Nel Pd il nodo riformista diventa politico

Le primarie del centrosinistra, raccontate per anni come il momento più alto della partecipazione democratica, rischiano di ridursi a un confronto personalistico tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Non una discussione sul Paese, non un chiarimento su alleanze, politica industriale, Europa, difesa, guerra in Ucraina o collocazione atlantica. Piuttosto, un duello per la leadership di un campo largo che continua a non avere confini chiari, una cultura politica condivisa né un’idea univoca del futuro.

La dichiarazione di Roberto Fico, presidente della Regione Campania, è emblematica proprio per la sua nettezza: «Voterò Conte alle primarie». Una scelta legittima, naturalmente.

Ma anche rivelatrice. Perché arriva prima, o comunque a prescindere, da qualunque definizione programmatica seria.

Prima di sapere se Conte difenderà una linea europeista coerente. Prima di comprendere quale sarà la posizione del Movimento 5 Stelle sui rapporti internazionali, sul sostegno all’Ucraina, sulle riforme istituzionali, sul rapporto con le imprese e con il lavoro. Prima persino di capire quale sia il perimetro della coalizione che dovrebbe guidare.

È un metodo che dice molto della crisi del centrosinistra italiano: prima si sceglie il capo, poi, forse, si proverà a costruire il progetto. E intanto le differenze, anche profonde, vengono archiviate come dettagli secondari, quasi fastidi da rimuovere. Non importa se tra Pd e Movimento 5 Stelle restano distanze rilevanti su politica estera, energia, giustizia, sviluppo, sicurezza e rapporto con l’Europa. Conta la competizione interna, conta la candidatura, conta la sommatoria elettorale. Il resto può attendere.

Eppure è proprio il resto ciò che dovrebbe venire prima. Perché un’alleanza politica non può vivere soltanto di avversione all’avversario.

Non basta essere contro Giorgia Meloni per costruire una proposta credibile di governo. L’elettorato, quello che ancora osserva con attenzione e non si è arreso all’astensione, ha il diritto di sapere quale Italia immagina il campo progressista.

Un’Italia saldamente dentro l’alleanza occidentale o un Paese ambiguo, esitante, condizionato dalla retorica pacifista quando il pacifismo diventa neutralismo?

Un’Italia favorevole alla modernizzazione o bloccata da un ambientalismo ideologico?

Un’Italia che considera il merito e l’impresa strumenti di emancipazione oppure che continua a parlare solo il linguaggio della redistribuzione senza crescita?

Il Pd, su questo terreno, appare sempre più attraversato da una frattura che non è organizzativa, né generazionale, né semplicemente correntizia.

È una frattura culturale.

Da una parte c’è una tradizione riformista, europea, atlantista, laica, consapevole della necessità di conciliare diritti sociali, crescita economica e credibilità internazionale. Dall’altra parte si consolida un’impostazione più movimentista, identitaria, spesso diffidente verso il mercato e verso l’Occidente, incline a leggere ogni compromesso come un cedimento e ogni dissenso come un tradimento.

La vicenda di Filippo Sensi rende visibile questa tensione con una chiarezza persino brutale. Il senatore dem, esponente di una sensibilità riformista e da tempo impegnato nel difendere una posizione netta sul sostegno all’Ucraina, ha denunciato sui social il linguaggio con cui una parte del dibattito interno tratta chi non si adegua alla linea dominante.

L’espressione “colpo di grazia” rivolta ai riformisti non è una semplice intemperanza verbale.

È il segnale di un clima nel quale l’avversario interno non va convinto o sfidato politicamente: va eliminato, marginalizzato, reso irrilevante.

Sensi ha fatto bene a fermarsi su quelle parole. «Quando arrivi a invocare il “colpo di grazia” per chi non la pensa come te, io dico: fermiamoci». È una frase semplice, ma necessaria. Perché il problema non è soltanto il tono aggressivo di qualche commento sui social. Il problema è il riflesso politico che quel linguaggio esprime: l’idea che nel Pd possa restare una sola cultura, una sola postura, una sola grammatica politica. E che il riformismo, invece di essere una componente costitutiva della storia democratica italiana, debba essere trattato come un residuo ingombrante del passato.

