Ma il Governo deve trasformare le promesse in atti

La revoca del fermo dei servizi decisa dal Comitato trasportatori siciliani rappresenta una buona notizia per la Sicilia, per le imprese, per i lavoratori e per i cittadini.
Dopo giorni di tensione, blocchi e preoccupazioni per i rifornimenti, la scelta di sospendere la protesta consente di riportare la situazione logistica verso una condizione di normalità.
Ma sarebbe un errore leggere questo passaggio come una conclusione definitiva della vertenza.
Il CTS ha chiarito con nettezza che le aziende restano in stato di agitazione. Non si tratta, dunque, di una resa né di una rinuncia alle rivendicazioni avanzate.
È piuttosto un atto di responsabilità: la volontà di non penalizzare ulteriormente un territorio che già sconta costi strutturali, svantaggi geografici e infrastrutture insufficienti.

In altre parole, gli autotrasportatori siciliani hanno scelto di dare fiducia al confronto istituzionale, ma una fiducia condizionata ai fatti, alle scadenze e alla concreta disponibilità delle risorse annunciate.
È esattamente qui che si misurerà la credibilità del Governo.
Il tavolo con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, e le dichiarazioni del viceministro Edoardo Rixi, hanno prodotto impegni rilevanti.
Lo sblocco dei pagamenti arretrati per il Sea Modal Shift, l’aumento dei fondi per la terza annualità, l’utilizzabilità immediata del credito d’imposta sul gasolio e il riconoscimento di una rappresentanza stabile del CTS nei tavoli istituzionali costituiscono elementi importanti.
Non sono dettagli tecnici: sono risposte che incidono direttamente sulla sopravvivenza di centinaia di imprese e sull’efficienza dell’intera catena di approvvigionamento siciliana.
La Sicilia non può essere trattata come una periferia economica da raggiungere soltanto in occasione delle emergenze.
Ogni crisi dell’autotrasporto dimostra quanto il sistema produttivo e commerciale dell’Isola dipenda dalla mobilità delle merci.
Se si fermano i camion, non si fermano soltanto le aziende del comparto: rischiano di fermarsi i supermercati, le farmacie, le attività industriali, i cantieri, il turismo e, in definitiva, la vita quotidiana delle comunità.
Per questa ragione la protesta degli autotrasportatori non va liquidata con la solita retorica contro le categorie che “bloccano il Paese”.
Al contrario, va compresa per ciò che è: la manifestazione di una fragilità strutturale che in Sicilia è più forte che altrove.
Il costo del carburante, il peso dei collegamenti marittimi, l’incidenza dei pedaggi, la complessità burocratica, i tempi di pagamento delle misure di sostegno e il gap infrastrutturale rappresentano fattori che riducono competitività e margini delle imprese.
Quando un autotrasportatore siciliano deve calcolare nel prezzo di una consegna anche l’attraversamento dello Stretto o i costi di una tratta marittima, non sta affrontando una normale voce di spesa.
Sta pagando un differenziale geografico che lo pone in una condizione di svantaggio rispetto a molti concorrenti della terraferma. Questo è il punto politico centrale: non può esserci uguaglianza formale tra imprese collocate in condizioni materiali profondamente diverse.
Il merito della revoca: responsabilità verso il territorio
Il coordinatore del CTS, Salvatore Bella, ha sintetizzato bene il senso della decisione: “Vogliamo tornare a lavorare e non penalizzare ulteriormente il territorio, ma la revoca del fermo non è una cambiale in bianco”.
È una frase che merita attenzione, perché contiene due concetti essenziali.
Il primo è il richiamo alla responsabilità. Il fermo è uno strumento estremo, che comporta costi per tutti. Chi lo decide sa che può provocare disagi, tensioni e danni economici.
La disponibilità a revocarlo davanti a un’apertura del Governo dimostra che gli autotrasportatori non hanno interesse a prolungare il conflitto, né a trasformare una vertenza economica in uno scontro permanente con la popolazione.
Il secondo concetto è altrettanto netto: il ritorno alla normalità non può essere fondato su annunci generici.
La Sicilia ha ascoltato per troppi anni promesse su fondi, infrastrutture, continuità territoriale e rilancio del Mezzogiorno. In molti casi, tra il momento dell’annuncio e quello dell’effettiva attuazione si è aperto un vuoto fatto di rinvii, decreti incompleti, coperture da trovare e procedure bloccate.
La prudenza del CTS è dunque legittima.
Non è una forma di diffidenza pregiudiziale verso il Governo, ma il risultato di un’esperienza concreta: le imprese non pagano stipendi, carburante, assicurazioni, manutenzione e traghetti con le conferenze stampa.
Hanno bisogno di provvedimenti pubblicati, fondi erogati e crediti immediatamente utilizzabili.
I 430 milioni, poi 480: la necessità di fare chiarezza
Il primo banco di prova riguarda il credito d’imposta sul gasolio. Rixi ha parlato inizialmente di 430 milioni di euro da sbloccare per le domande già presentate, poi di circa 480 milioni per coprire tutte le richieste pervenute fino al 30 agosto.
È certamente positivo che il Governo abbia annunciato l’intenzione di azzerare l’arretrato e di rendere disponibili le somme nel cassetto fiscale.
Tuttavia, proprio perché si tratta di risorse decisive, è necessario passare rapidamente dalle parole ai dati certi.
Quanti fondi saranno materialmente disponibili?
Con quali tempi?
Quali aziende potranno compensarli subito?
Ci saranno esclusioni, limiti tecnici o ulteriori passaggi amministrativi?
E soprattutto: cosa succederà alle domande successive, quelle riferite ai mesi più recenti e alle prossime finestre?
Il credito d’imposta sul carburante non è un privilegio concesso a un settore.
È uno strumento di compensazione, almeno parziale, per una voce di costo che incide pesantemente sulla logistica nazionale. Quando il prezzo del gasolio cresce, aumentano i costi del trasporto e, a cascata, quelli di moltissimi beni.
Questo significa che sostenere l’autotrasporto non equivale soltanto a sostenere una categoria: significa limitare la trasmissione dell’inflazione lungo tutta la filiera.
Certo, occorre anche evitare che gli incentivi diventino un sistema permanente di dipendenza dal contributo pubblico.
La strada più seria è quella indicata, almeno in parte, dallo stesso Rixi quando richiama il modello spagnolo: costruire meccanismi che rendano più equilibrato il rapporto tra oscillazione del costo del carburante e tariffe di trasporto.

