendere la democrazia. Il suo problema è confondere la democrazia con la propria permanenza alla Moncloa.
Ed è qui che emerge l’immagine del lupo con la pelle d’agnello. Un leader che parla continuamente di dialogo mentre divide; che invoca il rispetto istituzionale mentre cerca scorciatoie; che reclama memoria democratica mentre relativizza le promesse fatte agli elettori; che si presenta come argine contro l’estremismo mentre dipende da forze che contestano apertamente le basi costituzionali della Spagna.
Non basta parlare di democrazia. Bisogna praticarla anche quando è scomoda. Bisogna accettare i limiti, rispettare le sconfitte parlamentari, proteggere l’indipendenza delle istituzioni e riconoscere che il potere non appartiene a chi lo esercita, ma ai cittadini che lo concedono temporaneamente.
La risposta deve essere democratica
La conclusione non può essere altra che democratica.
Non servono scorciatoie, rabbia inconcludente o fantasie autoritarie. Se Sánchez deve lasciare la Moncloa, deve farlo attraverso le urne, attraverso una mobilitazione civica e attraverso il normale funzionamento delle istituzioni.
Gli spagnoli hanno il diritto di giudicare il suo operato.
Hanno il diritto di chiedere conto delle promesse tradite, delle alleanze contraddittorie, dell’uso dei decreti, delle concessioni agli indipendentisti e della crescente sfiducia nelle istituzioni.
Hanno il diritto di scegliere un governo diverso senza essere accusati di essere nemici della democrazia.
E, se in futuro emergeranno responsabilità penali concrete da parte di chiunque, saranno i tribunali a doverle accertare, con tutte le garanzie e senza privilegi. Né vendette né impunità: soltanto legge.
La Spagna non è il cortijo di Pedro Sánchez.
Non è una proprietà privata, non è un laboratorio per esperimenti di potere e non è una moneta da scambiare per qualche voto in più al Congresso.
La Spagna appartiene ai suoi cittadini, alle sue istituzioni e alla sua Costituzione.
È ora di ricordarlo con fermezza.
Nessun presidente, per quanto abile, mediatico o resistente, è al di sopra della legge.
Nessun leader può pretendere di essere più importante del Paese che amministra.
E nessuna democrazia può restare sana quando chi governa dimentica che il potere è un servizio, non un patrimonio personale.