Le solidarietà arrivate da Simona Malpezzi, Lia Quartapelle e Giorgio Gori sono importanti.

Testimoniano che nel partito esiste ancora una rete di parlamentari, amministratori, dirigenti e iscritti che non intende accettare l’egemonia del conformismo.

Ma non basta la solidarietà individuale, per quanto sincera.

Serve una discussione politica vera. Serve stabilire se il Pd vuole essere un grande partito plurale, capace di tenere insieme culture diverse dentro una cornice comune, oppure se vuole trasformarsi in una forza più omogenea e radicale, destinata a inseguire il Movimento 5 Stelle sul suo stesso terreno.

La domanda è urgente anche perché il centrosinistra sta già muovendosi attorno a nuovi equilibri. La prospettiva di una sfida Schlein-Conte alle primarie non è soltanto la rappresentazione di due leadership in competizione: è la certificazione di una contesa per la guida dell’intero spazio progressista.

Se Conte dovesse prevalere, il Pd rischierebbe di essere ridotto a un’appendice organizzativa e territoriale del populismo pentastellato. Se prevalesse Schlein, resterebbe comunque da capire se la sua linea sia in grado di tenere insieme le diverse anime dem o se, al contrario, finisca per accelerare l’uscita di una parte rilevante del mondo riformista.

Questo è il punto che molti nel Pd preferiscono non affrontare. Per ragioni di prudenza, di convenienza, di appartenenza. Ma il silenzio non risolve le contraddizioni: le accumula.

E prima o poi le fa esplodere.

Non è pensabile che chi ha sostenuto con convinzione l’Ucraina aggredita dalla Russia possa convivere senza discussione con chi considera l’invio di aiuti militari un’aberrazione morale. Non è pensabile che chi guarda all’Europa come a uno spazio politico da rafforzare possa accettare senza reagire le ambiguità sovraniste e anti-occidentali presenti in settori importanti dell’alleanza. Non è pensabile che chi considera l’impresa una condizione essenziale per produrre lavoro, innovazione e welfare possa riconoscersi in un linguaggio che guarda al mercato soltanto come a un luogo di sfruttamento.

Il prossimo appuntamento di Libertà Eguale a Orvieto, nel fine settimana, può dunque diventare qualcosa di più di una tradizionale occasione di confronto tra dirigenti e intellettuali riformisti.

Può essere il luogo in cui formulare una domanda non più rinviabile: che cosa deve fare il riformismo democratico oggi?

Claudio Petruccioli, Enrico Morando, Tommaso Nannicini, Umberto Ranieri, insieme agli altri protagonisti di quella stagione culturale e politica, conoscono bene la posta in gioco.

Non si tratta di difendere nostalgicamente il Pd delle origini, né di restaurare equilibri tramontati. Si tratta di capire se esiste ancora lo spazio per una sinistra di governo, responsabile, moderna, capace di parlare ai ceti popolari senza alimentare illusioni e di rappresentare il lavoro senza demonizzare chi crea ricchezza.

Il problema coinvolge figure come Emanuele Fiano e Graziano Delrio, due personalità che provengono da storie diverse ma condividono l’idea che la politica non possa rinunciare ai propri principi fondamentali. La scelta del Pd di non votare a favore del disegno di legge sull’antisemitismo ha aperto una ferita difficile da liquidare come un episodio parlamentare. L’antisemitismo non è una materia sulla quale possa prevalere il calcolo tattico, il timore di scontentare una parte dell’elettorato o la volontà di mantenere buoni rapporti con un alleato.

È una questione di civiltà, di memoria, di democrazia liberale.

Naturalmente, il dibattito sul testo di legge può essere legittimo. In Parlamento si può discutere di formulazioni, strumenti giuridici, efficacia delle norme. Ma quando un partito che si richiama alla sinistra democratica sceglie di non sostenere una misura contro l’antisemitismo, deve spiegare con estrema chiarezza le ragioni della propria posizione. E deve soprattutto interrogarsi sull’effetto politico e simbolico della scelta. Perché nel clima attuale, segnato dalla recrudescenza dell’odio antiebraico e dall’esportazione nelle piazze italiane di conflitti che vengono spesso semplificati fino alla falsificazione, l’ambiguità è già una forma di irresponsabilità.