Se il gasolio aumenta, non può essere sempre e soltanto il vettore a subire l’impatto.
Servono strumenti contrattuali e normativi che consentano di adeguare in modo trasparente le tariffe, proteggendo le imprese più piccole dalla compressione dei margini.
Questa è una riforma di sistema. E sarebbe molto più utile di una politica fatta esclusivamente di interventi emergenziali.
Sea Modal Shift: fondi non più rinviabili

Un altro punto decisivo riguarda il Sea Modal Shift, con l’erogazione dei fondi relativi alle annualità 2023/2024 e 2025/2026 per circa 104 milioni di euro, oltre allo stanziamento di 50 milioni per la terza annualità 2026/2027.
Qui il tema è particolarmente rilevante per un’Isola come la Sicilia.
L’intermodalità, il trasporto via mare e l’integrazione tra gomma, porti e collegamenti ferroviari non sono opzioni teoriche: sono elementi essenziali della competitività siciliana.
Se si vuole ridurre il costo logistico dell’insularità, bisogna rendere più conveniente ed efficiente il ricorso alle soluzioni intermodali.
Ma anche in questo caso bisogna evitare un equivoco.
Finanziare l’intermodalità non può significare semplicemente distribuire risorse senza verificare tempi, risultati e qualità dei servizi.
Occorre che gli incentivi siano accompagnati da una visione industriale: porti moderni, terminal efficienti, procedure semplificate, collegamenti affidabili e tariffe trasparenti.
Altrimenti si rischia di finanziare un sistema che resta lento e costoso per le imprese.
La Sicilia dispone di una posizione geografica strategica al centro del Mediterraneo.
Eppure, troppo spesso questa posizione viene raccontata come un potenziale astratto, senza tradursi in una vera centralità economica.
I porti siciliani dovrebbero essere piattaforme decisive per la logistica mediterranea, per il commercio con il Nord Africa, per le connessioni con il resto d’Italia e per l’integrazione delle reti europee.
Perché questo accada, però, servono investimenti continui, governance efficiente e una programmazione che non cambi a ogni stagione politica.
Il Sea Modal Shift può essere parte della soluzione, ma non può essere l’unica risposta.
Deve inserirsi in un piano più ampio per il trasporto merci nel Mezzogiorno.
Il costo dello Stretto e il diritto alla continuità territoriale

