L’ingresso del KSČM, il Partito Comunista di Boemia e Moravia, nella famiglia dei “Patrioti per l’Europa” rappresenta uno di quei passaggi politici che mettono in crisi le categorie abituali.

Da una parte, un partito che affonda le proprie radici nella tradizione marxista-leninista, con una storia legata al sistema comunista cecoslovacco e una cultura politica formalmente anticapitalista

. Dall’altra, una formazione europea che raccoglie forze nazional-conservatrici, sovraniste e radicalmente critiche nei confronti dell’immigrazione, dell’integrazione europea, delle politiche progressiste e, in alcuni casi, dell’Alleanza Atlantica.

Il nuovo raggruppamento comprende figure come Marine Le Pen, Matteo Salvini e Viktor Orbán, leader appartenenti a tradizioni politiche diverse, ma accomunati da una visione fortemente identitaria della politica.

Che in questo spazio entri anche il partito guidato dall’eurodeputata Kateřina Konečná non è soltanto una curiosità parlamentare. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la crisi delle vecchie mappe ideologiche e, soprattutto, il fallimento di una certa sinistra nel comprendere le trasformazioni sociali e culturali degli ultimi decenni.

Naturalmente, il primo riflesso di molti sarà evocare Nicolino Bombacci.

Il comunista che finì per aderire al fascismo è una figura storica potente, ma anche troppo spesso utilizzata come scorciatoia polemica.

Ogni volta che un partito o un esponente proveniente dalla tradizione comunista assume posizioni nazionaliste, conservatrici o anti-establishment, si grida al ritorno di Bombacci.

Il paragone può essere suggestivo, ma raramente è sufficiente a spiegare ciò che sta accadendo. La storia non si ripete mai in modo meccanico e i contesti contemporanei non possono essere liquidati con un’analogia.

Il punto vero, infatti, non è stabilire se Konečná sia una nuova Bombacci.

Il punto è capire perché un partito di tradizione comunista possa trovare una collocazione naturale, o almeno praticabile, in un gruppo europeo guidato da forze considerate dalla sinistra tradizionale come avversari irriducibili. La risposta richiede di abbandonare per un momento le etichette e di osservare le politiche concrete.

Il KSČM resta formalmente legato a un immaginario marxista-leninista.

Tuttavia, la sua proposta contemporanea appare definita anche da elementi che oggi vengono associati alla destra radicale: il contrasto all’immigrazione, la difesa di una concezione tradizionale della comunità nazionale, l’opposizione alla cultura “woke”, la critica alle politiche europee e la richiesta di uscita dalla NATO.

Nel contesto ceco, inoltre, il tema dell’immigrazione ucraina ha un peso particolarmente significativo, perché la presenza massiccia di profughi dall’Ucraina ha inciso sul dibattito pubblico, sulle politiche sociali e sulla percezione della sicurezza economica.

Non si tratta di un fenomeno isolato.

In molti Paesi europei una parte dell’elettorato popolare, un tempo naturalmente orientata verso la sinistra, si è spostata verso partiti nazionalisti o populisti.

È successo perché tali forze hanno saputo parlare di salari, inflazione, sicurezza, servizi pubblici e appartenenza collettiva con un linguaggio più diretto.

La sinistra, invece, ha spesso sostituito la questione sociale con una lunga serie di battaglie simboliche, importanti per alcuni segmenti della società ma insufficienti a costruire un progetto maggioritario.

Questa è la domanda che dovrebbe essere posta: come è stato possibile che la sinistra abbia smesso di rappresentare, in modo credibile, il lavoro dipendente, le periferie, i ceti popolari e le persone preoccupate dalla perdita di potere d’acquisto? E ancora: perché tanti elettori che avrebbero interesse a una politica di redistribuzione, di tutela del welfare e di rafforzamento dei servizi pubblici non riconoscono più la sinistra come il proprio principale punto di riferimento?

Le risposte non sono semplici, ma una componente importante riguarda il mutamento culturale di una parte dei partiti progressisti. Invece di partire dai rapporti di forza economici e sociali, molte forze di sinistra hanno cominciato a concepire la politica come una competizione morale.