Il riformismo, per sua natura, dovrebbe essere esattamente il contrario dell’ambiguità. Dovrebbe significare capacità di distinguere, di tenere insieme complessità e decisione, diritti e doveri, solidarietà e responsabilità. Dovrebbe rifiutare l’idea che la politica si esaurisca nell’indignazione permanente. Dovrebbe sottrarsi alla tentazione di dividere il mondo in puri e impuri, in popolo e potere, in buoni e cattivi. Dovrebbe ricordare che il governo dei processi reali richiede competenza, mediazione e coraggio.

Da questo punto di vista, le parole di Roberto Occhiuto acquistano un peso che va oltre i confini della Calabria e oltre il tradizionale perimetro del centrodestra. Quando il presidente della Regione Calabria apre a una collaborazione con Luigi Marattin e Carlo Calenda, dicendo in sostanza che “Marattin e Calenda sono con noi”, non sta soltanto facendo un’operazione di posizionamento. Sta intercettando un vuoto politico. Il vuoto lasciato da un centrosinistra che sembra non sapere più come rappresentare il ceto riformista, liberale, produttivo e pragmatico del Paese.

Occhiuto viene da una tradizione moderata e amministrativa. Non è un tribuno, non coltiva un linguaggio di rottura, non punta a occupare lo spazio della protesta. La sua forza, semmai, è quella di proporsi come interlocutore credibile per chi considera la politica una pratica di governo. L’apertura verso Calenda e Marattin va letta in questa chiave: costruire un’area che non rinunci alla collocazione europea e atlantica, che tenga conto delle ragioni delle imprese e del lavoro, che non abbia paura delle riforme e che non faccia dell’identità ideologica il proprio unico capitale.

È significativo che questa disponibilità venga dal centrodestra mentre nel Pd i riformisti discutono della propria sopravvivenza. Non significa che Calenda, Marattin o il mondo riformista debbano automaticamente aderire a un progetto guidato da Occhiuto. Le differenze restano, e sono profonde, a partire da alcune scelte nazionali del governo Meloni, dal rapporto con la Lega, dalle politiche sui diritti e dalle questioni istituzionali. Ma significa che il sistema politico sta cambiando. E che se il Pd rinuncia definitivamente alla sua componente riformista, qualcun altro proverà a rappresentarla.

Carlo Calenda ha sempre insistito sulla necessità di un’agenda fondata su serietà, sviluppo, competenza e responsabilità internazionale. Luigi Marattin, a sua volta, ha costruito il proprio profilo politico su battaglie liberali e riformatrici, spesso lontane tanto dal populismo grillino quanto dalle rigidità della sinistra tradizionale. Il problema di Azione e dell’area centrista non è l’assenza di contenuti: è la difficoltà di tradurre quei contenuti in un’offerta politica stabile, riconoscibile e radicata. Per questo l’apertura di Occhiuto merita attenzione. Potrebbe non produrre nulla, oppure potrebbe essere il primo tassello di una ricomposizione più ampia.

Una parte dell’elettorato italiano non si riconosce né nel sovranismo urlato né nella sinistra identitaria. È un elettorato spesso disperso, disilluso, intermittente. Comprende professionisti, lavoratori qualificati, piccoli imprenditori, amministratori locali, insegnanti, giovani europeisti, pensionati moderati, cittadini che chiedono servizi efficienti e conti pubblici sostenibili. Non è un blocco sociale compatto, ma esiste. E soprattutto è più vasto di quanto le attuali percentuali dei partiti centristi possano far pensare.

Il centrodestra, pur con tutte le sue contraddizioni, sembra aver compreso che questo spazio va occupato. Forza Italia prova a parlare ai moderati; Occhiuto tenta di allargare la platea verso i riformisti esterni; altri amministratori locali coltivano una cultura del fare che non coincide con la propaganda nazionale. Il Pd, al contrario, pare spesso impegnato a discutere di identità in termini esclusivi: chi è abbastanza di sinistra, chi è abbastanza radicale, chi è abbastanza distante dal “renzismo”, dal liberalismo, dalla stagione delle riforme.

