Lo confesso: per qualche minuto ho seriamente pensato di cambiare vita.

Non una di quelle conversioni timide, da “vediamo cosa propongono”, da elettore indeciso con la matita tremante sopra il simbolo. No. Io avevo già immaginato tutto: nuova visione del mondo, nuova compagnia politica, nuova coscienza sociale, forse perfino una felpa color verde bosco — purché non troppo aderente, alla mia età bisogna conservare una certa dignità istituzionale.

Avevo appena appreso che Bonelli e Fratoianni avevano presentato il programma per le prossime elezioni politiche.

E ho pensato: ecco, finalmente qualcosa di nuovo. Basta con le solite facce, i soliti proclami, i soliti “faremo”, “taglieremo”, “rilanceremo”, “semplificheremo”.

Tutte parole che, tradotte in italiano reale, significano generalmente: “Non abbiamo idea di come, ma intanto stampiamo il manifesto”.

Poi ho letto dei dieci punti dell’Alleanza Verdi e Sinistra.

E devo ammettere che, almeno per un momento, Bonelli mi aveva conquistato.

Mi ero già preparato spiritualmente ad abbandonare la biondina. Giorgia, perdonami: tu sei rimasta ancorata a un’idea antiquata del Paese.

Tu vuoi la gente al lavoro, le tasse pagate, i biglietti del treno e del pullman acquistati, magari perfino il rispetto delle regole. Roba da archeologia politica.

Il mondo è cambiato, bisogna stare al passo.

Poi però ho iniziato a leggere.

E ho capito che il problema non è stare al passo: è capire in quale direzione stiamo camminando. E soprattutto se il marciapiede è ancora lì.

1. Reddito universale di base

“Per scardinare il ricatto del capitalismo”

Partiamo forte. Anzi, fortissimo.

Reddito universale di base per scardinare il ricatto del capitalismo.

Io, che sono un capitalista occidentale, devo preoccuparmi?

Perché detta così sembra che domani mattina mi vengano a sequestrare il conto corrente, il garage e probabilmente anche la moka, simbolo supremo dell’oppressione borghese.

Il “ricatto del capitalismo”, immagino, sarebbe quella terribile imposizione per cui, per ricevere uno stipendio, uno dovrebbe offrire in cambio una qualche forma di lavoro.

Una barbarie ottocentesca, in effetti.

Una concezione superata: tu produci, io ti pago; io lavoro, tu mi assumi; qualcuno guida il treno, qualcuno compra il biglietto.

È chiaro che non può reggere ancora a lungo.

Molto meglio il reddito universale: tutti tranquilli, tutti tutelati, tutti liberi dal trauma di dover sentire la sveglia alle sette del mattino.

Naturalmente, resta un piccolo dettaglio reazionario: chi lo finanzia?

Ma questa è una domanda da persona tossica, probabilmente fascista, liberista, patriarcale e con una certa tendenza a fare i conti della spesa.

Non bisogna sempre ragionare con la calcolatrice.

I soldi si trovano.

Magari dietro il divano di Bruxelles, in qualche cassetto del PNRR, oppure nelle tasche di quei misteriosi soggetti chiamati “i ricchi”, categoria mitologica che nessuno ha mai definito ma che, a seconda dell’occasione, può comprendere chiunque abbia un’utilitaria funzionante e due settimane di ferie.

Del resto, il capitalismo va scardinato.

Ma con calma.

Magari dopo avere pagato la bolletta del gas.

2. Riduzione dell’orario di lavoro

“Meno ore lavorate a parità di salario”

E qui mi hanno quasi commosso.

Meno ore lavorate, a parità di salario.

Una proposta generosa, poetica, quasi natalizia.

È come se il panettiere decidesse di fare metà del pane, il ristorante di servire metà delle porzioni e il meccanico di ripararti soltanto due ruote, però mantenendo invariato il conto.

Una rivoluzione economica meravigliosa, purché nessuno si metta a fare domande antipatiche tipo: “E la produttività?”, “E le piccole imprese?”, “E i servizi essenziali?”,

“E chi copre le ore mancanti?”.

Ma io non posso nemmeno godermela fino in fondo.

Sono in pensione.

Una volta tanto che arriva un programma pensato per ridurre l’orario lavorativo, io sono già fuori turno. Avevo sopportato decenni di lavoro, riunioni, sveglie, tasse, contributi, colleghi che dicevano “facciamo una call al volo?” e direttori che avevano sempre una nuova urgenza alle 17:58.

E adesso che finalmente si scopre che forse si poteva lavorare meno, io sono già al capitolo finale.

È sempre così. Quando sei giovane ti dicono: “Devi sacrificarti per costruire il futuro”.

Quando sei pensionato ti dicono: “Il futuro ha deciso di fare quattro giorni lavorativi a settimana, grazie per il contributo”.

Magnifico.

Però attenzione: a parità di salario.

Quindi, presumo, anche a parità di tasse.

E magari a parità di contributi, pensioni, servizi, sanità, scuole e trasporti.

Una specie di miracolo economico permanente.

Forse non è una riforma: è un desiderio espresso davanti alle candeline.

3. Cannabis legale

“Legalizzazione per gli adulti e introduzione dei cannabis social club”

Qui la situazione si fa complicata.

Cannabis legale, cannabis social club.

Io già mi vedo: tessera associativa, assemblea annuale, verbale da approvare, quota sociale, buffet con tisane biologiche e poi, nel regolamento interno, articolo 7: “È vietato fumare nella sala riunioni durante l’approvazione del bilancio, salvo autorizzazione del tesoriere”.

Per carità, ognuno faccia ciò che vuole, finché non pretende di spiegarmi che il traffico in tangenziale è un’esperienza spirituale e che il frigorifero comunica con lui.

Ma io non frequento bar, club, locali, circoli.

Non sono mai stato un animale da movida e, francamente, con la carrozzina il concetto di “cannabis social club” mi sembra logistico prima ancora che ideologico.

Già trovare un posto auto è un’avventura; immaginarsi l’accesso a un club alternativo, magari ricavato al terzo piano di un ex capannone industriale “rigenerato”, con rampa del 48%, ascensore fuori servizio e cartello: “Accessibilità in fase di progettazione partecipata”.

No, grazie.

E poi diciamolo: se la cannabis deve essere legalizzata perché così si toglie mercato alla criminalità, benissimo.

Ma la domanda è un’altra: davvero era il tema più urgente dell’Italia?

Con ospedali, stipendi, sicurezza, case, giovani che partono, anziani che aspettano visite mediche più a lungo di una sentenza del TAR, noi abbiamo deciso che la priorità è il club?

Siamo un Paese straordinario.

Abbiamo problemi enormi, ma sappiamo sempre individuarne uno laterale con grande determinazione.

4. Cittadinanza

“Introduzione dello ius soli e dello ius scholae”

Qui devo andare piano, perché appena pronunci queste parole partono le etichette.

Se fai una domanda sei razzista. Se ne fai due sei fascista. Se chiedi come funzioni esattamente, ti nominano direttamente ministro dell’Interno di un regime sudamericano.

Io sono orgogliosamente italiano. Non perché pensi che essere italiani significhi essere migliori degli altri — basta guardare come parcheggiamo in doppia fila per capire che l’umiltà ci farebbe bene — ma perché credo che la cittadinanza non sia una tessera punti del supermercato.

È appartenenza, responsabilità, condivisione di una comunità, conoscenza di una lingua, di regole, di diritti e doveri. E sì, anche di una storia, nel bene e nel male. Compresi i momenti gloriosi e quelli in cui abbiamo fatto finta di non vedere.

Lo ius scholae può avere un senso, se è costruito seriamente. Chi cresce qui, studia qui, parla qui, vive qui, ha amici qui e conosce perfettamente l’arte di insultare l’arbitro in italiano, in qualche modo è già parte del Paese.

Ma lo ius soli buttato lì come fosse una password per dimostrare la propria superiorità morale mi lascia perplesso. Perché una questione complessa non diventa semplice soltanto se la scriviamo con un hashtag.

E soprattutto: si può discutere senza trasformare tutto in una gara a chi possiede il cuore più grande? Perché il cuore va benissimo, ma un Paese si governa anche con la testa. E possibilmente con un paio di scarpe ben piantate per terra.

5. Rifugiati climatici e CPR

“Riconoscimento dello status di rifugiato climatico, chiusura dei Centri di permanenza per il rimpatrio e passaggio all’accoglienza diffusa”

Qui è dura.

Dura davvero.

Perché quando parli di persone che fuggono da guerre, fame, disastri ambientali e condizioni impossibili, non puoi liquidare tutto con una battuta da bar.

Ci sono esseri umani, famiglie, bambini, disperazione vera.

E chi finge che il problema non esista vive probabilmente in un condominio con portineria armata.

Però c’è un “però”.

L’accoglienza non può significare semplicemente aprire la porta, distribuire qualche slogan e poi lasciare che Comuni, associazioni, volontari e quartieri si arrangino.

Perché l’accoglienza senza organizzazione è abbandono travestito da bontà.

Lo status di rifugiato climatico è una questione seria, internazionale, enorme.

Non la risolvi con una riga in un programma elettorale, soprattutto se poi non spieghi chi accoglie, dove, con quali risorse, con quali percorsi di integrazione, formazione, lavoro, lingua, regole e controlli.

E i CPR? Sono strutture spesso indegne, inefficienti e problematiche, questo è noto. Ma chiuderli e basta, senza spiegare cosa accade a chi non ha diritto a restare e non collabora al rimpatrio, è un po’ come togliere la porta di casa perché la serratura è rotta. Sicuramente hai eliminato il problema della serratura. Poi però entrano tutti.

L’accoglienza diffusa: bellissima espressione. Sembra quasi un profumo d’ambiente. “Note di solidarietà, retrogusto di inclusione, persistente aroma di responsabilità collettiva”.

Il punto è che l’accoglienza diffusa deve essere anche responsabilità diffusa. E non può tradursi nel solito meccanismo: qualcuno decide a Roma, qualcuno applaude su Instagram, qualcun altro in periferia deve gestire le conseguenze.

Qui, francamente, non basta essere buoni. Bisogna essere capaci.

6. Affitti

“Fondo nazionale di garanzia per coprire gli affitti non pagati e contrasto agli affitti ultrabrevi”

Ecco, qui mi sono sentito personalmente preso in giro.

Fondo nazionale di garanzia per coprire gli affitti non pagati.

Ah, a saperlo prima.

Aspettavo a fare il mutuo, maledetto. Invece no: io, ingenuo figlio di un’Italia preistorica, ho pensato che se volevo una casa dovevo lavorare, risparmiare, chiedere soldi alla banca e poi restituirli con gli interessi.

Un procedimento antiquato, umiliante, addirittura medievale.

Avrei potuto aspettare il fondo nazionale.

Magari qualcuno avrebbe garantito anche per le rate non pagate. O per il frigorifero. O per il condominio.

O per il cane del vicino che abbaia dalle sei e mezza ogni mattina.

Sia chiaro: il problema degli affitti è reale e drammatico.

Ci sono giovani che non possono permettersi una stanza, famiglie schiacciate dai canoni, lavoratori costretti a vivere a cinquanta chilometri dall’ufficio perché nelle città gli affitti sono diventati quotazioni di borsa.

E gli affitti brevi hanno contribuito a svuotare interi quartieri, trasformando città storiche in parchi a tema con codice d’accesso e check-in automatico.

Ma il fondo per gli affitti non pagati va maneggiato con cura.

Perché se lo Stato garantisce tutto, senza criteri rigidissimi, senza controlli, senza distinguere chi è davvero in difficoltà da chi semplicemente decide che pagare è un’opzione, allora il risultato è chiaro: il proprietario alza il canone, lo Stato paga, il contribuente ringrazia e il sistema continua a costare sempre di più.

La solidarietà non può diventare un incentivo all’irresponsabilità. Né da una parte né dall’altra.

Perché anche il proprietario che ha un piccolo appartamento non è automaticamente un marchese ottocentesco col monocolo e il sigaro. A volte è una persona che ha messo da parte qualcosa per la vecchiaia. O che paga ancora il mutuo. O che deve sistemare il tetto quando piove in cucina.

Ma questo, nei programmi ideologici, è un dettaglio. E i dettagli, come sappiamo, sono nemici della rivoluzione.