Non basta più sostenere una determinata riforma: occorre dimostrare di appartenere al campo giusto, usare il vocabolario corretto, riconoscere tutte le identità, prendere posizione su ogni tema culturale e condannare pubblicamente chiunque non condivida integralmente quel repertorio.

Il risultato è stato spesso una sinistra che sembra avere come riferimento ideale “Imagine” di John Lennon e come programma una combinazione di diritti individuali, simboli identitari e battaglie sui costumi.

Il problema non è che i diritti civili siano irrilevanti. Il problema è l’ordine delle priorità.

Una forza politica che parla continuamente di autodeterminazione, linguaggio, identità e riconoscimento, ma non riesce a dire con chiarezza come affrontare la precarietà, la crisi abitativa, la deindustrializzazione e la disgregazione dei servizi pubblici, finisce per apparire distante da una parte larga della popolazione.

In questo quadro, anche temi come l’utero in affitto o l’identità personale vengono trasformati in bandiere assolute, capaci di occupare uno spazio sproporzionato rispetto alla loro rilevanza elettorale e sociale.

Discutere di questi argomenti è legittimo e necessario, ma presentarli come il centro dell’agenda progressista significa spesso rinunciare a un linguaggio comprensibile alla maggioranza.

Non perché la maggioranza sia necessariamente conservatrice, ma perché ha problemi materiali più urgenti e non vede il nesso tra quelle battaglie e la propria vita quotidiana.

Una sinistra popolare dovrebbe poter difendere i diritti civili senza trasformare ogni dissenso in una colpa morale.

Dovrebbe poter sostenere l’uguaglianza tra uomini e donne, contrastare le discriminazioni e tutelare le minoranze senza adottare ogni moda culturale proveniente dai settori più istruiti e privilegiati della società.

Dovrebbe saper distinguere tra una politica di emancipazione e una visione del mondo che finisce per ridurre ogni problema a una questione di identità individuale.

Quando questa distinzione viene meno, accade che la sinistra perda il contatto con il proprio elettorato storico. E quando perde quel contatto, qualcuno occupa lo spazio lasciato vuoto.

Talvolta lo occupano i partiti liberali, promettendo modernizzazione e competenza.

Talvolta lo occupano i movimenti populisti e nazionalisti, che offrono una risposta semplificata ma efficace: il problema sono le élite, Bruxelles, gli immigrati, le minoranze rumorose, i progressisti, le ONG, i vincoli internazionali.

Queste risposte sono spesso parziali, strumentali e talvolta apertamente xenofobe.

Ma il fatto che siano discutibili non significa che siano prive di efficacia politica.

Chi vuole contrastarle deve comprendere perché funzionano.

Limitarsi a definire “fascista” ogni interlocutore non è una strategia.

È una forma di rinuncia alla politica.

L’accusa di fascismo ha un significato storico preciso e non può essere utilizzata come insulto generico contro chi esprime posizioni restrittive sull’immigrazione, critica la NATO o rifiuta alcune impostazioni culturali del progressismo contemporaneo.

Se tutto diventa fascismo, nulla lo è più davvero. In questo modo si svuota anche la capacità di riconoscere e combattere i fenomeni realmente autoritari, razzisti e antidemocratici.

Naturalmente, non bisogna cadere nell’errore opposto. Criticare la sinistra non significa assolvere la destra radicale o fingere che tutte le posizioni siano equivalenti.

Un programma anti-immigrazione può tradursi in misure discriminatorie; la difesa della sovranità nazionale può diventare nazionalismo aggressivo; la critica alla cultura “woke” può essere un modo elegante per legittimare il ritorno di pregiudizi contro minoranze e persone vulnerabili.

E la richiesta di uscita dalla NATO, se non inserita in una strategia internazionale credibile, può ridursi a una parola d’ordine priva di conseguenze pratiche.

Il compito di una sinistra seria dovrebbe essere duplice: affrontare le cause sociali del malessere e vigilare contro le risposte autoritarie o xenofobe.

Ma per farlo occorre tornare a essere credibile sul terreno materiale.

Non basta dire che l’immigrazione è una risorsa; bisogna spiegare come governarla, in definitiva come evitare lo sfruttamento.

Di Admin

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