Tra le richieste che non possono trovare accoglimento immediato, il CTS segnala l’estensione per ulteriori quattro mesi del credito d’imposta sul gasolio e l’introduzione di contributi per calmierare i costi dei biglietti dei traghetti per l’attraversamento dello Stretto di Messina.
Il ministro avrebbe garantito che, con l’avvio del Tavolo permanente del Meridione d’Italia, saranno individuate le coperture necessarie.
Questo è un impegno che non può restare vago.
L’attraversamento dello Stretto non è una questione secondaria né una mera voce di bilancio delle aziende di trasporto. È uno dei simboli più evidenti della discontinuità territoriale italiana.
Per un’impresa siciliana, raggiungere il mercato nazionale significa sostenere costi e tempi che un’azienda collocata in Lombardia, Emilia-Romagna o Veneto non affronta.
È una differenza oggettiva, che incide sulla concorrenza e sui prezzi finali.
Per anni il dibattito politico si è concentrato quasi esclusivamente sul Ponte sullo Stretto, dividendo il Paese tra favorevoli e contrari.
Ma, al di là delle opinioni legittime sulla grande opera, esiste un problema immediato che non può attendere i tempi di progettazione, cantierizzazione o realizzazione di qualunque infrastruttura futura: oggi le merci e le persone attraversano il mare
E oggi quel passaggio costa troppo, è spesso incerto e produce inefficienze.
L’eventuale costruzione del Ponte non può diventare l’alibi per non intervenire nell’immediato sui traghetti, sulle tariffe, sulle attese, sui collegamenti ferroviari e sulla qualità dei servizi.
La Sicilia ha bisogno di risposte ora, non soltanto di prospettive per il futuro.
Un contributo mirato per calmierare i costi dell’attraversamento per il trasporto merci avrebbe dunque una sua piena legittimità economica.
Non sarebbe un regalo, ma un intervento di riequilibrio territoriale.
Naturalmente dovrà essere costruito bene, con criteri trasparenti e controlli rigorosi, per evitare sprechi o distorsioni.
Ma il principio è difficile da contestare: chi opera in Sicilia non deve essere condannato a essere meno competitivo solo perché vive e lavora su un’Isola.

Il Tavolo permanente per il Sud: utile solo se produce decisioni
Il Governo annuncia l’avvio di un Tavolo permanente del Meridione d’Italia.
L’idea, in sé, è condivisibile.
Il Sud ha bisogno di un luogo stabile di confronto, capace di mettere insieme istituzioni, imprese, associazioni di categoria e territori.
Tuttavia, nel lessico della politica italiana, la parola “tavolo” rischia spesso di diventare sinonimo di rinvio.
Un tavolo è utile se ha obiettivi precisi, tempi definiti, responsabilità chiare e risorse disponibili. Se serve soltanto a registrare problemi già noti, produrre verbali e aggiornarsi periodicamente, allora rischia di trasformarsi nell’ennesimo contenitore burocratico.
Per essere credibile, il Tavolo permanente del Sud dovrebbe partire almeno da alcune priorità concrete:
- definire il sistema di compensazioni per l’insularità e per il costo dell’attraversamento dello Stretto;
- rendere strutturali e semplici gli strumenti di sostegno al carburante e all’intermodalità;
- accelerare i pagamenti delle misure già finanziate;
- affrontare l’emergenza della carenza di autisti e del costo delle patenti professionali;
- rafforzare le infrastrutture portuali, ferroviarie e stradali;
- riconoscere stabilmente le rappresentanze delle imprese meridionali nei processi decisionali nazionali.
Il CTS chiede di essere incluso nei tavoli dedicati alla mobilità e ai trasporti, compresa la nuova Consulta. È una richiesta ragionevole. Le politiche nazionali non possono essere elaborate ascoltando soltanto le grandi organizzazioni e le realtà territoriali più forti.
Le imprese siciliane, calabresi, pugliesi, campane e sarde conoscono direttamente i costi specifici dell’operare nel Mezzogiorno. Escluderle dalle sedi decisionali significherebbe costruire misure inevitabilmente incomplete.
La rappresentanza non è un riconoscimento formale: è una condizione per fare norme migliori.
Salvini e Rixi: disponibilità positiva, ora serve la prova dei fatti
Le dichiarazioni di Matteo Salvini e di Edoardo Rixi hanno avuto un merito: hanno riconosciuto che esiste un problema reale e hanno scelto la strada del confronto.
Salvini ha sottolineato di aver parlato con singoli autotrasportatori e associazioni locali, non soltanto con le sigle nazionali.
Ha apprezzato la rimozione dei blocchi e ha chiesto lo stop a ogni forma di protesta ancora in corso.
Rixi, dal canto suo, ha indicato una serie di impegni finanziari e ha fissato nuovi appuntamenti con la categoria.
Questa disponibilità è positiva. In una fase di tensione, la politica deve saper ascoltare prima di imporre. E il riconoscimento del ruolo delle realtà locali del Sud è un segnale importante, perché troppo spesso le vertenze territoriali vengono lette come fenomeni marginali rispetto ai grandi dossier nazionali.
Ma il passaggio decisivo inizia proprio adesso.
Un Governo si giudica non soltanto per la capacità di convocare riunioni, ma per quella di trasformare gli impegni in atti amministrativi e normativi.
Le risorse devono arrivare nel cassetto fiscale delle imprese.

I fondi Sea Modal Shift devono essere pagati.
I nuovi stanziamenti devono essere inseriti nei provvedimenti annunciati.
Il Tavolo del Sud deve essere istituito con una composizione e un calendario chiari.
Le misure sull’attraversamento dello Stretto devono trovare copertura e diventare operative.
Anche l’annuncio di circa un miliardo di euro sbloccato deve essere verificato nella sua articolazione reale.
La politica economica non può vivere di cifre aggregate se poi le imprese continuano ad aspettare mesi per l’effettiva disponibilità delle somme.
Per chi guida un camion, paga dipendenti e sostiene costi quotidiani, la differenza tra una risorsa stanziata e una risorsa spendibile è enorme.
Il punto non è mettere in discussione la buona fede degli interlocutori istituzionali. Il punto è che la situazione del comparto non consente ulteriori ambiguità.
Il nodo europeo: non un alibi, ma una sfida politica
Salvini ha richiamato anche i vincoli europei, in particolare per l’utilizzo delle risorse destinate al rinnovo delle flotte e per gli interventi sul gasolio. È vero che l’Unione europea impone regole sugli aiuti di Stato, sulla transizione ecologica e sulla destinazione dei fondi. Sarebbe semplicistico negarlo.
Ma i vincoli europei non possono diventare un alibi permanente.
Se esistono oltre mezzo miliardo di euro potenzialmente destinati al rinnovo dei mezzi e le norme ne rendono difficile l’allocazione, il compito del Governo è trattare con Bruxelles, costruire soluzioni compatibili, semplificare i bandi e accompagnare le imprese nel percorso di transizione.
La modernizzazione della flotta è necessaria. Camion più nuovi, meno inquinanti, più sicuri e più efficienti riducono costi operativi, emissioni e rischi.
Tuttavia, non si può chiedere alle piccole imprese di sostituire i mezzi senza garantire condizioni economiche sostenibili.
La transizione ambientale non può trasformarsi in una selezione sociale e imprenditoriale che favorisce solo i gruppi più grandi, lasciando indietro gli autonomi e le aziende familiari.
Questo vale ancora di più nel Mezzogiorno, dove l’accesso al credito è spesso più difficile e dove molte imprese operano con margini ridotti.
Servono incentivi chiari, procedure veloci, garanzie pubbliche e tempi certi. Altrimenti l’obiettivo ecologico rischia di scontrarsi con la realtà economica.
Patenti, autisti e invecchiamento del settore
Tra i temi sollevati dal ministro c’è anche quello del costo della patente per gli autotrasportatori e della possibilità di elevare volontariamente, per chi è in buona salute, il limite di età da 68 a 70 anni, in linea con altri Paesi europei.