7. Trasporto pubblico gratuito

“Mezzi pubblici gratuiti fino ai 30 anni”

Eccoci. Il trasporto pubblico gratuito fino ai trent’anni.

Molto bene.

Un’altra cosa che non userò mai.

Con questa carrozzina, prendere un autobus è già una prova di fede.

Non basta guardare l’orario: bisogna pregare che il mezzo sia accessibile, che la pedana funzioni, che l’autista sappia usarla, che non ci siano auto parcheggiate davanti alla fermata, che nessuno abbia occupato lo spazio riservato con monopattini, valigie, biciclette, passeggini e una quantità imprecisata di borse della spesa.

E poi sono fuori quota. Non solo di età, ma proprio di filosofia generale. Il messaggio è chiaro: se hai meno di trent’anni, viaggi gratis. Se ne hai di più, grazie per avere finanziato il sistema quando lavoravi e adesso accomodati in fondo, possibilmente senza pretendere troppo.

Forse la gratuità per i giovani può essere una misura utile. Aiuta studenti, precari, ragazzi che cercano lavoro. Ma perché fino ai trenta? Perché a trentuno improvvisamente sei un magnate? A trentadue possiedi quote in una società offshore? A trentacinque ti chiamano “il capitale”?

E gli anziani? Le persone con disabilità? I lavoratori pendolari? Le famiglie? Chi vive fuori dai grandi centri e non ha alternative all’auto? Sempre la stessa storia: il provvedimento suona benissimo in una città con metropolitana ogni quattro minuti. Poi vai in provincia, dove il pullman passa alle 7:12 e poi direttamente il martedì successivo, e capisci che l’ideologia ha perso la coincidenza.

8. Trasporto aereo

“Stop ai voli interni sulle tratte percorribili in treno in meno di tre ore”

Questa è una di quelle idee che, lette su un volantino, sembrano persino ragionevoli.

Se il treno impiega meno di tre ore, perché prendere l’aereo?

Ambiente, emissioni, sostenibilità, tutto giusto.

Peccato che il treno, in Italia, raramente sia un concetto lineare.

Il treno “in meno di tre ore” è quello previsto dall’orario, nel giorno in cui i pianeti sono allineati, non piove, non c’è un guasto alla linea, non manca il personale, non è stato rubato un cavo di rame, non c’è sciopero, non c’è un animale sui binari, non c’è una porta bloccata e non è caduta una foglia nel comune confinante.

Perché sulla carta è bellissimo: Roma-Milano in tre ore. Nella realtà magari arrivi con quaranta minuti di ritardo, senza posto a sedere, con l’aria condizionata impostata su clima artico e il vicino che ascolta video a volume da concerto.

E poi il tema dell’accessibilità. Per chi si muove con difficoltà, per chi ha esigenze particolari, per chi deve organizzare assistenza, un viaggio non è mai solo “tre ore”.

Ci sono gli spostamenti per arrivare in stazione, i tempi di anticipo, l’assistenza, le coincidenze, la possibilità di trovare un bagno utilizzabile, l’ansia che la carrozzina venga caricata correttamente.

Eliminare i voli senza prima rendere davvero affidabile, frequente, accessibile e capillare la rete ferroviaria è come dichiarare guerra alle automobili prima di costruire le strade.

Bravi, comunque. Già siamo in perenne ritardo.

Così saremo anche tutti superaffollati. Una perfetta sintesi dell’Italia sostenibile: meno aerei, più corridoi ferroviari con gente appoggiata ai finestrini.

9. Propaganda fascista

“Una legge contro la propaganda fascista, compresi i gadget, e il saluto romano sempre reato”

Su questo, teoricamente, non ci sarebbe molto da discutere.

Il fascismo non è un’opinione vintage, non è folclore, non è un travestimento da sagra paesana.

È stato violenza, repressione, razzismo.

Lezioni sulla Resistenza in ogni classe. … di resistenza ho la laurea.

10 – Scuola e Resistenza –

Una vita di resistenza all’inclusione… (potrei insegnare…)

E no, non ci siamo…

Mi toccherà stare ancora con la biondina…

GIORGIA MELONI

Di Admin

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