Ma un partito che espelle simbolicamente le sue culture più pragmatiche non diventa automaticamente più forte. Diventa più piccolo. Può guadagnare coerenza identitaria, forse; perde però la capacità di essere maggioritario. E una sinistra che rinuncia alla vocazione maggioritaria rischia di restare prigioniera di una testimonianza permanente, costretta a cercare alleanze con forze politiche che non condivide fino in fondo ma di cui ha bisogno per competere.

Il paradosso è che proprio la rincorsa a Conte potrebbe rendere il Pd più dipendente e meno riconoscibile. Il Movimento 5 Stelle ha una base elettorale e un’insediamento politico che non possono essere ignorati. Ma la sua identità resta profondamente diversa da quella di un partito socialdemocratico europeo. Il M5S nasce dall’antipolitica, dalla diffidenza verso i corpi intermedi, dalla denuncia indistinta delle élite, dall’oscillazione continua tra pulsioni progressiste e suggestioni populiste. Non è un interlocutore impossibile, ma non può diventare il baricentro culturale della coalizione senza trasformare radicalmente il Pd.

E allora il tema non è se fare o non fare il campo largo. Il tema è a quali condizioni farlo. Una coalizione può funzionare soltanto se i suoi partecipanti condividono una piattaforma essenziale: fedeltà europea, collocazione atlantica, sostegno alla legalità internazionale, contrasto deciso a ogni forma di antisemitismo e razzismo, politica economica orientata alla crescita e alla giustizia sociale, rispetto delle istituzioni, rifiuto del populismo giudiziario. Senza questi pilastri, il campo largo è solo un contenitore elettorale. E i contenitori vuoti, in politica, alla prima crisi si rompono.

Il Pd ha ancora tempo per evitare questa deriva, ma deve scegliere. Può riconoscere che il riformismo è una sua risorsa, non una malattia da curare. Può valorizzare le voci che chiedono una sinistra europea e di governo. Può aprire un confronto serio sul proprio rapporto con il Movimento 5 Stelle, senza farsi imporre l’agenda da Conte né inseguire le oscillazioni del dibattito social. Può ritrovare un linguaggio che parli insieme di lavoro, innovazione, sicurezza, scuola, sanità, competitività, diritti e responsabilità internazionale.

Oppure può continuare a rimuovere il problema, lasciando che i riformisti si sentano ospiti tollerati, quando va bene, o bersagli polemici, quando va male. In quel caso, l’ipotesi evocata da Occhiuto non sarà più soltanto una provocazione o un esperimento periferico. Diventerà il sintomo di una migrazione politica già in corso: quella di un pezzo di ceto dirigente e di elettorato che non trova più casa a sinistra e cerca altrove una rappresentanza.

La politica italiana ha già conosciuto la stagione delle scissioni, delle sigle, dei partitini personali e delle ricomposizioni fallite. Nessuno dovrebbe augurarsi un’altra frammentazione. Ma l’unità non può essere ottenuta al prezzo del silenzio. Non si tiene insieme un partito chiedendo a una componente di smettere di esistere. E non si costruisce una coalizione credibile cancellando le differenze prima di averle discusse.

Per questo Orvieto può essere un passaggio utile, se non decisivo. Libertà Eguale può offrire un luogo in cui il riformismo smetta di parlare soltanto a se stesso e torni a porre una questione nazionale: quale sinistra serve all’Italia di oggi? Una sinistra che si rifugia nelle parole d’ordine, o una sinistra che prova a governare la complessità? Una sinistra che considera l’Occidente un problema o uno spazio da riformare e difendere? Una sinistra che teme l’impresa o che la chiama alle proprie responsabilità dentro un patto per il lavoro e l’innovazione?

Le risposte non possono essere rinviate alle prossime primarie. Perché prima di scegliere chi guiderà il campo largo, bisognerebbe sapere se quel campo ha una direzione.

Di Admin

Lascia un commento

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere